Napoleone e una ragazzina inglese: amici nell’esilio di Sant’Elena

Napoleone Bonaparte

Di: Alberto Filippa

Se fosse una favola, o una storia romantica, gli ingredienti ci sarebbero tutti: un imperatore sconfitto ed esiliato, tramutato in orribile mostro (non dalla magia, ma dalla propaganda dei suoi carcerieri) e una ragazzina sveglia e vivace che, con la sua amicizia, lo ritrasforma in un essere umano, anzi, compie il più grande dei prodigi: farlo tornare bambino. Tuttavia, questa è una storia vera, i protagonisti sono davvero esistiti ed i luoghi in cui è ambientata la storia sono tutt’oggi presenti.

I personaggi in questione sono: Napoleone Bonaparte, lo sconfitto imperatore francese che è stato costretto dai suoi vincitori (gli Inglesi) ad andare in esilio su un’isola sperduta dell’Oceano Atlantico, e Elizabeth “Betsy” Balcombe, una ragazza inglese passata alla storia per essere stata la sua ultima, vera amica.

L’isola sperduta nella quale si incontrano è Sant’Elena, colonia britannica (oggi Territorio d’oltremare britannico, un’entità territoriale sotto la sovranità del Regno Unito) situata nell’Oceano Atlantico, a circa millenovecento km dall’Angola e a settecento leghe nautiche dal Brasile. Formata dai resti di un vulcano, è uno scenario desolato di rocce livide e brune, con un clima temperato, dominato da nebbie e piogge; lunga sedici chilometri e larga dodici, ha una sola città degna di tale nome (Jamestown) e la sua funzione è di scalo commerciale. Scoperta nel 1502, è passata poi sotto il controllo della Compagnia delle Indie Orientali britanniche nel 1658, che ha mantenuto la sua funzione commerciale, ma ha portato anche i primi coloni bianchi e gli schiavi. Nel 1815 la popolazione dell’isola conta: tremilatrecentonovantacinque inglesi (soldati compresi), milleduecentodiciotto schiavi negri, quattrocentottantanove cinesi e centosedici tra indù e malesi.

È su quest’isola che Napoleone si appresta a subire il suo (ultimo) esilio (e a terminare la sua vita). Sbarcò a Jamestown intorno alle 19:30 di sera del 16 ottobre 1815, dopo sessantanove giorni di navigazione a bordo della HMS Northumberland. Oramai, era consapevole che la sua epopea era terminata. Sconfitto sul campo di battaglia di Waterloo dal duca di Wellington, Napoleone fu poi costretto ad abdicare nuovamente dalla Camera francese (adeguatamente pilotata dall’ex ministro della polizia Joseph Fouché) vedendosi poi anche negato, almeno, il desiderio di vedere suo figlio sul trono di Francia. Arresosi ai suoi principali nemici, gli Inglesi, a bordo della nave HMS Bellerophon, aveva posto solo una condizione: l’esilio in America oppure nella stessa Inghilterra (!). A quanto pare, resosi conto della sua totale sconfitta, ambiva solo ad essere un privato cittadino – anzi, in terra americana, voleva reinventarsi come scienziato e studioso di fenomeni naturali!

Gli inglesi, però, questa volta, non avevano alcuna intenzione di lasciarsi giocare ancora. Erano ben memori di cosa era successo all’isola d’Elba, durante il suo primo esilio. Anche lì Napoleone sembrava essersi rassegnato a governare su un “principato” di duecentoventitré chilometri quadrati datogli come “appannaggio” dai suoi vincitori, anziché su un impero di più di due milioni che aveva creato egli stesso con la sua “invincibile armata”. Pareva anche aver rinunciato al ruolo di “imperatore”, avendo dichiarato di ritenere, mentre girava l’isola avviando grandi opere pubbliche, più consono quello di “giudice di pace”. Sorvegliato da tutte le maggiori potenze, Napoleone aveva beffato tutti ritornando in Francia e riprendendo il potere, per poi essere ri-sconfitto a Waterloo.

Sono stati i Cento giorni di ritorno al potere di Napoleone a spingere gli inglesi ad usare il pugno di ferro con quello che, per tutti, era il “nemico pubblico numero uno” e quindi mandarlo, per prima cosa, nel più sperduto dei loro domini. La propaganda britannica lo ha sempre dipinto come un mostro assetato di sangue, deforme nel fisico e contorto nel pensiero, eppure, quando, arriva nell’isola, il senso di stupore che genera nella popolazione inglese al sol vederlo è grande. Il suo sbarco ha già un che di “romantico”, infatti l’ammiraglio Cockburn (che l’ha accompagnato per mare e che sarà il suo primo carceriere), sperava di farlo sbarcare nel più totale anonimato, eppure, sulla banchina del porto, essendo ormai sera, c’era un’intera fila di lanterne rette da schiavi negri con padroni e curiosi al seguito, che non possono che esternare il loro stupore. Una di loro, una certa “Miss Stuart”, esclamò a gran voce: «Dio! Com’è differente da come me l’avevano descritto!»[1].

