Nessun “attacco a sorpresa”: Stalin era a conoscenza dell’Operazione Barbarossa

«Hitler invaderà l’Unione Sovietica». Parola di spia. Sì, perché i servizi segreti sovietici avevano più volte avvertito Stalin dell’imminente attacco di Hitler, comunicandogli perfino la data e l’ora esatta dell’attacco. Stalin, però, si comportò in modo ambiguo, apparentemente non prestando particolare attenzione alle informazioni del suo servizio di spionaggio.

Iosif Stalin

Certo che, per le spie sovietiche, l’invasione hitleriana non doveva sembrare una cosa particolarmente originale. Le somiglianze del progetto hitleriano con quello napoleonico erano molte (ed ebbero lo stesso esito disastroso). Hitler invase la Russia un giorno prima di Napoleone (22 giugno 1941) e, come Napoleone, la Russia significò la sua disfatta. La Germania copiò inoltre da Napoleone anche il percorso scelto per giungere a Mosca nel minor tempo possibile (ma, a differenza dell’imperatore dei francesi, non riuscì mai ad arrivare alla capitale russa), sottovalutando l’immensità degli spazi russi, l’ambiente, il clima. Le due immense armate di conquista furono annientate dal territorio e dallo spirito patriottico dei russi.

Parallelismi a parte, è evidente che un progetto che doveva mobilitare tre milioni di soldati nazisti, duemila aerei, tremila carri armati e 750mila cavalli non poteva passare inosservato ai servizi segreti. Infatti, le spie russe e inglesi stavano raccogliendo una grande mole di informazioni su quella che appariva a tutti gli effetti come la più grande operazione bellica mai tentata nella storia umana.

I servizi segreti inglesi avevano intercettato le direttive di Hitler e già sapevano la data dell’attacco alla Russia prima ancora che essa godesse dell’ufficialità. Ovviamente, tali informazioni furono trasmesse ai sovietici, i quali le accolsero con molto scetticismo[1]. Di converso, anche i tedeschi sapevano che gli inglesi stavano contattando i russi per comunicare loro la data dell’attacco: il 22 giugno. Hitler, tuttavia, messo al corrente dei movimenti dei servizi di spionaggio, non ritenne di dover modificare la data dell’attacco[2]: era probabilmente convinto della genuinità dei messaggi di Stalin, il quale difendeva il trattato di non aggressione russo-tedesco e dichiarava: «Si deve ritenere che l’invio di truppe tedesche nelle regioni orientali e nord-orientali della Germania sia stato causato da motivi che non hanno nulla a che fare con la Russia»[3]. Stalin, quindi, sapeva tutto dei movimenti tedeschi e stava bluffando, richiamando nel mentre i riservisti.

Willy Lehamm

Non solo gli inglesi, però. Uno dei responsabili del controspionaggio tedesco, Will (“Willy”) Lemann noto con il nome in codice di Breitenbach, comunicò ai sovietici la data esatta – 22 giugno, ore 3.00 – dell’attacco. Lemann faceva il doppio gioco dal 1929, collaborando con l’Nkvd sovietico ed era una fonte di assoluta attendibilità per il Politburo, anche se non si dichiarava di “fede” comunista, bensì informava i russi per semplice bisogno di denaro. Dall’altra parte del mondo, un’altra spia russa, Richard Sorge, che da anni operava in Giappone, aveva scoperto l’imminente attacco e aveva tentato di informare Stalin. Scoperto dai giapponesi, Sorge fu catturato e condannato all’impiccagione.

Dunque, quando alle ore 3.00 del mattino del fatidico 22 giugno la Wehrmacht invase davvero l’Unione Sovietica, Stalin non fu per niente sorpreso. La sorpresa è, semmai, nostra, perché per decenni gli storici ci hanno raccontato che il leader sovietico rimase esterrefatto dall’attacco nazista, che non era stato in grado di prevedere. Semmai, Stalin non dette troppo peso alle informazioni del suo servizio di spionaggio, e non ebbe il tempo sufficiente per mobilitare le forze dislocate su un territorio immenso. La sterminata estensione della Russia giocava a sfavore degli stessi russi, non soltanto degli invasori.

 

Note:

[1] B. H. Liddell Hart, Storia militare della Seconda Guerra Mondiale, Mondadori, Milano, I ed. 1970, p. 212.

[2] Ivi, p. 213.

[3] Ivi, p. 212.

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