Quando l’Inquisizione romana salvava le streghe dal rogo

Francisco Goya, Il sabba delle streghe (1821-1823)

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Caccia alle streghe. Un argomento di attualità nel mondo contemporaneo, stranamente affascinato da uno strano mix di occulto e di mistero che è confluito in romanzi, film e naturalmente nella moda di Halloween. Peccato che sulla caccia alle streghe la conoscenza sia spesso talmente superficiale da rendere questo argomento complesso, sfaccettato e articolato una patetica fiera del luogo comune. Luogo comune, diciamolo, che trova la sua origine tra Sette ed Ottocento, epoca nella quale la caccia alle streghe diventò un argomento utile per accusare la Chiesa; a quest’epoca risalgono anche molte delle immagini di processi e autodafé, create apposta per alimentare questa visione sinistra dell’Inquisizione.

Proprio a partire dall’Illuminismo, si è sostenuto a più riprese che la Chiesa Cattolica mandò al rogo decine, se non centinaia di migliaia (o milioni!) di streghe in tutta Europa; tali affermazioni non sono però supportate da nessuna fonte attendibile. Il primo errore, però, è legato all’imputato numero uno della caccia alle streghe: l’Inquisizione. Perché in realtà fu proprio l’Inquisizione (e, di riflesso, la Chiesa) che limitò il dilagare di quella che, specie nei decenni tra Cinque e Seicento, era ormai diventata una vera ossessione in tutta Europa.

Il caso italiano è poi oltremodo peculiare. Qui non soltanto la Chiesa cercò di mediare con le autorità, ma si dimostrò oltremodo cauta nel suo agire, quasi intraprendendo una condotta garantista nei confronti degli imputati. Come ha giustamente osservato l’eloquente Giovanni Romeo, «Cautela, esigenza di non farsi fuorviare, in un campo minato da dubbi e da inganni, necessità di contrapporre regole certe a un indiscriminato furore persecutorio che sale dal basso e trova facile sfogo in giudizi sommari: ecco le linee sulle quali si muove la repressione della stregoneria in buona parte dei tribunali inquisitoriali italiani nel tardo ‘500»[1].

La caccia alle streghe? Tra i protestanti

Volgendo lo sguardo altrove, si osserva che nell’Europa “riformata” luterani e calvinisti furono ben più spietati dei cattolici. La “prova” storica è nella nota avversione di Martin Lutero per il mondo rurale e contadino che, in caso di sovversione, andava spazzato via senza pietà; usando le sue parole, i contadini andavano ammazzati «come cani arrabbiati»[2]. Le streghe facevano essenzialmente parte di quel mondo contadino, e la Germania, ancora fortemente legata alle sue tradizioni ancestrali, era il luogo perfetto perché si potesse scatenare la follia della caccia alle streghe. Proprio in Germania, lungo il corso del fiume Reno, furono accesi la maggior parte dei fuochi, specie tra il 1580 e il 1640. Nella relativamente poco popolosa Scozia, i processi furono ben tremila (nessuno, prima della Riforma protestante). Addirittura, la caccia alle streghe si sviluppò in Svezia in epoca ben più recente: nell’ultima parte del Seicento. È dunque nel Nord Europa, luterano, anglicano e in generale protestante, che si sviluppò la caccia alle streghe. Nell’Europa cattolica, contrariamente a tutto ciò che è confluito nel nostro immaginario, si verificò una “caccia” assai moderata. «Si deve comunque sottolineare come Inquisizioni centralizzate, quali furono quelle spagnola o del Sant’Uffizio romano, ebbero in genere il merito di condurre processi accorti e non giungere a condanne avventate di presunti maghi e streghe. Difatti, la Spagna e l’Italia furono meno colpite da cruente “caccie alle streghe” rispetto ad altre regioni d’Europa, sebbene non mancarono eccezioni, generalmente in aree marginali»[3].

