E il papa promise: “Eleggetemi e scioglierò i gesuiti”

Papa Clemente XIV

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Un papa eletto per un solo scopo: annientare i gesuiti. È quanto accadde nel 1769 con l’elezione di Clemente XIV, al secolo Giovan Vincenzo Ganganelli, salito al soglio pontificio dopo un conclave travagliato e corrotto dalle monarchie borboniche, che fecero una pressione mai vista prima per far sì che a Roma sedesse un pontefice malleabile, al quale consegnare un’agenda composta da un solo punto: sciogliere la Compagnia di Gesù.

Ganganelli era un monaco francescano, educato dai gesuiti. Mite e teologicamente poco ferrato, non era certamente uno dei migliori uomini che la Chiesa potesse offrire in quel momento. «Ogni suo studio è posto nel piacere di tutti, e in far vedere ch’egli è del partito di chi gli parla. Non osa opporsi ai desiderii dei sovrani, teme le corti e le loro minacce»[1]: questo il “ritratto” di Giovan Vincenzo Ganganelli stilato dagli informatori del governo francese, pochi anni prima della morte di Clemente XIII Rezzonico, raccolto da Jacques Crétineau-Joly, studioso ottocentesco della storia dei gesuiti.

Il nome di Ganganelli non circolava prima della morte di Clemente XIII Rezzonico (1693-1769), suo predecessore. Il conclave del 1769 fu travagliato da una furibonda lotta interna, un dibattito al vetriolo sulla soppressione della Compagnia. Fu un conclave di quattro, eterni mesi, durante i quali successe di tutto: addirittura, l’imperatore Giuseppe II e il suo successore Leopoldo I di Toscana violarono il conclave per discutere a viso aperto con i cardinali. Pressioni fortissime giunsero anche da Luigi XV di Francia e da Carlo III di Spagna, affinché i Principi di Romana Chiesa cedessero di fronte alla richiesta delle corti. «Quattro ministri di diverse corti tenean dunque il Conclave sotto il giogo de’ lor raggiri»[2], specificava Crétineau-Joly.

Francisco de Solis

Naturalmente, non bastava una promessa; al nuovo papa sarebbe stato richiesto un impegno scritto: egli avrebbe dovuto giurare di sopprimere la Compagnia. Una forzatura inaudita. I voti conversero sul mite Ganganelli perché, si disse, non si impegnò con nessuna delle due fazioni; tuttavia, secondo Jacques Crétineau-Joly, Ganganelli, prima di assumere il nome di Clemente XIV, firmò davvero un testo: «Solis [Francisco de Solis (1713-1776), cardinale spagnolo, n.d.a.] negoziò misteriosamente con Ganganelli e ne ottenne un biglietto pel Re di Spagna. In esso Ganganelli dichiara: “Riconoscere nel Sovrano Pontefice il diritto di poter estinguere in coscienza la Compagnia di Gesù, osservando le regole canoniche; e che è a desiderare che il Papa futuro faccia tutti gli sforzi per adempiere il desiderio delle corone”. […] Minacciando di pubblicare un simile atto, potevasi fare del Papa futuro quanto volevasi»[3].

L’impegnativa fu firmata. Il cardinale François-Joachim de Pierre, cardinale de Bernis, che spingeva affinché si trovasse una personalità nemica dei gesuiti, aveva inizialmente forti sospetti su Ganganelli, per il fatto che fosse stato istruito dalla Compagnia. «È cosa evidente che Ganganelli è gesuita – scriveva, il 16 maggio – almeno convien prendere delle misure perché Ganganelli ci sia obbligato del soglio». E, poco dopo: «Questa mattina il cardinal di Solis […] mi ha detto che nel primo scrutinio dovevamo votar per lui [per Ganganelli, n.d.a.]. Io gli feci conoscere che questo soggetto mi dava motivo di sospetti colle sue aderenze, e che io credeva che conveniva parlargli ed assicurarsi di lui, né dargli il nostro voto che a proposito»[4]. Informato delle contrattazioni già avvenute con la Spagna, Bernis cercò di corrompere il Ganganelli, facendogli capire che il soglio gli arrivava solo grazie all’interessamento francese. «Farò sapere a Ganganelli questa sera che senza il nostro concorso non ce la caverebbe, e però ch’egli deve essere attaccato alla Francia»[5]. Insomma: trovato l’accordo tra Spagna e Francia, quell’oscuro cardinale francescano divenne papa con il nome di Clemente XIV.

Non sorprende che già nel luglio 1769, eletto da appena tre mesi, Clemente XIV affrontasse la situazione dei gesuiti scrivendo sia al re di Francia che al re di Spagna, promettendo loro che sarebbe presto intervenuto. Il 21 luglio 1773 emise il celebre breve Dominius ac Redemptor, con il quale disponeva la soppressione definitiva della Compagnia. A riprova che si trattava di un’azione squisitamente politica e che la religione non c’entrava nulla, Lorenzo Ricci (1703-1775), ultimo generale dell’ordine, fu arrestato e rinchiuso in Castel Sant’Angelo. I gesuiti, senza protestare, accettarono la decisione e molti di essi si diressero nei paesi protestanti o in Russia, dove la soppressione non aveva effetto. Tuttavia, nel 1773 gli illuministi festeggiarono, e così pure le logge di tutta Europa: con l’eliminazione degli onnipresenti gesuiti dalle corti, veniva meno un silenzioso “esercito” di consiglieri cattolici.

