La leggenda della tolleranza di Voltaire

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Il “tollerante” Voltaire era tutt’altro che tollerante. Tutti noi, anche chi non ha mai letto una riga del pensiero di Voltaire, conosciamo la sua celebre affermazione «Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo». Una frase che viene utilizzata spesso per indicare la tolleranza e “l’apertura mentale” del più celebre tra gli illuministi. Peccato che non l’abbia mai scritta.

Infatti, l’autore del Candido mai scrisse, in nessuna sua opera, questa frase diventata ormai aforistica. Essa gli fu attribuita successivamente in una biografia (The Friends of Voltaire, 1906), scritta dall’autrice americana Evelyn Beatrice Hall (1868-1956). Per essere precisi, la frase inventata dalla Hall e attribuita a Voltaire era la seguente: «I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it»[1].

Elie Catherine Fréron

Si potrebbe obiettare che, anche se Voltaire mai scrisse questa frase, nulla vieta che egli possa averla pronunciata e sostenuta più volte, anche pubblicamente. In realtà, l’Arouet nella sua vita fu un campione di intolleranza. Altrastoria.it ha già spiegato (leggi qui l’articolo) che Voltaire, per nulla dissimile dai suoi contemporanei, potrebbe oggi essere definito “razzista” e “antisemita”. L’autore del Traité sur la tolérance ben distingueva quando essere tollerante: con chi la pensava diversamente da lui, si dimostrava perfido e rancoroso. Chi gli si opponeva o criticava la sua “consorteria” illuminista era destinato al discredito e anche alla prigione. Così accadde, ad esempio, ad Élie-Catherine Fréron (1718-1776), fondatore e direttore per un ventennio della Année littéraire, rivista di posizioni nettamente opposte ai philosophes. Contro di lui, Voltaire combatté una accesa battaglia letteraria, denigrandolo in ogni modo possibile. Prima, l’Arouet lo bersagliò con una violenta satira (Fréron è protagonista del diffamatorio Le Pauvre diable) e poi con una commedia, L’ecossaise ou le caffè, nota in italiano come Lo scozzese, nel quale Fréron compare con il nome di Wasp, spia, informatore e calunniatore. Non paghi di denigrare Fréron, Voltaire e gli illuministi fecero di tutto per far sospendere l’Année littéraire e per far incarcerare il suo direttore. L’operazione riuscì: Fréron fu rinchiuso alla Bastiglia per un certo periodo.

Voltaire

Gli enciclopedisti potevano permettersi di fare terra bruciata dei loro più accesi oppositori per il solo motivo che erano intoccabili: godevano dell’amicizia di sovrani e principi. Questo atteggiamento degli illuministi, militante e paradossalmente antidemocratico, ha fatto formulare Augustin Cochin (1876-1916), storico tra i più dimenticati dell’epoca rivoluzionaria ma non per questo meno sagace, di settarismo. Non è una definizione esagerata. Scrisse: «Un’altra pratica caratteristica delle sette è quella di perseguitare. Prima del sanguinoso Terrore del 1793 ci fu, dal 1765 al 1780, un terrore incruento del quale l’Enciclopedia fu il Comitato di Salute Pubblica e D’Alembert il Robespierre»[2]. Va da sé che Voltaire e gli illuministi, specie gli enciclopedisti della coterie holbachiana, non passassero le giornate a denigrare i giornalisti loro oppositori; avevano scopi ben più “alti”. Ad esempio, combattere la Chiesa, contro la quale essi rivolsero tutte le loro energie. Altro che tolleranza. Un esempio? Nel Traité sur la tolérance del 1763, al capitolo XVIII, Voltaire introduce un curioso paradosso: quando l’intolleranza non solo è lecita, ma è anche un “diritto umano”. Nell’evidenziare «i soli casi in cui l’intolleranza sembra ragionevole» egli scrive: «Perché un governo non abbia il diritto di punire gli errori degli uomini è necessario che questi errori non siano delitti; essi sono delitti solo quando turbano la società: e la turbano non appena ispirano il fanatismo. È necessario dunque che gli uomini comincino col non essere fanatici per meritare la tolleranza»[3]. Ovviamente, il primissimo esempio di intolleranza che Voltaire cita è quello dei gesuiti, verso i quali egli nutriva un acceso livore. Non può esimersi dal bersagliare i suoi nemici con gli strali della sua superiorità intellettuale: «Se hanno diffuso massime delittuose, se il loro istituto è contrario alle leggi del regno, non si può fare a meno di sciogliere la loro compagnia e abolire i gesuiti per trasformarli in cittadini, cosa che in fondo è un male immaginario, e per loro un bene reale, perché che cosa c’è di male nel portare un abito corto invece che una sottana, e nell’essere liberi invece che schiavi?». Dispensando massime di saggezza non richieste, Voltaire considera “schiavi” i gesuiti e auspica per loro la libertà dello stato laicale.  E, ciò facendo, egli anticipa “profeticamente” lo scioglimento dei gesuiti decretato da Clemente XIV nel 1767. Vedremo, in un prossimo articolo, che papa Ganganelli fu costretto a sciogliere la Compagnia di Gesù dalle pressioni dei ministri filo-illuministi di molti paesi europei. La tolleranza dei volterriani si tradusse presto in azione politica.

 

Note:

[1] E. B. Hall, The Friends of Voltaire, Londra, 1906, p. 199.

[2] A. Cochin, Lo spirito del giacobinismo, Bompiani, Milano, 1989, p. 43.

[3] Voltaire, Trattato sulla tolleranza, Feltrinelli, Milano, 2012, p. 131.

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