Gianduja, piccolo eroe controrivoluzionario

Statuetta di Gianduja (ex teatro d’Angennes poi Gianduja, Torino).

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Gianduja è la maschera piemontese per eccellenza. Nacque in epoca napoleonica, attorno al 1802[1], eppure il suo abbigliamento è tutto fuorché napoleonico e rivoluzionario. Non è una maschera “all’ultima moda”, per così dire. È, invece, un personaggio che veste secondo la moda del Settecento, cioè del secolo sconfitto dall’urto della Rivoluzione. Come è possibile?

Innanzi tutto, va osservato che Gianduja non è l’unica maschera italiana che veste secondo la moda del Secolo dei Lumi: lo è, ad esempio, anche Meneghino, il quale, tuttavia, ha adottato stabilmente la livrea di Gianduja e le ha sostanzialmente cambiato soltanto il colore (nell’Ottocento, Meneghino vestì secondo la moda napoleonica e quella borghese, e fu “antichizzato” soltanto verso fine secolo). Gianduja, invece, trae origine dal burattino Giròni (Gerolamo) attestato almeno dal Settecento il quale aveva sostanzialmente lo stesso abito.

Eppure, Giovanni Battista Sales e Gioachino Bellone, che inventarono Gianduja, potevano sicuramente cambiargli fattezze ed abito, tanto più che erano già incorsi nella sospettosa polizia napoleonica. Come osservo nel mio saggio “A la manera ‘d Gianduja” (Ed. Il Punto, 2019), il mantenimento dell’abito e specialmente di alcune caratteristiche di quest’ultimo – le scarpette ed in modo particolare il codino – lasciano presupporre che il primo Gianduja sia stato un personaggio identitario, utilizzato cioè contro il regime napoleonico. Nulla c’entra con lo scamiciato contadino avvinazzato che la tradizione successiva ci ha trasmesso: Gianduja non è un contadino, come dimostrano l’abito – la livrea, seppur di panno grezzo – e le scarpette da cittadino. Gianduja è un servitore, cosa evidenziata non soltanto dalla livrea ma anche dalla parrucca. Nei primi testi teatrali il nostro burattino compare proprio come servitore fedele, mai intrigante: una peculiarità che lo contraddistingue da tanti personaggi intriganti, che anteponevano i propri interessi a quelli del padrone (un vero tòpos della Commedia dell’Arte). In buona sostanza: Gianduja avrebbe potuto essere del tutto diverso, con un look moderno e “politicamente corretto”; Sales e Bellone scelsero, invece, di mantenere il suo abbigliamento precedente, cosa che in un contesto fortemente politico come quello dell’impero napoleonico si può comprendere solo se a questo personaggio fosse attribuito non un mero ruolo di spalla comica, ma di veicolo per messaggi politici. La satira non è d’altronde una cosa nuova, ma non è l’unico modo con il quale Gianduja poteva essere protagonista del dibattito politico: teniamo conto che Gianduja è un servitore fedele, un buon suddito d’Antico Regime[2]. Ed è il protagonista. Collabora con gli aristocratici senza cercare di averne la meglio. Sta, insomma, al suo posto senza idee rivoluzionarie per la testa. È, insomma, un “buon padre di famiglia”, per così dire, incarnando i valori del popolo pacato e conservatore. Questo fa capire perché Sales e Bellone incontrarono, già con Giròni – il cui nome fu mutato in Gianduja attorno al 1802 con tutta probabilità per non indispettire la polizia di Genova, sulla quale regnava il doge filo-napoleonico Girolamo Durazzo e dove il duo svolgeva regolarmente le proprie tournée[3] – le ire della censura[4]. Beninteso: tutti i marionettisti ed i burattinai incappavano nella censura, ma – a quanto pare – nessuno ha mai dovuto cambiare il nome di un personaggio di successo. Ciò si può spiegare unicamente se si suppone che Giròni faceva davvero satira politica, e se si accetta che, con il cambio del nome, i due artisti abbiano cercato di “sviare” la polizia francese.

Sales e Bellone intendevano guadagnare lo stipendio: erano lontani dalla politicizzazione estrema e faziosa degli artisti contemporanei. Il loro Gianduja è personaggio politico soltanto se lo si cala nel suo contesto; senza parrucca con il codino e scarpette con la fibbia è un popolano come gli altri e di lui resta quale unico elemento di comicità la bottiglia di grignolino. Non a caso, finita la Rivoluzione francese e caduto Napoleone, con la scomparsa di Sales e Bellone gli altri interpreti della maschera ne fecero essenzialmente un grasso contadino beone.

 

Note:

[1] G. E. Cavallo, A la manera ‘d Gianduja, Editrice Il Punto, Torino 2019, p. 47.

[2] Ivi, pp. 49-53.

[3] A tal proposito è bene evidenziare che una tra le più antiche testimonianze su Gianduja, quella di Aubin-Louis Millin, rivela che Giròni mutò il suo nome per rispetto ad un sovrano dell’epoca; ma nessun Savoia si è mai chiamato Girolamo (Cfr. A.L. Millin, Voyages en Savoie, Paris, 1816, pp. 233-235.

[4] Quella della censura e della reclusione erano pericoli reali ai quali andavano incontro marionettisti e burattinai. Si veda: A. Cipolla, G. Moretti, Storia delle marionette e dei burattini in Italia, Titivillus, Corazzano 2003, pp. 47-48.

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