Chi aveva paura dell’anno Mille? Nessuno

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Particolare del Giudizio Finale di Jan van Eyck (metà del Quattrocento)

«Mille e non più mille», avrebbe detto Gesù. Avrebbe. Perché nei Vangeli di questa frase celeberrima non c’è traccia alcuna. Così come nei documenti storici non c’è traccia di quell’angoscioso fermento millenarista che avrebbe percorso l’Europa nell’anno 999. Eppure, tutti l’abbiamo letto sui libri di scuola, e blasonati autori nostrani ci hanno speso fiumi di inchiostro. Un esempio, tratto da Indro Montanelli:

«La fine del mondo l’avevano annunciata i profeti per la scadenza dell’Anno Mille […] Era stata, si racconta, un’attesa spasmodica. Le chiese si erano riempite di fedeli e i confessionali traboccavano di penitenti. Dai pulpiti i predicatori tuonavano contro le miserie del mondo di qua per magnificare le gioie di quello di là. Si pregava nelle chiese, nelle case, per le strade. Le botteghe di cilici facevano affari d’oro. Chi possedeva una reliquia la teneva nascosta e la mostrava solo agli amici. I moribondi sperando di guadagnarsi un cantuccio di Paradiso donavano le loro sostanze alla Chiesa. Gli omicidi si costituivano, i ladri restituivano la refurtiva, i servi non facevano la cresta sulla spesa, i nemici si rappacificavano, mogli e mariti si perdonavano le reciproche infedeltà. I lupi pascolavano con gli agnelli e i cani giocavano con i gatti. La notte di San Silvestro, si racconta, i Romani, coperto il capo di cenere, s’ammassarono davanti al Laterano. Impugnavano labari e croci e cantavano i Salmi. Da due giorni era stato indetto un digiuno generale. Il 31 dicembre il Papa in triregno s’affacciò a una finestra del palazzo apostolico per impartire l’estrema benedizione. Quando scoccò la mezzanotte tutti guardarono il cielo e si fecero il segno della croce. Era una notte lucida e c’era la luna. Le trombe del giudizio non suonarono e la terra non sprofondò. All’alba, stremati dalla veglia e dal digiuno, i Romani tornarono alle loro case. Le mogli ricominciarono a tradire i mariti (e viceversa), i lupi a scannare gli agnelli e i ladri a rubare. I Barbanera seguitarono a compilare oroscopi e il popolino a crederci. L’Europa cristiana tirò un sospiro di sollievo»[1].

Questa è, più o meno, la narrazione che tutti noi abbiamo sentito sul 31 dicembre 999, giorno in cui doveva esserci la fine del mondo, annunciata dalle profezie e dall’Apocalisse di san Giovanni. Che invece non vi fu. Così come non vi fu la psicosi immaginata da Montanelli, e con lui da tanti altri storici e divulgatori: non vi fu nessuna paura, nessun timore, nessuna allerta. Niente di niente. Quella della fine del mondo nell’anno Mille è però una delle leggende storiche più difficili da eradicare, un luogo comune di lunga durata anche perché indubbiamente fascinoso, dotato di una grande valenza narrativa. A raccontarlo si finisce sempre per ridere un po’: «Guarda come erano creduloni, quelli del Medioevo!». Peccato che, a credere a questa leggenda, i creduloni diventiamo noi.

Innanzi tutto, è bene capire come si sia giunti a questa leggenda. Per capirlo, basta sfogliare l’Apocalisse di San Giovanni [Ap 20, 7-8]: «Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra». L’Apocalisse è un testo di interpretazione assai difficile e, comunque, va letto per immagini. Sant’Agostino, ad esempio, nel suo De Civitate Dei, sostenne che il millennio apocalittico è da intendersi come il periodo storico aperto con la venuta di Cristo sulla Terra. Dunque, niente paura. Ma – si dirà – nel Medioevo i contadini non avevano letto Agostino. Se è per questo, non avevano nemmeno letto il calendario, perché pochi in Europa erano a conoscenza dell’attuale calendario che pone come punto di partenza la nascita di Cristo. Calendario che, come è noto, è oltretutto sbagliato: Dionigi il Piccolo, nel VI secolo, errò clamorosamente nel calcolo della nascita di Cristo, che avvenne – probabilmente – tra i 7 e i 4 anni PRIMA di quello che noi consideriamo come l’anno 0.

Nel Medioevo, ovviamente, non si era a conoscenza di questo errore. E, come detto, pochi erano a conoscenza della numerazione degli anni secondo il calcolo di Dionigi. Inizialmente, alcuni continuarono ancora a numerare gli anni ab Urbe condita, in base alla fondazione di Roma; più frequente era l’utilizzo dell’anno di regno di un determinato sovrano (primo, secondo, terzo  e così via anno di regno del re tal dei tali…). Un altro anno 0 particolarmente utilizzato era quello della presunta data della creazione, denominata Anno Mundi, anche se studiosi diversi avevano – ovviamente – diverse idee sulla data esatta, tratta dalle pressoché nulle informazioni che fornisce a tal proposito la Bibbia. Va anche detto che Dionigi non fu l’unico a calcolare l’Anno Domini: anche il monaco Anniano d’Alessandria  si era cimentato nell’impresa, ottenendo quale anno 0 il nostro 7 d.C. Il calendario di Anniano fu adottato dal regno etiope, ed oggi è ancora in uso in Etiopia. Alla fortuna dell’Anno Domini calcolato da Dionigi fu Carlo Magno, che lo adottò per i territori del suo impero. E fuori dall’area carolingia? Ognuno calcolava a modo suo: in Spagna vi era chi calcolava partendo dal 38 a.C., anno della pacificazione della penisola iberica ad opera di Augusto.