Queste aree marginali furono in particolare le valli Alpine (il Trentino in particolare), i paesi Baschi e pochi altri luoghi, magari arroccati e poco accessibili, nei quali la psicosi della fattucchiera che avvelenava i campi o malediceva le case assunse caratteristiche da psicosi collettiva (emblematico è il caso italiano di Triora). In Italia specialmente, anche in questi casi l’inquisizione parve cauta e dubbiosa, interessata più alle eresie che ai sabba. «L’andamento complessivo della repressione inquisitoriale della stregoneria nell’Italia degli ultimi decenni del ‘500 è insomma largamente anomalo rispetto alle linee di tendenza europee. Per quanto si propenda oggi, giustamente, ad escludere l’ipotesi di un modello unico di caccia alle streghe, non è meno vero che quasi tutta l’Europa, tranne forse la penisola iberica, conobbe, soprattutto a partire dall’ultimo ventennio del ‘500, la fase di repressione della stregoneria più sanguinosa della sua storia. In Italia, invece, la spinta prevalente, già nel corso del settimo decennio del secolo, va decisamente nella direzione opposta. E sono proprio i tribunali inquisitoriali ad esprimere questi orientamenti, spesso in netta contrapposizione, anche nel merito delle dinamiche repressive, con autorità secolari intenzionate a usare la maniera forte, allineate in questo alle tendenze di gran parte dei tribunali europei, secolari e non»[4].

Per capire il perché di questa “anomalia cattolica”, e nella fattispecie italiana, vanno considerati alcuni elementi. Nel mondo cattolico, bisogna precisare che la stragrande dei processi furono condotti non dal tribunale dell’Inquisizione, ma dai tribunali laici. Per capire il perché, basti pensare alla difficoltà di inquadrare il “reato” commesso dalla strega: rientrava nella sfera civile o in quella religiosa? O, spesso, toccava entrambe? Il primo ad intervenire, per ovvia presenza sul territorio, era il potere civile, che spesso si scontrava con quello religioso, interessato più a stanare gli eretici che a colpire le presunte streghe. È dunque un’idea squisitamente illuminista quella che fu la Chiesa a firmare le condanne a morte: esse furono emanate, nella gran parte dei casi, dai giudici civili.

Inquisitori e tortura

L’Inquisizione era affidata agli ordini mendicanti, specialmente i domenicani, i più colti e preparati per affrontare problemi anche spinosi, come potevano essere i processi per stregoneria. Va anche detto che i processi non erano aperti d’ufficio, bensì scaturivano da precise denunce di singoli: i giudici inquisitori non sembravano, dunque, preoccupati a tal punto dalla pratica stregonesca da promuovere istituzionalmente una persecuzione su vasta scala[5].

E la tortura? Essa non era certamente prerogativa dell’Inquisizione; anche nel Diritto romano, d’altronde, la tortura era considerata non solo normale, ma ovvia. Nuovamente, va detto che i tribunali laici ricorsero abitualmente alla tortura fino a Settecento inoltrato. Il ricorso alla tortura non era comunque gratuito: era piuttosto una extrema ratio. I giudici ricorrevano ad essa qualora fossero stati dubbiosi nei confronti di un imputato che non aveva confessato, nel caso in cui le prove non fossero sufficienti a liberarlo. C’erano anche categorie di persone per le quali la tortura non era applicabile: non soltanto i nobili o i militari o i chierici, ma anche gli anziani, i bambini e le puerpere. Anche chi aveva malattie o difetti tali da impedirgli di sopportare la tortura poteva essere dispensato[6].

Niente “Vergini di Norimberga” (Leggi l’articolo su Altrastoria.it) e altra paccottiglia che costituisce i “preziosi tesori” dei musei della tortura: nella stragrande maggioranza dei casi sono invenzioni di epoca illuminista o ottocentesca. Piuttosto, i giudici ricorrevano ai tratti di corda, alla veglia ininterrotta per un certo numero di giorni, al fuoco sotto i piedi dell’inquisito.

Un caso famoso: Triora

Il paese di Triora, nell’Appennino ligure

Il caso forse più famoso della caccia alle streghe in Italia è quello di Triora, paesino dell’entroterra ligure sconvolto da un processo lunghissimo e complicato dalla sovrapposizione dei poteri ecclesiastico e civile.

