Torino, 1864: tutti i retroscena della prima strage di Stato 

Di: Giorgio Enrico Cavallo

I manifestanti di piazza San Carlo fuggono disordinatamente dai colpi di fucile dell’esercito e degli allievi carabinieri il 22 settembre

Una delle più gravi “macchie” sul Risorgimento, uno dei passi più oscuri e inquietanti della storia d’Italia, riguarda la doppia strage di Torino del 21 e del 22 settembre 1864. Un episodio che, a distanza di oltre 150 anni, continua ad interrogare i (pochi) storici che hanno deciso di indagare su questi fatti. Perché l’uccisione di 55 (almeno) cittadini che manifestavano pacificamente contro lo spostamento della capitale a Firenze non può passare sotto silenzio: i libri di storia non ne parlano quasi mai, e se lo fanno dedicano all’avvenimento un accenno assolutamente secondario. Invece, si tratta di cosa di primaria importanza per capire il modus operandi del Risorgimento italiano: che, lungi dall’essere una radiosa storia di liberazione di popoli, come normalmente viene dipinta dalla storiografia ufficiale, rappresentò la ghiotta occasione per pochi di arricchirsi e di gettare la base di longeve fortune politiche, e per molti segnò la caduta in mano ad un regime dalle forme ambigue, che non esitava ad eliminare i suoi figli per altri e non certamente nobili interessi.

Il massacro di Torino rappresenta un chiaro esempio della politica messa in atto dal nuovo stato italiano. Stato che nasceva, come noto, con le macchinazioni segrete di Cavour con Napoleone III, e che continuava a procedere con la stessa linea anche dopo la morte del Tessitore. Il trasferimento della capitale da Torino, infatti, era contenuto una clausola segreta della Convenzione con la Francia stipulata il 15 settembre 1864 dal governo Minghetti. A firmarla furono, per l’Italia, l’ex braccio destro di Cavour e ambasciatore a Parigi Costantino Nigra e il barone Gioacchino Napoleone Pepoli, grande ideatore del trasferimento della capitale da Torino in qualunque altra città d’Italia. Tutte, purché non Torino.

Non è d’altronde una sorpresa, a chi analizza la storia senza paraocchi, che vi fossero allora (e vi sono tutt’oggi) forti acredini nei confronti del Piemonte: all’epoca, in buona parte d’Italia esso era visto dal popolo come un conquistatore straniero, mentre dall’aristocrazia e dalla buona borghesia schierate per l’unità della penisola si guardava alla regione sotto le Alpi come ad una colonizzatrice burocratica, poiché tutto il potere era nelle mani dei piemontesi. Era dunque preciso interesse delle altre regioni d’Italia fermare quanto prima la piemontesizzazione d’Italia; intervento che riuscì proprio in occasione della Convenzione stipulata con Napoleone III.

«Mettersi in tasca le chiavi della città capitale voleva dire esser padroni del centro propulsore della nuova Italia – ha giustamente osservato Roberto Gremmo, lo studioso contemporaneo che maggiormente ha approfondito i fatti del 1864 – in seguito, si cercò di presentare la controversa decisione come una “imposizione” francese, per “scusare” i politici coinvolti e nascondere le loro manovre. Invece, non vi sono dubbi sul fatto che l’operazione anti-torinese non venne partorita dall’imperatore d’Oltr’Alpe»[1].

Lo spostamento non fu voluto da Napoleone III

Silvio Spaventa, sottosegretario all’Interno

Per oltre un secolo e mezzo, i libri di scuola hanno ripetuto che lo spostamento della capitale fu voluto da Napoleone III. Sarebbe stata, in pratica, una sorta di “garanzia” che, in questo modo, l’Italia avrebbe rinunciato a Roma capitale. Per quale motivo la garanzia dovesse essere lo spostamento della capitale da Torino in una città terza, è mistero che non viene mai spiegato. È evidente che dietro un atto così importante non potesse esserci il capriccio di un sovrano straniero, che si divertiva a cambiare le capitali straniere come le dame ad un gran ballo; e se ciò è evidente oggi, lo era ancor più all’epoca. Lo spostamento della capitale, infatti, fu deciso dal ministro dell’Interno Ubaldino Peruzzi, dal sottosegretario all’interno Silvio Spaventa e dal barone Gioachino Napoleone Pepoli, che lo mise nero su bianco. Il tutto, ovviamente, di concerto con il capo del governo, Marco Minghetti.

