30 settembre 1860: Isernia insorge contro l’Italia unita

Di: Giorgio Enrico Cavallo e Alfredo Incollingo

«Pettorano, Carpinone, Isernia, meritereste che su di voi non venisse più né pioggia né rugiada, fin che durerà la memoria dei nostri, ingannati e messi in caccia e uccisi pei vostri campi e pei vostri boschi!»[1]. Così scriveva Giuseppe Cesare Abba nelle sue “noterelle” della spedizione garibaldina, pubblicate con il titolo Da Quarto al Volturno.

Stefano Jadopi

Ma cosa era avvenuto ad Isernia? Ad Isernia, in Molise, i liberali conquistarono il totale controllo della città e del suo distretto all’indomani dell’impresa garibaldina nel Mezzogiorno d’Italia. A capitanarli vi era il nobile Stefano Jadopi, già parlamentare napoletano, che si distinse per una politica apertamente antiborbonica; diventerà parlamentare nel regno d’Italia[2]. Fu lui ad organizzare il comitato di accoglienza al re Vittorio Emanuele II, che sarebbe transitato a Isernia per raggiungere Garibaldi a Teano. Gli iserniani, fedeli ai vecchi sovrani, guidati dai pochi borghesi borbonici rimasti in città, insorsero il 30 settembre 1860. Tesero un agguato a Stefano Jadopi, ma venne ucciso per sbaglio suo figlio Francesco. Isernia era in mano agli insorti; l’addetto municipale alla distribuzione del grano, Raffaele Falciari, fu linciato dalla popolazione con l’accusa di aver abusato delle donne del circondario, di aver strappato gli scudi borbonici dei palazzi orinandoci sopra e di aver fatto “fucilare” la statua del re Francesco II[3].

Il 4 ottobre, entrò in città il governatore Nicola De Luca alla testa di 500 uomini di una raccogliticcia Guardia Nazionale composta da volontari. Sua preoccupazione fu di riportare l’ordine nel più breve lasso di tempo possibile.

«Noi, Nicola de Luca

Governatore della provincia di Molise per virtù dei poteri straordinari conferitici dal dittatore con rescritto de’ 17 settembre scorso, ordinamo quanto segue:

  1. Mettiamo la città d’Isernia in istato d’assedio;
  2. Decomponiamo la guardia nazionale per quindi ricomporla con altri elementi;
  3. Sarà a carico della città, e de’ principali reazionarii la tassa di DUCATI DODICIMILA da pagarsi prontamente per spese della presente spedizione;
  4. Il consiglio di guerra per la punizione de’ colpevoli e principali reazionarii sarà composto da’ signori … d. Gianfilippo Ghirelli, d. Giacomo de Sanctis, d. Gaetano Romano etc.

Data in Isernia 4 ottobre 1860

Nicola de Luca».

Quel Giacomo de Sanctis citato tra i membri del consiglio di guerra sarà protagonista del saccheggio al palazzo vescovile, dimora di monsignor Gennaro Saladino: rubarono la croce d’oro, i sacri arredi, il vincastro, le argenterie, perfino le elemosine per i poveri. «Rinnovasi il martirio de’ primi tempi del cristianesimo; il vecchio prelato è strappato, battuto, minacciato di morte a piè degli altari nella sua chiesa cattedrale, dove prega fervorosamente pel suo gregge, e pe’ suoi percussori; il teologo del Vecchio ivi presente svia il colpo d’arma da fuoco diretto contro il vescovo, che impotente per età senile a correre come vorrebbero que’ vandali è trascinato per le braccia, e spinto ed urtato per dietro: tra l’atterrita popolazione una donna, Carmina di Gneo, moglie di Francesco Perpetua, è colta ed uccisa con colpo d’arma da fuoco, mentre la figlia riporta uno sfregio al volto, per aver dato un grido di compassione in vista delle sevizie e de’ maltrattamenti su la persona del loro amato Pastore, che valicata quella penosa via crucis dalla Chiesa fino al pretorio dove impera de Luca, è per costui ordine incarcerato in una stanza senza conforto alcuno»[4].

