L’ultimo don Camillo, vittima del Concilio Vaticano II

Giovannino Guareschi

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Don Camillo sarà uno degli ultimi oppositori dello “spirito del Concilio”. E per questo, sarà costretto a celebrare Messe clandestine e subirà un ingiusto esilio.

Sì, Giovannino Guareschi ha anche immaginato gli ultimi anni del suo personaggio prediletto, e l’ha fatto in una serie di racconti pubblicati sul Borghese di Mario Tedeschi. Oggi, questi racconti sono pressoché introvabili, pubblicati in un’unica raccolta del 1968 edita dal Borghese sotto il titolo di L’Italia in graticola.

È un don Camillo ben diverso da quello dei libri e dei film. Non è cambiato il personaggio: l’irruento parroco è invecchiato nel fisico, ma non nello spirito; tuttavia, attorno a lui è mutato il mondo. Ed è un mondo nel quale il protagonista dei racconti guareschiani non si ritrova più. La Chiesa è passata attraverso il Concilio Vaticano II, e sembra non essere più quella di prima. Anche il Partito Comunista è cambiato, e così né don Camillo né Peppone si sentono a loro agio. Il primo, ha seri problemi con il suo vescovo perché ha rivangato la vecchia storia della scomunica ai comunisti ed è rimasto pacelliano; il secondo ha problemi con il partito perché è rimasto staliniano. In poche parole: entrambi sono rimasti fedeli al loro mondo, mentre il mondo attorno a loro è diventato conciliante ed edulcorato.

In breve: don Camillo si trovò costretto a celebrare la Messa in latino di nascosto, nel segreto della cappella privata del suo amico Piletti. Qualche «capoccia» della DC fece la spia e don Camillo finì schedato tra i «sovversivi», dopo una sonora lavata di testa da parte del vescovo. Vescovo che si mostrava amico dei comunisti e nemico dei cattolici più sinceri. È a questo don Camillo “pacelliano” e cattolico intransigente che Guareschi si sentì in dovere di scrivere. Lettere aperte, con il cuore in mano, scritte dall’autore al proprio personaggio. «Don Camillo: se Lei non si aggiorna e non la pianta di chiamare “senza Dio” i comunisti e di descriverli come dei nemici della Religione e della libertà, la Federazione Comunista Provinciale La sospenderà a divinis», lo ammoniva Guareschi.

Lo scenario che il più schietto autore cattolico del Novecento italiano descriveva in queste pagine era quello impietoso di una religione diventata consumismo, di fede vilipesa e di tradizione gettata alle ortiche per compiacere il mondo. Un cattolicesimo da operetta, nel quale gli altari storici vengono distrutti e sostituiti con le «tavole calde» postconciliari; un cattolicesimo nel quale le Messe sono state spogliate del sacro, frivole e modeste. «Messe ye-ye», le chiamerà il fondatore del Candido.

Copertina de L’Italia in graticola

A quelle Messe avrebbe dovuto sottostare il tetragono parroco di campagna. Ma, visto il personaggio, il vescovo gli aveva inviato un «pretino» che avrebbe dovuto affiancalo. «Don Camillo: si tratta di un prete giovane, ingenuo, pieno di commovente entusiasmo: perché non ne ha tenuto conto e l’ha cacciato fuori dalla chiesa a pedate nel sedere?».

Esiliato in montagna dal suo vescovo, don Camillo rimase intimamente «fermo all’ultimo papa medievale, quel Pio XII che oggi viene pubblicamente svillaneggiato dai palcoscenici». Ma fu obbligato a celebrare la Messa secondo il nuovo rito. Vallo a spiegare ai montanari ai quali era stato inviato come nuovo pastore! «Questi cittadini – dicevano – vorrebbero farci credere che Dio non capisce più il latino». Parrocchiani cocciuti come lui. Ma che non avevano gli obblighi di sottostare all’autorità ecclesiastica, e della nuova Messa non volevano sentir parlare.

Nel mentre, a Brescello il pretino vendeva le balaustre, i candelabri, gli angioletti, gli ex voto e tutto il resto. «Il ricavato è servito a sistemare in chiesa l’Altare nuovo, il radiogrammofono stereofonico, i microfoni, gli altoparlanti, l’impianto di riscaldamento, eccetera. Anche il suo famoso Cristo è stato venduto perché troppo ingombrante, incombente, spettacolare e profano». Guareschi però proprio non ce la faceva ad immaginare il Cristo parlante nelle mani di qualche Senza-Dio: lo immaginò nella mite cappella privata dell’avvocato Piletti. E nemmeno poteva immaginare il suo parroco d’assalto in cima ad una montagna: ipotizzò per lui un ritorno a Brescello, ancora una volta, dove avrebbe potuto celebrare la sua Messa in latino in clandestinità. «Don Camillo, tenga duro: quando i generali tradiscono, abbiamo più che mai bisogno della fedeltà dei soldati».

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