Sulla spregiudicatezza del Peruzzi, toscano, basti ricordare che, sotto i Lorena, era direttore della Ferrovia Leopolda. Cioè, era pagato dalla Toscana perché servisse la cosa pubblica del granducato, mentre lui lavorava per guadagnarsi un posto nel nuovo Stato italiano e, al momento del “referendum” per l’annessione, diramò una circolare interna facendo propaganda elettorale per i Savoia. Abusando, cioè, della sua posizione. Peruzzi sapeva di restare impunito, così come sapeva di restare impunito “don” Silvio Spaventa. Discutibile ministro di Polizia a Napoli nel corso del governo luogotenenziale di Garibaldi, uomo dalle amicizie ambigue (leggasi: la Camorra) e abituato alle macchinazioni politiche, Spaventa aveva trovato nel Peruzzi un buon amico. Ma sia Minghetti che Pepoli che Peruzzi che Spaventa erano accomunati da un innato risentimento verso il Piemonte, e intesi a guadagnare dalla particolare contingenza storica il più possibile.

Ubaldino Peruzzi, ministro dell’Interno

La Convenzione con la Francia era infatti l’occasione giusta per concretizzare un progetto che probabilmente risaliva ai primissimi mesi del regno d’Italia. D’altronde, che la capitale non dovesse restare a Torino in eterno non era mistero: già Cavour intendeva portarla a Roma; e Nigra, che di Cavour era il braccio destro, non aveva idee differenti. A farsi portavoce del trasferimento della capitale fu dunque Gioachino Napoleone Pepoli e Napoleone III accettò. Che le cose fossero andate così era risaputo, tant’è che se ne discusse perfino nella tesissima seduta del consiglio comunale di Torino la sera del 22 settembre (per voce del consigliere Scolpis, come si apprende dalla Gazzetta del Popolo di quel giorno).

Dunque, alla Convenzione fu aggiunta una clausola segreta e volutamente ambigua: «La Convenzione diventerà esecutiva sol quando il Re d’Italia avrà decretato il trasferimento della Capitale del Regno in quel luogo, che sarà susseguentemente stabilito da Sua Maestà. Il trasferimento sarà effettuato nel termine di sei mesi dalla data della Convenzione».

Il ministero dell’Interno contro Torino

Già si sapeva che la capitale sarebbe stata portata a Firenze? Probabilmente sì. Benché inizialmente fosse stata vagliata l’ipotesi di Napoli, caldamente sostenuta da Silvio Spaventa, Firenze sembrò più pratica per la collocazione geografica e per i convergenti interessi di Pepoli e di Ubaldino Peruzzi. Non a caso, fu proprio quest’ultimo (che, ricordiamo, all’epoca ministro dell’Interno) che diramò ai prefetti dell’Italia una circolare cifrata nella quale si invitava a promuovere dimostrazioni popolari in favore della Convenzione e del trasporto della capitale. «Dimostrazioni che ebbero luogo infatti dovunque in Lombardia ed in Toscana, a Bologna, nell’Italia meridionale, ed a cui il livore antipiemontese, diffuso specialmente nella classe media, finì per conferire un aspetto di vera spontaneità e di gioia sincera, che non poteva non offendere Torino e il Piemonte man mano che ne avessero notizia, provocando ivi una legittima reazione»[2].

Questa reazione, come è facile immaginare, ci fu. Anche se era ben prevista e sobillata ad arte da chi, in questo modo, intendeva dimostrare a tutta Italia che Torino non era città degna di mantenere il titolo di capitale. Il deputato Pier Carlo Boggio, a tal proposito, consegnò le sue riflessioni in un acceso dialogo con un amico, nel quale affermò: «Escandescenze, chiassate, tumulti, per metterci noi dalla parte del torto, e provocare in tutta Italia una reazione in favor del Ministero? Non vedi che questo appunto vorrebbero i signori ministri? Non vedi che hanno bisogno di un po’ di scandalo, per coprire con questo la vergogna propria?»[3].

A provocare furono anche i giornali, in primis la Gazzetta di Torino che si rivelò più governativa del governo stesso. Anche l’Opinione sposò la linea fiorentina.

