La sifilide? Gli europei la conoscevano prima del 1492

Di: Giorgio Enrico Cavallo

La chiamavano “mal francese”, ed effettivamente la sifilide si diffuse largamente in Italia a seguito dell’esercito di Carlo VIII, con la sua famosa “discesa” nella penisola nel 1494. Dunque, il principale mezzo di diffusione della malattia furono i soldati e i mercenari al servizio della corona di Francia. Ma da dove veniva questa piaga, malattia che ha segnato anche simbolicamente tutto il Cinquecento? Il nome con cui la sifilide veniva chiamata all’epoca non aiuta: per gli italiani, come detto, fu il “mal francese”, ma per i francesi era il “mal di Napoli”, in quanto i primi effetti della malattia si videro in modo particolare durante la permanenza delle truppe al Sud Italia (anche per i lunghi tempi di incubazione del male). Molti autori contemporanei, non sapendo spiegare l’origine di questo morbo, affermarono che venisse dall’America: e si sostenne che Martin Pinzon, il capitano della Pinta al tempo della prima spedizione di Colombo, fosse stato il primo europeo ad ammalarsi e a morire di sifilide. Eppure, pare che la sifilide americana fosse un male già presente in Europa.

Lo storico Pietro Martire d’Anghiera (1457-1526), in una sua epistola del 5 aprile 1489 diretta ad un dottore di Salamanca, informava dell’esistenza di una malattia che in Italia si era soliti chiamare “mal francese”. Non soltanto: gli ebrei spagnoli, cacciati dal regno di Castiglia e Aragona nel 1492, portarono la sifilide in Africa: per questo motivo, gli africani lo chiamarono “mal spagnolo”. Nel 1493, un anno prima della calata di Carlo VIII, la sifilide era già presente a Parigi, al punto che il sovrano francese ordinò l’espulsione degli ammalati dalla città. Ma, dunque, da dove veniva davvero la sifilide? Secondo il doge di Genova Battista Fregoso (1450-1504), il morbo fu portato in Europa dall’Africa: «ad Hispanos ex Aethiopia»[1]. Il che sottintendeva che fossero stati i portoghesi ad importare la malattia dall’Africa, dove avevano ingenti traffici commerciali.

Benché l’arrivo della sifilide in Europa sia stato per anni oggetto di dibattito e vi siano stati scritti numerosi trattati, qui vorrei dar spazio ad un’ipotesi affascinante. La risposta al dilemma potrebbe nascondersi altrove: la sifilide potrebbe essere davvero un frutto avvelenato proveniente dall’America: come già osservato su Altrastoria.it [leggi l’articolo qui] è possibile che i portoghesi abbiano costeggiato in modo più o meno consapevole le coste americane qualche anno prima del 1492. Ciò permetterebbe di avanzare un’ipotesi suggestiva: può la diffusione della sifilide negli immediati anni prima del 1492 essere una prova indiretta della prescoperta del continente americano? Infatti, anche per il periodo di incubazione della malattia, relativamente lungo, non è credibile che fosse stato il solo Colombo a portarla in Europa: nel 1492, prima dell’arrivo dello stesso Colombo, il “mal francese” compare a Genova e in Provenza[2], con notevole virulenza. L’anno dopo si propagava a Roma. Possibile che le due sole navi di Colombo abbiano potuto da sole produrre questi effetti? D’altronde, come osservava lo stesso Fernando Colombo, figlio di Cristoforo, i marinai lasciati ad Haiti dal padre si ammalarono con una facilità sorprendente. Della pur piccola guarnigione spagnola, nel solo 1496 c’erano 160 ammalati di sifilide[3]. Il ceppo americano era dunque decisamente virulento, e gli europei completamente vulnerabili. Esattamente come la malattia che i francesi contribuirono definitivamente a diffondere in Italia ed in Europa con la calata di Carlo VIII.

 

Note:

[1] G. B. Fregoso, De prodigio in Caroli VIII adventum in Italiam. Cit. in D. Thiene, Sulla storia de’ mali venerei, Venezia, 1836, p. 289. [Qui online].

[2] Ivi, p. 288.

[3] F. Colombo, Le Historie di Cristoforo Colombo, Massari editore, 2006, Vol. II, p. 40.

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