Palazzo Jadopi distrutto dopo la rivolta di Isernia

L’indomani, fecero ingresso in città le truppe borboniche. De Luca fuggì ma non tutti i suoi uomini riuscirono a fare altrettanto, rifugiandosi in palazzo Jadopi. «La feroce plebaglia entrata in Isernia (5 ottobre) corse difilata come per istruzione avuta verso il Palazzo Jadopi. Era chiuso, e per entrarvi scassinò le porte di alcuni sotterranei; da quelli rovinando ogni ostacolo penetrò ed ascese ai piani superiori. Fece man bassa su tutto, lacerando arredi, dilaniandoli, a chi primo afferrare potesse le stoviglie, gli arnesi, i metalli di argento, rame e ferro, i mobili, le scuderie, rutto rubando, tutto saccheggiando! Ma quello che la storia vuole scrupolosamente registrato si è il fatto, che mentre la gente ladra dilapidava il prezioso e l’utile degli appartamenti, altra ma più maligna spostava la biblioteca e l’archivio di famiglia, nulla rimanendovi di carte, di manoscritti, di processi, di libri, di platee. Il patrimonio di casa Jadopi da molti emuli di quella ingrata terra venne sempre invidiato: era ben naturale che profittando dell’avversità politica contro l’infelice famiglia, avessero fatto sparire i titoli d’origine, e ciò che poteva formare genesi istorica di vari fatti. […] In tale strepito ed avvicendarsi del saccheggio, venne appiccato il fuoco in più lati del maestoso edifizio; il quale veniva quasi preceduto dalla fiamma che dalla parte inferiore elevavasi. Molti dei medesimi saccheggianti si salvarono a stenti, taluni attraversando le voragini delle fiamme: altri precipitandosi dai balconi riportando dalla caduta slogature, ferite, e fratture negli arti. Ma l’incendio diventava più terribile. Tra fumo nerissimo e crepitante s’inoltravano le voragini di fuoco per le sale, per gli androni, per la magnifica scalinata. Rotolanti per le volte fino a che bruciate le travature con terribile fracasso rovinavano travi, volte, pavimenti e tetti da rimanere le sole mura coperte di fuoco, di fumo, e di fiamme, qui e colà ove qualche avanzo di materia accensibile restata vi fosse»[5].

Ad organizzare la contro-rivoluzione contro i piemontesi nella regione era il duca Giovanni Maria D’Alessandro di Pescolanciano, che insieme ai legittimisti Melogi e De Lellis e al vescovo Saladino organizzò la resistenza in Molise. La ribellione si estese a molte comunità vicine e, in breve, la situazione in Molise sembrò totalmente a favore dei borbonici.

Nel mentre, Stefano Jadopi sollecitava l’esercito sabaudo affinché intervenisse contro Isernia. Una divisione garibaldina comandata da Francesco Nullo fu inviata verso la città. A Pettorano (oggi, Pettoranello del Molise) il 17 ottobre 1860 il contingente garibaldino fu sconfitto dalle forze legittimiste. È riferendosi a questo episodio che Abba “maledisse” Isernia e Pettorano nel passo già citato, che continua: «Tornarono gli avanzi della colonna Nullo; non si regge ai loro racconti; non sanno dire che morti, morti, morti! Par loro d’aver ancora incontro l’orgia di villani, di soldati, di frati che uccidevano al grido di Viva Francesco II e Viva Maria! […] I nostri morivano qua, là a gruppi, da soli, sbigottiti dalle grida selvagge, dalla furia delle donne cagne scatenate, più che dalla moltitudine degli armati che innumerevole si avventava. Poveri cavalieri! Il giorno appresso il tenente Candiani li trovò morti, nudi, oltraggiati sulla via».

Dalle parole di Abba emerge tutto l’odio che queste popolazioni nutrivano verso i piemontesi e i garibaldini. La ribellione durò settimane, fino al 20 ottobre, quando le truppe di Vittorio Emanuele II giunsero ad Isernia ponendo fine a qualsiasi atto di restaurazione borbonica.

 

Note:

[1] G. C. Abba, Da Quarto al Volturno, Sellerio, Palermo, 1993, p. 107

[2] Qui il riferimento al sito della Camera dei Deputati 

[3] Qui su Google Books 

[4] Qui su Google Books 

[5] Qui su Google Books alle pagine 36-38.

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