Per giustificare lo spostamento, si disse che Torino era troppo vicina alla Francia e che sarebbe stata facilmente attaccata in caso di guerra. «Come? – annotò nuovamente Boggio – Facciamo un trattato colla Francia, un trattato il quale, secondo voi, restringe e rassoda i vincoli dell’alleanza italo-franca; un trattato per il quale la Francia ci favorisce fino a prometterci di abbandonare Roma, il Papa e il potere temporale… ed una delle clausole di questo trattato di amicizia colla Francia, sarà che la capitale si porti a Firenze, perché è a temere che la Francia – l’amica Francia – invada ed occupi Torino!!! Signori ministri, voi le sballate troppo grosse!»[4].

Due giorni di sangue

Gli avvenimenti di piazza San Carlo nel pomeriggio del 21 settembre

La dinamica degli eventi di piazza Castello, il 21 settembre, e di piazza San Carlo, il 22, è nota e qui sarà soltanto brevemente riassunta. Il 21 i disordini iniziarono davanti alla tipografia della Gazzetta di Torino, in piazza San Carlo: qui, la folla si accalcò davanti al giornale, accusato di essere palesemente menzognero e di aver offeso l’orgoglio cittadino plaudendo allo spostamento della capitale a Firenze. Immediatamente, giunse un nutrito numero di energumeni che iniziarono a picchiare i presenti; pochi attimi dopo, ecco giungere le guardie di Pubblica Sicurezza con le daghe sguainate. Sguainare la daga non era cosa da poco: si usava come ultima spiaggia, non per sedare una scazzottata in piazza. La notizia, come è logico, suscitò lo sdegno della cittadinanza: era considerato un insulto verso Torino e i torinesi.

Se proprio avessero voluto sedare dei moti violenti, i questurini potevano usare altri metodi. Addirittura, poteva essere chiamata la Guardia Nazionale che, essendo composta dai classici “padri di famiglia” era molto rispettata a Torino, più incline a risolvere le cose con metodi gentili e senza dubbio aveva l’unanime rispetto della cittadinanza. Così non era per la Questura, che già aveva rivelato la sua corruzione nella gestione del caso Cibolla [vedi l’articolo su Altrastoria.it].

La Guardia Nazionale, però, non fu mobilitata. Come e perché nessuno ritenne di farla intervenire in quei giorni confusi è un enigma mai risolto. Invece, furono chiamati i Carabinieri a dar man forte alla Questura. Ma non Carabinieri qualunque, bensì gli allievi. Impreparati. Inesperti. Con il senno di poi, è facile pensare che si fosse preparato il capro espiatorio per il parapiglia che puntualmente accadde. Infatti, la sera del 21, furono proprio loro a sparare sulla folla che in piazza Castello si era radunata numerosa.

La strage in piazza Castello la sera del 21 settembre

Perché spararono? Si disse che la folla minacciava l’Arma, ma in realtà così non fu. Numerosi testimoni affermarono di aver udito distintamente un colpo isolato, pochi istanti prima della sparatoria in piazza. Da dove proveniva? «L’avvocato barone Chionio, presente in piazza, ove, data la sua posizione, s’era ben guardato dal mischiarsi a quella turba vociante, fece un’affermazione gravissima che, data la fonte, rappresenta un duro atto di accusa. A suo dire, quel colpo isolato era stato sparato “dalla linea dei carabinieri, ma più facilmente dietro questa linea, e forse anche dal Ministero dell’Interno”. Sarebbe stato una sorta di segnale […]»[5].