I fatti di Triora[7] ebbero inizio nel 1587, quando il podestà Stefano Carrega chiese un intervento inquisitorio nel piccolo comune appenninico; intervento, si badi, richiesto dalla stessa comunità. In poco tempo, le prime venti donne accusate e inquisite fecero altri nomi, raggiungendo il considerevole numero di circa cento donne, appartenenti anche alle famiglie benestanti. Due donne – di una sola, Isotta Stella, si conosce il nome – morirono durante gli interrogatori; una di esse per aver cercato scampo gettandosi da una finestra. Le procedure, inizialmente, furono iniziate dal vescovo di Albenga Gerolamo Del Pozzo; l’8 giugno 1588 arrivò però da Genova il commissario straordinario della Repubblica, Giulio Scribani. Fu proprio Scribani ad enfatizzare il caso di Triora, sinceramente convinto della necessità di non usare pietà, estendendo le indagini anche a Ventimiglia, San Remo, Castelfranco, Montalto. Vista la dicotomia tra poteri ecclesiastico e civile, le accusate sarebbero state prima processate dal giudice ecclesiastico e subito dopo da quello della Repubblica; Scribani chiese le condanne a morte. L’Inquisizione cercò di intervenire per competenze di foro; fu contattato il potente cardinal Santoro, al fine di rivedere la pena capitale. Per Santoro, Scribani aveva abusato del suo potere, usando metodi crudeli e feroci. Per il governo genovese, i processi erano ormai giunti al termine e non era possibile rivederne gli esiti, se non per una grazia; ma, vista l’insistenza e la potenza del cardinal Santoro, la Repubblica accettò di riaprire i fascicoli. Infine, furono emesse le sentenze e nessuna condanna a morte fu eseguita. La pietà del Sant’Uffizio emerge anche dal trattamento che richiese per la salma della povera Isotta, morta durante le torture, il cui corpo era stato gettato in un letamaio: ordinò che fosse sepolta degnamente[8].

Il Sant’Uffizio, quindi, riuscì nella sua attività moderatrice, prediligendo la salvezza dei sudditi della Repubblica; linea ormai perseguita dall’Inquisizione romana almeno dalla seconda metà del Cinquecento.

Riassumendo

Pare chiaro che la leggenda nera dell’Inquisizione che arse vive milioni di streghe sia da accantonare. I processi, anzi, erano straordinariamente moderni per l’epoca: a tutela dell’imputato, furono introdotte dall’Inquisizione anche le giurie popolari. Ogni processo era registrato, il ricorso alla tortura fu limitato (ma non precluso), bandendo le mutilazioni permanenti ed evitando quanto possibile di attentare alla vita dell’imputato. Insomma: in Italia il Sant’Uffizio servì da argine contro gli abusi del potere laico (come nel caso di Triora); ne è prova che le streghe affidate al braccio secolare dal Sant’Uffizio in Italia, Spagna e Portogallo furono pochissime: appena 49 in Spagna, 36 in Italia e 4 in Portogallo[9]. Nuovamente, si tratta di dati emersi dai documenti in nostro possesso; ma anche volendo raddoppiare, triplicare o decuplicare tali numeri, non si raggiungerebbero nemmeno lontanamente le cifre impressionanti che circolano in rete e in pubblicazioni pseudo-scientifiche.

 

Note:

[1] G. Romero, Inquisitori, esorcisti e streghe nell’Italia della Controriforma, Sansoni Editore, Firenze, 1990, p. 37.

[2] M. Lutero, Scritti politici, Utet, Torino, 1978, p. 515.

[3] F. Cardini, M. Montesano, La lunga storia dell’Inquisizione, luci ed ombre della “leggenda nera”, Città Nuova, Roma, 2007, p. 109.

[4] G. Romero, op. cit., p. 62.

[5] G. Romero, op. cit., p. 41.

[6] F. Cardini, L’Inquisizione, Giunti, Firenze, 1999, p. 41.

[7] Ricostruisco la storia dall’essenziale volume che contiene i testi dei processi: AA.VV., La causa delle streghe di Triora, Pro Triora Editore, Arma di Taggia, 2014.

[8] Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede, Santo Offizio, Decreta 1589, c. 50r; in: AA.VV., op. cit. p. 30.

[9] P. Portone, Il giudice zelante e l’inquisitore tollerante: perché a Triora non si bruciarono più le streghe?, in: AA.VV., op. cit. p. 33.

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