La predizione del deputato savoiardo: «La Savoia sarà ceduta alla Francia»

Il regno di Sardegna alla vigilia delle campagne unitarieChe il progetto del conte di Cavour di unificare l’Italia a sacrificio di Nizza e Savoia fosse evidente, nonostante la segretezza degli accordi di Plombières, lo confermò il marchese Pantaléon Costa de Beauregard in occasione della votazione per la domanda di prestito da cinquanta milioni di lire che il governo intendeva stipulare per fronteggiare l’imminente guerra. D’altronde, come evidenziò il 4 febbraio 1859 Giovanni Lanza, ministro delle Finanze, alla Camera dei Deputati di Torino, un nuovo corpo d’armata austriaco era giunto in Italia, e tutto ciò era da considerarsi inaccettabile. Il Piemonte aveva il dovere di difendersi e di chiedere, pertanto, un nuovo prestito in Inghilterra. La discussione su questo benedetto prestito andò per le lunghe. Se ne parlò ancora il 9 febbraio, in un clima politico sempre più incandescente. Fu allora che il marchese Pantanléon de Beauregard fece la sua “profezia”, confermata puntualmente nei fatti storici che tutti noi conosciamo. Val bene leggere integralmente un passo dal celebre saggio di Patrick Keyes O’Clery, deputato inglese che ricostruì tutti i retroscena dell’unificazione italiana:

«Parlò poscia il marchese de Beauregard, uno de’ rappresentanti della Savoia. Il suo discorso fu uno de’ più rimarchevoli; perché, quando venne a parlare del suo paese, quantunque fosse evidente ch’egli poco ne sapesse dell’alleanza francese, le sue parole ebbero quasi un carattere profetico. La Savoia, egli disse, non è da meno a nessuna parte del regno nella sua devozione al pubblico bene; tuttavia egli si opporrebbe al prestito. Protestò di non credere che gli armamenti dell’Austria avessero un carattere aggressivo. L’Imperatore de’ Francesi aveva pubblicamente dichiarato che la situazione d’Italia non offriva alcuna ragione per una guerra; nonostante il Piemonte armava ed era stato proclamato essere arrivato il glorioso momento di coronare la politica, alla quale le sorti della nazione erano state per lungo tempo sacrificate. «Il conte Cavour – seguitò – desidera la guerra e farà ogni sforzo per provocarla. Nella pericolosa situazione in cui ci ha posto la sua politica, la guerra gli si presenta come la sola possibile probabilità di liberarci onorevolmente dall’allarmante debito che ci schiaccia, e di soddisfare gli impegni che ha assunto. Se la gloria di associare il proprio nome alla liberazione dell’Italia non compromettesse l’esistenza della monarchia di Savoia in questa terribile avventura, io capirei che l’intrepido Ministro si dedicasse ad un’impresa nella quale egli probabilmente egli crede essersi assicurato tutte le probabilità di successo; ma coloro che non posseggono i segreti di cui egli è maestro o la sua fiducia nel futuro, indietreggiano spaventati dinnanzi alla responsabilità ch’egli si assume. Per mia parte – proseguì – non darò alcuno incoraggiamento a siffatta politica. Non approverò con voto di fiducia una politica che sarebbe sempre contrastata, una politica che ha prodotto tanti danni alle condizioni interne del paese. Posso assicurarvi, signori, che la guerra è talmente impopolare in Savoia. Oppressi da gravissime tasse, il nostro popolo esecra la politica che le impone il paese. Ma la guerra avrebbe per la Savoia uno scioglimento infinitamente più deplorevole che non le gravose tasse – essa avrebbe per conseguenza la sua separazione dal Piemonte. Noi, gli abitanti della Savoia, dovremmo versare il nostro sangue e sacrificare le nostre risorse per essere fatti noi stessi sudditi di un’altra corona. Non crediate però il popolo della Savoia meno patriottico degli altri popoli del regno. No! Se un pericolo ci sovrastasse, saremmo fra i primi a spargere il sangue pel nostro paese. Ma non sentiamo il bisogno di separarci dalla madre patria. Ed io non voterò questa legge perché fa parte di una politica che avrà necessariamente questo risultato»[1].

 

Note:

[1] P. O’ Clery, Come fu fatta l’italia, Roma, Lesclée Lefebvre, 1892, pp. 36-37.

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