L’indomani, in piazza San Carlo si ripeté il massacro, in misura ancora maggiore. È di grande impatto la descrizione che ne fece la Gazzetta del Popolo, il 23 settembre: «Verso le nove in circa entrano nella piazza a migliaia di dimostranti. Alcuni, cioè i provocatori, tirano contro gli allievi carabinieri sassate e due colpi di fuoco. Allora alla sfilata e senza ordine gli allievi carabinieri escono dalla Questura e si dispongono sulla piazza facendo fuoco senza intimazione, tenendovisi autorizzati dai colpi avuti. Sopra una folla compatta ogni colpo fa una vittima ma l’orrore si accresce per un caso inaspettato. Gli allievi carabinieri s’erano ordinati in modo che parte obliquamente mirava ai portici a levante, parte a quelli di ponente. Ciò fa sì che mentre le palle tirate più a basso colpiscono cittadini, altre o più alte o passando nei vani vanno a ferire di qua di là i soldati, e atterrano tra gli altri il colonnello del 17° di fanteria colpito mortalmente sotto un orecchio. I soldati credendosi colpiti anch’essi prendono l’armi e sparano alla loro volta sopra la moltitudine presa da tre parti. Ma essendo essi schierati a fronte gli uni degli altri si feriscono anche tra loro! L’atroce spettacolo che allora presenta Piazza S. Carlo si può meglio immaginare che scrivere. La folla inerme fugge ma 27 cadaveri (oltre a quelli dei soldati) lasciando lunga e sanguinosa traccia. Il numero dei feriti più o meno gravemente è in proporzione. I calcoli più bassi accennano ad una sessantina. La piazza ha l’aspetto d’un macello di carne umana. I cadaveri dopo essere stati lasciati qua e là alcun tempo, vengono ammucchiati parte contro il monumento (nuovo piedistallo) parte altrove, e solo più tardi vengono trasferiti all’ospedale. Lo stesso de’ feriti. Alcuni debbono aspettare i soccorsi per impossibilità di muoversi. Ma non c’è pensato a preparare ambulanze e i soccorsi non vengono che tardi»[6].

Per due volte in due giorni, l’ordine di far fuoco sulla folla non fu dato da nessuno. Può tutto ciò essere frutto di sola impreparazione? Sì, secondo uno dei principali protagonisti di quei giorni, Marco Minghetti. Il ministro dell’Interno, senza esitazione, affermò che «i fatti di piazza Castello furono in parte effetto dell’inesperienza degli allievi carabinieri […] quanto poi ai fatti di piazza S. Carlo, io non ho mai saputo spiegarmene la origine»[7].

Agitatori e provocatori prezzolati

Pier Carlo Boggio

Perché accadde ciò che accadde? I torinesi non spararono né provocarono la reazione armata. Reazione, è bene ripeterlo, smisurata. Invece, fin da subito fu chiaro che in città, in quei giorni, giravano dei provocatori molti dei quali evidentemente non piemontesi, con lo scopo di stimolare la reazione delle guardie di Pubblica Sicurezza e degli allievi carabinieri. Testimoni «soggiungevano essersi visto andar attorno certe faccie di bravacci, nerboruti, robusti, risoluti; e qualche deputato di là, avendo riconosciute alcune ciere di antichi sgherri dello ex-reame [di Napoli, n.d.a.] averli interrogati del come e del perché fossero in Torino ed esserglisi risposto averli qui chiamati Don Silvio Spaventa. E si dicea che in mezzo alla folla inerme, e per nulla minacciosa ed ostile, eransi notati alcuni agenti provocatori che soffiavano nel fuoco della pubblica commozione, e cercavano spingere le cose là dove non era nei desideri del popolo congregato che andassero»[8], riferì il deputato Boggio, che impegnò praticamente i suoi ultimi due anni di vita (morì nel 1866) per ottenere giustizia e sapere la verità. Di alcuni di questi «bravacci» abbiamo anche il nome: sarebbero tali Alessandro Ribotta e Francesco Gauthier[9], feriti in piazza (Gauthier morì poco dopo), che ammisero di essere degli «agenti di polizia», termine che all’epoca era usato sia per le spie che per gli agitatori politici. Anzi: come abbiamo già avuto modo di osservare narrando i retroscena del caso Curletti [Leggi l’articolo pubblicato su Atrastoria.it], la polizia politica cavourriana si serviva diffusamente di questi provocatori che dovevano manifestare “a comando”, per spingere le piazze a comportarsi in un modo o in un altro.

Gremmo riferisce, nel suo studio, della presenza a Torino, in quei giorni, di tal Giuseppe Luciani, di origine romana: un ex volontario garibaldino, nota “testa calda”. Anni dopo, fu accusato di aver freddato il giornalista Raffaele Sonzogno e, nel corso del processo, venne alla luce il suo passato di “patriota” di giorno e delinquente di notte. Si scoprì che, proprio nei giorni del massacro di Torino, Luciani era in città «e non si limitava ad infiammare le riunioni dei liberali ma se la faceva con una banda di delinquenti che si davano convegno nella sordida stamberga di un calzolaio, certo Cecconi. […] Date le caratteristiche dei personaggi che ruotavano attorno al Luciani (gente di fuori, malvestiti, “fegatacci” pronti a tutto) non si dev’esser lontani dal vero nel sospettare che “qualcuno” abbia trovato fra loro la manovalanza che diede principio agli scontri»[10].

