La Vergine di Norimberga fu un’invenzione illuminista

Illustrazione ottocentesca dell’esecuzione di un condannato

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Se si dice Medioevo, viene spontaneo pensare alla tortura. È un binomio quasi inscindibile: il luogo comune vuole che in quell’epoca la tortura fosse una sorta di hobby, all’incirca come il giardinaggio e il bricolage di oggi; hobby, s’intende, praticato principalmente dagli inquisitori, che avevano una vasta raccolta di strumenti bizzarri, atti a compiere le più sorprendenti crudeltà sui malcapitati che varcavano la soglia del tristemente noto tribunale. Va da sé che questo luogo comune ci è stato imposto, inculcato dall’Illuminismo che voleva a tutti i costi screditare la cultura cristiana. Tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, oltre alle fandonie messe in giro da Voltaire e dagli altri pensatori settecenteschi, si aggiunse la sagacia di qualche antiquario; l’obiettivo era quello di creare dei falsi spettacolari, da vendere a caro prezzo ai gentiluomini ansiosi di stupire con le loro collezioni dell’orrore i loro amici. È così che sono nate leggende dure a morire, come quella della Vergine di ferro o Vergine di Norimberga.

Nessuno strumento di tortura è stato capace di affascinare il grande pubblico come la Vergine di Norimberga. Simile ad un grande sarcofago con una testa umana, la Vergine celava al suo interno lunghi chiodi che avrebbero perforato la malcapitata vittima. Ma è mai stata utilizzata nel Medioevo?

Ovviamente, no. Per questo curioso strumento di tortura, si avrebbe anche il nome dell’inventore: Johann Philipp Siebenkees (1759-1796), filosofo tedesco che si dilettava di archeologia e che sembra abbia affermato di aver trovato un esemplare usato nel 1515. Nel 1840, la prima Vergine fu esposta a Norimberga (da qui, il nome dello strumento).

L’agghiacciante macchinario piacque e la sua fama si diffuse, inventando addirittura un “rituale” per il suo utilizzo. Leggiamo, a tal proposito, la suggestiva descrizione dello scrittore francese Frederic Shoberl:

«Due ecclesiastici incalzavano (il prigioniero), esortandolo a rendere una confessione davanti alla Madre di Dio. «Guarda – dicevano – con quanto amore la Vergine benedetta ti spalanca le braccia! Il tuo cuore indurito si scioglierà sul suo seno; lì tu confesserai». All’improvviso quella figura iniziò a sollevare le braccia; il prigioniero, sopraffatto dallo stupore, venne spinto nel suo abbraccio; lei lo attirava sempre più vicino, lo stringeva quasi impercettibilmente a sé, fino a che i chiodi e le lame non gli trapassarono il petto»[1].

Si tratta di un passo senza dubbio suggestivo, di grande potenza narrativa. Forse, troppa. Un sospetto dovrebbe cogliere il lettore: cioè che nella descrizione di Shoberl ci sia per lo meno qualche concessione alla fantasia. E nell’Ottocento la fantasia degli scrittori correva a briglia sciolta.

Basterebbe, per noi contemporanei, osservare che nessuna Vergine di Norimberga esposta nei sedicenti musei della tortura sparsi in mezza Europa è in realtà un oggetto medievale (o almeno anteriore al Settecento) e che nessun autore medievale, e per di più i manuali inquisitori, fanno mai riferimento (anche implicito) all’uso di tale suggestivo macchinario. La cosa sconvolgente, invece, è che scrittori e saggisti di ogni sorta credono ancora al reale utilizzo della Vergine di ferro da parte dell’Inquisizione romana: una rapida ricerca su Google Books, effettuabile da chiunque con la semplice digitazione delle due parole-chiave “Inquisizione” e “Vergine di Norimberga” dà una pallida idea della diffusione di questo vero e proprio falso storico.

 

Note:

[1] F. Shoberl, Persecutions of Popery, 1844, p. 134.

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