Un secolo prima dell’euro, l’Unione monetaria latina

I paesi aderenti all’Unione monetaria latina

Di: Giorgio Enrico Cavallo

L’euro è già esistito, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Senza l’Unione Europea, senza Maastricht e, soprattutto, senza la Bce. Per crearlo, bastò fondare un’unione monetaria nota come Unione Monetaria Latina, della quale, probabilmente, ben pochi hanno sentito parlare. Il motivo di questa “dimenticanza” è da cercarsi nel misero risultato dell’Unione, che pure partiva con obiettivi ambiziosi: placare le turbolenze sul mercato dei metalli preziosi e dar vita ad una convenzione che potesse unire le valute nazionali e favorire gli scambi commerciali tra i paesi membri, grazie a semplici regole comuni per la coniazione delle monete d’oro e d’argento, basate su quelle già in vigore in Francia con il franco, moneta-modello dell’accordo.

5 franchi francesi di Napoleone III

Premessa importante: all’epoca, in Europa circolava una pluralità di monete tale da fare la gioia dei collezionisti e costituire, al contempo, un vero cruccio per l’import-export. Basti pensare alla sola Italia pre-unitaria, nella quale ogni piccola nazione possedeva una propria moneta. Ognuna di queste monete, secondo logiche ancora di Ancien Régime, era suddivisa in modo diverso, non sempre seguendo un sistema decimale, con una nuova moltiplicazione di monete di taglio medio, piccolo e piccolissimo, talvolta note con il nome del sovrano che le aveva emesse. Un vero rebus, che gli Stati ottocenteschi iniziarono risolvere a partire dalla seconda metà del secolo. In Italia e Germania, le vecchie valute scomparvero con l’unificazione sotto il Piemonte e sotto la Prussia. Ma restava sempre il problema dei commerci europei. Così, nacque l’idea dell’Unione: il 23 dicembre 1865, a Parigi, Francia, Italia, Belgio e Svizzera (più tardi, nel 1868, si aggiunse anche la Grecia) si accordarono per dare vita a questa convenzione internazionale, che avrebbe funzionato in modo semplicissimo: facendo accettare la lira (o il franco o la dracma) come monete valide per gli scambi di merci in tutte le nazioni. Questo “prodigio” era possibile in un solo modo: ogni stato membro dell’Unione Latina avrebbe dovuto coniare moneta rispettando uno standard dimensionale, con lo stesso peso in grammi. Tale semplicissimo stratagemma rendeva incredibilmente più semplice i rapporti commerciali tra Stati, aggirando oltretutto i cambi gestiti dalle banche private.

5 lire di Vittorio Emanuele II

Per far ciò, i sistemi monetari dei paesi membri si basarono sul bimetallismo tra oro e argento, vale a dire la garanzia della convertibilità della moneta sia in oro che in argento, imponendo un rapporto fisso tra i due metalli. Dunque, per le unità monetarie di franco (Francia, Belgio e Svizzera), lira (Italia) e dracma (Grecia) si stabilì un valore intrinseco delle monete, con rapporto di 1:15,5 tra oro e argento e il conio di monete di ugual taglio in tutti i paesi: 100, 50, 20, 10 e 5 (franchi, lire o dracme). Il cambio tra le valute era, ovviamente, a tasso fisso e, cosa per noi contemporanei importante, si trattava di monete che godevano dell’assoluta possibilità di circolare all’interno dei paesi aderenti. Il signor Rossi avrebbe potuto comprare del pane a Bruxelles, Ginevra, Parigi od Atene pagando semplicemente in lire (moneta, poiché l’accordo non riguardava le banconote).

Successivamente, anche altri stati si adoperarono per adattare le proprie monete agli standard dell’Unione e finirono per entrare a farne parte con accordi bilaterali: Austria-Ungheria, Svezia, Russia, Finlandia, Romania, Spagna, Stato Pontificio, San Marino, Liechtenstein, Monaco, Creta. Si allinearono unilateralmente anche Serbia, Bulgaria, Venezuela, Perù, Repubblica Dominicana, Haiti, Indie Occidentali Danesi, Argentina, Brasile, Cile. Per rendere l’idea della portata dell’Unione, basti ricordare che, all’epoca, l’Africa era quasi tutta sotto il dominio europeo; così, anche la Tunisia, le Comore, il Congo e l’Eritrea adottarono gli standard. Fuori dall’accordo rimasero, in modo significativo, Inghilterra, Stati Uniti e Germania, cosa che alla fine provocò uno squilibrio dell’Unione Latina in rapporto al mercato globale.

Non solo: il buon esempio dato dall’Unione Latina portò anche i paesi nordici a fare altrettanto, creando l’Unione Scandinava (1873), alla quale aderirono Danimarca, Norvegia e Svezia. Un’unione più complessa di quella Latina, perché includeva anche le banconote.

5 dracme di Giorgio I di Grecia

Davvero l’Unione funzionava alla perfezione? Non esattamente: nonostante le buone prospettive iniziali, ben presto iniziarono i problemi particolari degli stati membri. Primo fra tutti, l’Italia, che aveva sostenuto le mostruose spese per l’unificazione nazionale (e si era indebitata follemente con le banche inglesi): costretta ad immettere nel mercato un’ingente quantitativo di carta moneta, l’Italia già nel 1866 adottò il corso forzoso e impedì la conversione della lira carta in oro. Ciò provocò, a cascata, “l’invasione” del mercato unionale di monete italiane: alla fine risultò più conveniente usare la lira carta in Italia e la lira moneta all’estero, e ciò provocò la conseguente scarsità di monete in Italia e la scomparsa degli spiccioli.

Qui bisogna introdurre la legge di Gresham, assunto secondo il quale “la moneta cattiva scaccia quella buona”, vale a dire la tendenza di accettare soltanto monete “buone” (non danneggiate o, nel caso ottocentesco, di metallo pregiato) pagando con monete “meno buone” (quelle danneggiate o di metallo meno pregiato). Le monete “buone” saranno trattenute e non immesse in circolazione, mentre le “cattive” continueranno a circolare e con tali monete avverrà il maggior numero di transazioni. Nel caso dell’Unione Latina, tale legge non si applicò soltanto con le monete italiane. Il problema si verificò a monte dello stesso trattato, soggetto alle oscillazioni del mercato: gli Stati avevano sì fissato una parità nominale tra oro e argento, ma alla fine fu il mercato ad indicare il valore reale dei metalli, in virtù della scoperta di nuovi ricchi giacimenti. Non soltanto: nel 1871 la Germania decise di passare ad un marco legato interamente all’oro, ritirando dalla circolazione le monete d’argento e immettendo così sul mercato un enorme quantitativo di metallo bianco, provocando un crollo del prezzo dell’argento nel mondo e un suo deprezzamento che continuerà per i decenni a venire. Fu così che l’Unione, nel 1878, per limitare i danni provocati dal bimetallismo, adottò di fatto quello che è oggi noto con il nome di gold standard (sistema alla cui base c’è una fissa quantità di oro), proibendo la coniazione di nuove monete di argento.

L’instabilità politica di fine secolo provocò via via la graduale tesaurizzazione delle monete d’oro, sostituite dalle banconote. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, tale fenomeno si enfatizzò e alla fine la stessa Francia, ispiratrice dell’accordo (che, si ricorderà, era basato sul modello del franco francese) adottò il corso forzoso e cessò di coniare nuove monete d’oro. Comportamenti analoghi furono adottati anche dal Belgio e alla fine, il 1° gennaio 1927, l’Unione si sciolse ufficialmente.

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