I provocatori prezzolati erano d’altronde numerosi, in quei giorni di sangue: chi altri potevano essere gli energumeni che inscenarono una scazzottata in piazza San Carlo per far intervenire le guardie di P.S. con la daga sguainata? E chi erano gli avventurieri, capaci di rischiare in primis la propria vita, che si mescolarono tra la folla per provocare la tragica reazione delle forze dell’ordine? Gente così non doveva aver niente da perdere.

Che il pandemonio di Torino non fosse un caso e che i torbidi rispondessero ad ordini precisi, trova spazio in numerosi cronisti contemporanei stranieri (dunque, più imparziali degli italiani). In particolare, il francese Charles de La Varenne merita un approfondimento, poiché questo coraggioso autore dedicò ampie pagine alla strage di Torino e, esattamente come il deputato piemontese Boggio, trovò rapida morte nel volgere di nemmeno un paio d’anni. Dell’interessamento di La Varenne e del suo caso daremo notizia in un ulteriore articolo (Leggi l’articolo su Altrastoria.it).

Le colpe delle Guardie di P.S. e degli allievi Carabinieri

Il capo del governo, Marco Minghetti

A questo punto, merita spendere due parole riguardo alle mancanze e alle gravi colpe delle forze dell’ordine. Infatti, otre ai provocatori, la colpa fu decisamente anche delle guardie di P.S. e degli allievi Carabinieri. «Già nei primordi della sera [del 21, n.d.a.] il contegno di alcuni carabinieri fra quelli che erano in piazza S. Carlo avea dato luogo a gravi apprensioni. A più riprese essi aveano investito, coi fucili abbassati e baionette in canna, alcuni gruppi di cittadini inoffensivi […] gli allievi carabinieri schierati in piazza Castello aveano nel loro contegno un non so che di provocante, che facea presentire che dovea andr a finir male»[11].

Alcune spontanee domande: perché gli allievi carabinieri spararono senza ricevere un ordine chiaro? Perché questo atteggiamento deliberatamente violento, visto, annotato e denunciato da tanti testimoni? I sospetti che la strage non sia stata il frutto di una avventatezza, magari dalla scellerata paura che invase le forze dell’ordine facendo loro sparare per legittima difesa, ma che fu cercata a tutti i costi per preciso ordine ministeriale, sono forti e non possono essere cancellati dal modesto comunicato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale:

«Gravi disordini perturbarono ieri la tranquillità della città di Torino. verso le due pomeridiane vari assembramenti si vennero formando in alcuni punti della città. Essendo stata tentata un’aggressione all’ufficio della Gazzetta di Torino in piazza San Carlo, un drappello di guardie di P.S. disperse l’assembramento facendo uso delle sciabole. Per questo fatto deplorevole il Governo ha immediatamente ordinato un’inchiesta giudiziaria sulla condotta degli agenti di P.S.

Più tardi il tumulto in quella piazza divenne minaccioso contro l’ufficio della Questura che ivi siede. Oltre a parecchi soldati e tre ufficiali feriti a colpi di pietra si avevano già a deplorare tre uccisioni di due supposti agenti e di una guardia di P.S. quando sventuratamente una folla di persone armate di bastoni, di sassi ed alcune di pistola, avendo voluto forzare uno squadrone di allievi carabinieri situato fin dal principio della sera in piazza Castello, tentando di disarmarli, ed investendoli violentemente, questi fecero per propria difesa e senza comando una scarica di fila per le loro armi. La folla si disperse immediatamente. Si rinvennero dieci morti e vari feriti tra i cittadini. Vari carabinieri erano stati feriti con bastoni e pietre, fra i quali cinque gravemente. Finalmente la calma si ristabilì dopo la mezzanotte, anche col concorso di alcune pattuglie e di un drappello di Guardia Nazionale, che fu lasciato a difesa della Questura»[12].

Fu dunque detto che gli allievi carabinieri spararono per difesa, quando invece la cronistoria della giornata rivela notevoli abusi da parte delle forze dell’ordine. E la Guardia Nazionale? Come detto, non fu schierata. Di più: dopo i fatti del 21 settembre fu allontanata. «Il Municipio di Torino propose al Ministero dell’Interno di sostituire la truppa nel servizio interno della città con la Guardia Nazionale ma, più tardi, per accordi tra il generale Della Rocca e il Ministro Peruzzi, si decise il ritiro della Guardia Nazionale e il servizio d’ordine rimase affidato unicamente all’esercito e alla Polizia»[13]. Errori su errori. Il tutto, in una città tradizionalmente tranquilla, che mai si era ribellata, e dove dunque il buon senso avrebbe consigliato ben altra reazione.