Resta da capire perché Spagna, Francia e altri paesi d’Europa nutrissero un odio così acceso contro i gesuiti. La Compagnia aveva acquisito una grande importanza nel corso del Sei e del Settecento, in particolare per la presenza assidua dei gesuiti nelle case aristocratiche e nelle corti cattoliche. Con ragione, d’Alembert poteva scrivere all’amico Federico II di Prussia il 7 agosto 1769: «Proporre a un Papa di distruggere questa valorosa milizia [i gesuiti], è come se si proponesse a Vostra Maestà di distruggere il suo reggimento di guardie»[6]. Proposta folle, dunque. Invece, incredibilmente, essa venne discussa e sostenuta da molteplici voci. Ambizione politica? Volontà di rafforzare il prestigio delle corone a scapito della Chiesa? Certo. Ma la sincronia e l’asserita “urgenza” del “problema” gesuita lasciano a dir poco perplessi, tanto più che la battaglia che si mosse contro la Compagnia fu senza quartiere. Una vera persecuzione politica, comprensibile anche se si pensa che giansenisti e gesuiti erano teologicamente agli antipodi e che le sètte detestavano la Compagnia.

Il marchese di Pombal

In realtà, i monarchi non avevano particolare fretta di eliminare la Compagnia. Si può ben dire che, con la sola eccezione di Giuseppe II, fossero indifferenti al problema. Coloro che fremevano per ridurla all’impotenza erano molti dei ministri ai quali i sovrani avevano delegato in sostanza il governo dei loro paesi. Massimo promotore dell’eliminazione dei gesuiti fu il ministro del regno (equivalente dell’attuale ministro dell’interno) portoghese Sebastião José de Carvalho e Melo, marchese di Pombal (1699-1782). Il Pombal rappresenta uno dei migliori esempi di politico “illuminato” del Settecento, non a caso considerato uno dei “padri” del Portogallo moderno. Noto per l’opera di ricostruzione di Lisbona dopo il devastante terremoto del 1755, è anche da ricordare per essere stato il più feroce antagonista dei gesuiti. Massone, amico degli illuministi, Pombal cercò di sollecitare già papa Clemente XIII perché sciogliesse l’ordine. Nel 1759 espulse i gesuiti dal Portogallo e dalle colonie: ottima strategia, per allontanare i più strenui difensori degli indios amazzonici. Molti storici ritengono ancora che l’eliminazione dei gesuiti fosse soltanto una tattica di Portogallo e Spagna per togliere di torno i difensori degli indios; ma allora bisognerebbe spiegare perché anche la Francia e l’Austria si impegnarono per la soppressione dell’ordine, benché non avesse interessi in Sud America. La Francia di Luigi XV era invece legata mani e piedi ai desideri dei philosophes, e alla Sorbona il giansenismo andava di moda. Il primo ministro Étienne François de Choiseul (1719-1785), massone e Grande Amministratore del Grand’Oriente di Francia, era amico degli illuministi e personalmente favorevole allo scioglimento della Compagnia. Anche nel piccolo ducato di Parma il nemico dei gesuiti era un filo-illuminista: era il ministro Léon-Guillaume du Tillot (1711-1774), che per la sua politica riformatrice ostile alla Chiesa portò i rapporti tra Parma e Roma ai minimi storici. Quanto nell’impero d’Austria, invece, sono note le posizioni dell’imperatore Giuseppe II, cattolico pur riformatore, noto “monarca illuminato”: il “re sagrestano”, che emanò gli editti di tolleranza e che portò avanti una riforma estrema per ridimensionare l’autorità della Chiesa cattolica, era un amante della propria grandezza, dell’ordine e ossessionato dalla tematica religiosa. L’eliminazione dei gesuiti rientra a pieno titolo nel programma del giuseppismo. E Giuseppe II, oltre che sostenitore dell’Illuminismo, era un convinto massone: è sotto il suo regno che la Massoneria fiorì maggiormente nell’impero d’Austria. Si può dunque considerare che fossero stati gli illuministi e i massoni a suggerire lo scioglimento della Compagnia, ben prima che gli interessi economici nell’America latina.

 

Note:

[1] J. Crétineau-Joly, Clemente XIV e i gesuiti, tipografia Fiaccadori, Parma, 1847, pp. 312.

[2] Ivi, p. 318.

[3] Ivi, p. 320-321.

[4] Ivi, pp. 323-324.

[5] Ivi, p. 327.

[6] Ivi, p. 245.

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