La cintura di castità? È un fantasioso falso storico

La cintura di castità? Un falso

Fa parte del nostro immaginario sul Medioevo: la cintura di castità, terribile patimento imposto alle mogli dai crociati (o, in generale, dai cavalieri) in partenza per una guerra, per assicurarsi, così, la loro fedeltà. L’abbiamo vista nei film di Woody Allen, di Mel Brooks, di Fantozzi. Peccato che in nessun documento storico dell’epoca si parli della cintura di castità, tanto da rendere questo oggetto un perfetto esempio di falso storico.

Nella letteratura cortese, non si trova traccia della cintura di castità che noi conosciamo. Ci sono, invece, ampi riferimenti ad altri metodi per garantirsi la fedeltà dell’amante durante il periodo di lontananza. Ad esempio, nel Lai di Guigemar di Maria di Francia, la dama impone al cavaliere un patto:

«Vostre chemise me livrez;
el pan desuz ferai un plait:
cungié vu doins, u ke ceo seit,
d’amer cele kil defferat
e ki despleier le savrai».

 

Traducibile come:

«Datemi la vostra camicia;
farò un nodo nel lembo inferiore:
vi lascio libero, dovunque sia,
di amare colei che lo scioglierà
e che riuscirà a districarlo».

 

Guigemar pretende che anche lei gli dia un pegno di fedeltà:

«Par une ceinture autresì,
dunt a sa char nue la ceint,
par mi le flanc aukes l’estreint:
ki la bucle purrat ovrir
sanz depescier e sanz partir,
il li prie que celui aint»[1].

 

Traducibile come:

«A sua volta con una cintura
Egli la cinge sulla nuda carne
E poi la stringe forte attorno ai fianchi:
a chi riuscirà ad aprire il fermaglio
senza spezzarlo né ricomporlo,
lei potrà dare il suo amore»[2].

 

Leggendo questo breve passo di uno dei più celebri lais di Maria di Francia, possiamo renderci conto dell’origine della leggenda sulla cintura di castità. Intanto, i due amanti, che temono di doversi separare, si legano con un patto reciproco: non è l’uomo che impone la cintura di castità alla donna, ma – al contrario – è la donna che ha la prima iniziativa annodando la camicia in vita all’uomo; in una seconda fase, l’uomo stringe una cintura (in cuoio, evidentemente) attorno alla vita della donna. In nessun passo del lai è specificato che la cintura debba impedire l’atto sessuale.

Cintura di castità tratta dal Bellifortis (1405)

Quando, dunque, si inventò la cintura di castità? Pare che il primo autore che la descrisse fu il tedesco Konrad Kyeser, che nel suo trattato Bellifortis sulle macchine d’assedio, introdusse il curioso disegno di una cintura di ferro usata dalle donne fiorentine. L’oggetto era stato disegnato in base a dicerie o su un luogo comune già diffuso all’epoca, oppure era realmente utilizzato per difendersi dagli stupri; necessità, quest’ultima, dovuta alle scorribande di mercenari in mezza Italia. Fatto sta che, da quel momento in poi, la cintura di castità iniziò a solleticare la fantasia degli autori e ogni tanto fece capolino nella letteratura.

La grande diffusione di questa leggenda si ebbe, però, nell’Ottocento. Con il rinato interesse per il Medioevo, la cintura di castità entrò effettivamente nella fantasia popolare, diventando un oggetto-simbolo di quel periodo storico. I musei esposero le cinture di castità appartenute, addirittura, a regine e imperatrici: a Cluny, nel locale museo d’arte medievale, per anni fu esposta una cintura di castità appartenuta a Caterina de’Medici, regina di Francia, che solo nel Novecento si scoprì essere un falso realizzato nell’Ottocento.

La (falsa) cintura di castità esposta al museo di Cluny

Nessuno “storico” dell’epoca pensò di sfogliare i documenti per analizzare la verità sulla famosa cintura: poiché tutti ne parlavano, era evidente che essa fosse davvero esistita. E poiché dall’Illuminismo in poi il periodo storico prediletto dagli inventori di bufale era il Medioevo, (ottimo metodo per screditare la religione cristiana), ecco che i maggiori utilizzatori della cintura di castità divennero i crociati in partenza per la Terra Santa. A dar retta a loro, ogni volta che veniva indetta una crociata per la liberazione del Santo Sepolcro, i fabbri di mezza Europa brindavano per un notevole lavoro extra: da una parte, i mariti gelosi che volevano preservare la purezza delle loro mogli, dall’altra gli amanti che dovevano procurarsi la chiave giusta. Inutile dire che, spesso, in Terra Santa andavano anche le mogli dei guerrieri (come Eleonora d’Aquitania, che seguì il marito Luigi VII).

La cintura di castità non è stato l’unico oggetto inventato di sana pianta tra il Sette e l’Ottocento. Un processo analogo avvenne anche per le famose macchine della tortura, come la Vergine di Norimberga, tutti evidenti falsi realizzati per stupire il pubblico facendo leva sul sadismo invece che sul sesso. Ma questa è un’altra storia (approfondisci in questo articolo di Altrastoria.it).

 

Note:

[1] Maria di Francia, Lais, Carocci, Roma, 1992, pp. 82-83

[2] Ivi, pp. 84-85.

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