Le indagini insabbiate e la conclusione: fu una Strage di Stato

L’Unità Cattolica del 24 settembre 1864

Il re, che in tutta questa vicenda fu totalmente assente, in seguito ai gravi fatti di Torino ebbe la determinazione di sciogliere il governo. Tutto si sarebbe risolto così se non fosse stata richiesta a più voci un’inchiesta approfondita sull’eccidio. Nessuno pagò: nel 1865, tutti gli arrestati furono liberati da un’amnistia.

Quando Rosso e Gabotto, a inizio Novecento, vollero cercare qualcosa di più sugli avvenimenti del settembre 1864, ebbero l’amara sorpresa di scoprire che gli otto volumi dell’inchiesta giudiziaria, ampiamente citati negli anni immediatamente successivi alla strage, erano… scomparsi dagli archivi della Camera.

Riproponendoci di verificare di persona, resta la sensazione che le due giornate di Torino non siano state il frutto del caso, bensì siano state pensate e cercate affinché si dimostrasse all’Italia e all’Europa che a Torino non poteva restare la capitale d’Italia. Non in una città violenta, in piena sommossa popolare, che aggredisce le guardie e che dimostra tutto il suo livore campanilistico. Sappiamo che non fu così e che le manifestazioni di piazza furono fatte degenerare ricorrendo ai criminali soliti noti che la Questura di Torino conosceva bene, oltre ad un certo numero di forestieri. Che si trattasse di un’azione sordida, volta a privare Torino del ruolo di capitale ed arricchire i cospiratori, era d’altronde ben noto anche ai contemporanei più onesti. Bastino le durissime le parole de L’Armonia, foglio cattolicissimo e che, a rigor di logica, avrebbe dovuto tessere gli elogi di un accordo italo-francese che salvaguardava l’integrità degli Stati del Papa grazie ad uno spostamento della capitale: «La Convenzione colla Francia è un tradimento che invano si cerca di coprire coll’apparato ingannatore di ragioni di Stato […] è un insulto al Piemonte, uno sfregio insolentissimo e beffardo, che quattro scherani venuti dai covi massonici lanciano sul viso del nostro popolo»[14].

Un tradimento pagato con il sangue dei civili. Non si sa nemmeno quanti furono esattamente: i numeri variano a seconda dei testi consultati. Di certo, furono almeno 55 più un centinaio di feriti, molti gravi. Poveracci che pagarono con la vita il desiderio di una masnada di cospiratori che vollero così giustificare la necessità che l’Italia cambiasse capitale.

 

Note:

[1] R. Gremmo, La prima strage di stato, le giornate di sangue di Torino del 21 e 22 settembre 1864, Storia Ribelle, Biella, 1999, p. 44.

[2] P.C. Boggio, Firenze è Roma? Agenzia Compaire Editrice, Torino, 864, p. 16. Consultabile qui.

[3] Ivi, p. 20.

[4] Ivi, p. 26.

[5] R. Gremmo, op. cit., p. 72.

[6] Gazzetta del Popolo, 23 settembre 1864. Consultabile qui.

[7] Cit. in: AA.VV. Emanuele Luserna di Rorà, la famiglia e il suo tempo da Bene Vagienna a Torino all’Italia, Atti del convegno di Studi Torino-Bene Vagienna 4-5 maggio 2007, Centro Studi Piemontesi, 2008, p. 191.

[8] P. C. Boggio, Lettere ad Emilio Oliver, Tipografia Favale, Torino, 1864, p. 60. Consultabile qui.

[9] R. Gremmo, op. cit., p. 89.

[10] Ivi, pp. 94-95.

[11] P. C. Boggio, Lettere ad Emilio Oliver, op. cit., p. 61.

[12] Ivi, pp. 48-49.

[13] M. Julini, P. Valer, La Polizia di Torino Capitale dal 1848, dalla nascita della Polizia alle notizie sui Commissariati della Questura di Torino, Daniela Piazza Editore, Torino, 2014, p. 207.

[14] L’Armonia, 20 settembre 1864.

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