Appare chiaro che, in questa grande confusione, l’ultimo dei crucci degli europei medievali fosse quello dell’attesa della fine del millennio. Semmai, avevano il bel problema di capire in che anno vivevano. Tanto più che anche il capodanno variava da paese a paese: in alcuni regni, l’anno iniziava il 1° marzo, in altri il 25 marzo, in altri ancora il 25 dicembre. Insomma, in che giorno sarebbe scoccata l’Apocalisse?

A dirla tutta, qualcuno che si era posto il problema della fine del mondo allo scoccare dell’anno mille, però, vi fu. Furono casi rarissimi, anche perché le testimonianze che ci sono giunte si contano veramente sulle dita di una mano. Abbone di Fleury raccontò che, da giovane, ascoltò un sermone sulla fine del mondo in una chiesa di Parigi. «A questa predicazione mi opposi, come potei, citando i Vangeli, l’Apocalisse e il libro di Daniele», riferì Abbone. Abbiamo dunque la testimonianza che qualche (raro) caso di predicazione sulla fine del mondo vi fu, ma con scarsa efficacia. Alcuni anni dopo il Mille, Sigeberto di Gembloux raccontò di terremoti e comete avvistati in prossimità dell’anno fatidico; ma tutto ciò, morto Sigeberto, fu dimenticato per secoli.

A chi è dunque da attribuire la cinematografica storia dei terrori dell’anno Mille? Tra i primi che accennò brevemente ad una paura dell’anno Mille vi fu il cardinal Cesare Baronio agli inizi del Seicento, nel suo XI libro degli Annales Ecclesiastici; giunto all’anno 1001, egli scrisse di alcuni vaghi annunci di una imminente fine del mondo trovati in autori precedenti (forse, Abbone o Sigeberto?) ma liquidò la cosa senza insistervi granché. Questa informazione fu ripresa nell’Ottocento, infiorettata con particolari uno più fantasioso dell’altro. Probabilmente, il primo a riprendere questa bufala fu uno storico francese, Jules Michelet, nella sua Storia di Francia pubblicata nel 1833.  Scrisse lo storico romantico: «Cet effroyable espoir du Jugement dernier s’accrut dans les calamités qui précédèrent l’an mille ou suivirent de près. Il semble que l’ordre des saisons se fût interverti, que les éléments suivissent des lois nouvelles. Une peste terrible dévasta l’Aquitaine, la chair des malades semblait frappée par le feu, se détachait de leurs os et tombait en pourriture… Une famine ravagea tout le monde depuis l’Orient, la Grèce, l’Italie, la France, l’Angleterre»[2].

La leggenda offrì il pretesto per attaccare la Chiesa e far passare i mille anni di era cristiana come un’epoca dominata dalla credulità. Giosuè Carducci, massone e noto anticlericale, sintetizzò questo pensiero in un noto passo nel quale descrive con fervida fantasia la trepidante attesa dell’anno Mille. Testo che ben chiarisce i motivi del perdurare di questa leggenda ancora oggi:

«V’imaginate il levar del sole nel primo giorno dell’anno mille? Questo fatto di tutte le mattine ricordate che fu quasi miracolo, fu promessa di vita nuova, per le generazioni uscenti dal secolo decimo? […] Mille, e non più mille – aveva, secondo la tradizione, detto Gesù: dopo mille anni, leggevasi nell’Apocalipsi, Satana sarà disciolto. Di fatto nelle nefandezze del secolo decimo, in quello sfracellarsi della monarchia e della società dei conquistatori nelle infinite unità feudali, in quell’abiettarsi ineffabile del ponteficato cristiano, in quelle scorrerie procellose di barbari nuovi ed orribili, non era egli lecito riconoscere i segni descritti dal veggente di Patmo? E già voci correvano tra la gente di nascite mostruose, di grandi battaglie combattute nel cielo da guerrieri ignoti a cavalcione di draghi. Per ciò tutto niun secolo al mondo fu torpido, sciaurato, codardo, siccome il decimo. Che doveva importare della patria e della società umana ai morituri, aspettanti d’ora in ora la presenza di Cristo giudicatore? […] E che stupore di gioia e che grido salì al cielo dalle turbe raccolte in gruppi silenziosi intorno a’ manieri feudali, accosciate e singhiozzanti nelle chiese tenebrose e ne’ chiostri, sparse con pallidi volti e sommessi mormorii per le piazze e alla campagna, quando il sole, eterno fonte di luce e di vita, si levò trionfale la mattina dell’anno mille!»[3].

 

Note:

[1] I. Montanelli, L’Italia dei secoli bui. Qui.

[2] J. Michelet, Histoire de France, Livre IV.

[3] Qui.

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