Napoleone non arriva da solo, porta con sé un piccolo seguito di persone (che arriverà, col tempo, a contare cinquantuno persone) tra cui: Las Cases, il suo “biografo”, il maresciallo Betrand e i generali Montholon e Gourgaud, il suo inseparabile letto da campo (compagno fisso di tutte le sue esperienze belliche), il lavabo, il necessarie e alcuni mobili. La prima notte la passa in casa di un certo signor Porteous, incontrando l’allora governatore Wilks ed intrattenendosi a parlare con la moglie del vicegovernatore Skelton, che, essendo francofona, è la prima a offrirli un po’ di gioia dopo tanto tempo[2].

Sulle prime a Napoleone non dispiace quell’isola che gli ricorda la natia Corsica, tuttavia, incomincia fin da subito a dimostrare quell’insofferenza verso la sorveglianza inglese che lo accompagnerà per tutto il resto della vita. Cockuburn ha ricevuto ordini precisi in merito: per prima cosa, non bisognava rivolgersi al “prigioniero” con il titolo di “imperatore” (“generale Bonaparte” è fin troppo), doveva essere costantemente sorvegliato a distanza (Lowe, più tardi, arriverà ad inventare un apposito “telegrafo-ottico”), la sua posta doveva essere attentamente passata al vaglio dal governatore, le sue passeggiate in solitaria potevano essere solo tre al giorno e da otto a dodici chilometri – al di là di tale limite era obbligatoria la scorta di un ufficiale inglese. L’unico svago (pur sempre con limitazioni) che Napoleone trova fin da subito è il cavalcare. Neanche un giorno da che è sbarcato e già esplora l’isola in sella al suo destriero (anche qui, però, con un limite). Tale attività, poi, riesce a levargli dalla testa l’antipatia che sta rapidamente maturando per Jamestown. Gli avevano proposto una magione degna di tale nome, ma sfortunatamente questa, Longwood House, nella località omonima, non è ancora pronta.

Longwood House

Nel suo peregrinare per l’isola a cavallo, Napoleone arriva ad un’altra piccola magione, che subito trova davvero incantevole e che il padiglione vuoto sembra essere una destinazione momentanea adatta al suo rango: Le Briars.

Le Briars è la tenuta di William Balcombe e della sua famiglia. Il padrone è il rappresentante ufficiale della Compagnia delle Indie Orientali, che vive li con la sua famiglia. Il 18 ottobre, a causa di un attacco di gotta, non è lui a ricevere Napoleone, bensì le sue due figlie maggiori: Janes ed Elizabeth, affettuosamente soprannominata Betsy. È lei stessa, nelle sue memorie, a raccontare quell’incontro. Il vedere Napoleone dal vivo è una sorpresa anche per lei, infatti si aspettava «una sorta di enorme orco o gigante, con un unico occhio fiammeggiante in mezzo alla fronte e lunghe zanne che gli uscivano dalla bocca, con le quali faceva a pezzi e sbranava le bambine capricciose»[3], invece, le sembra di trovarsi davanti ad un principe delle favole, maestoso sul suo cavallo, con le mani paffute e i capelli neri e lisci simili a quelli di una donna.

Napoleone, sebbene siano inglesi, le tratta con cortesia ed educazione. La famiglia Balcombe è composta da sei membri: William, sua moglie Jane (nata Cranston), la loro primogenita (anche lei di nome “Jane”), la secondogenita Elizabeth e due figli maschi (di cui il primo, Alexander, sarà, per Napoleone, un formidabile compagno di giochi). Le ragazze (nate rispettivamente nel 1800 e nel 1802) sono state educate in Inghilterra e parlano il francese; hanno raggiunto il resto della famiglia a Sant’Elena nel 1807.

Mentre Jane è bionda come la madre, calma e posata, Betsy, bruna, con un carattere indomito (e un atteggiamento da smorfiosetta), fa subito colpo sull’ex imperatore. In quel giorno iniziano a conversare come se fossero vecchi amici e Napoleone rimane incantato dal luogo. Dato che il padiglione è libero e la sua futura dimora non è ancora completata, la sua mente da stratega lo spinge a chiedere il permesso a Cockburn di avere ospitalità presso i Balcombe per tutto il tempo necessario. L’ammiraglio accetta, certamente non tanto per compiacerlo, ma perché meglio è tenerlo prigioniero in una valle stretta con i fianchi ripidi anziché a Jamestown dove attraccano molte navi e quindi il rischio di una possibile fuga è più alto. Il padiglione della tenuta diventa quindi la sua prima residenza sull’isola.

Betsy Balcombe

È in quel momento che inizia l’amicizia tra Betsy e Napoleone. Ricorderà la ragazza: «lo consideravo, in verità alla stregua di un fratello o di un compagno della mia età: tutte le raccomandazioni che ricevevo e i miei stessi proponimenti di trattarlo con maggiore deferenza si dileguavano non appena entravo nel raggio del suo malizioso sorriso e della sua risata»[4].

Il rapporto tra Betsy e l’illustre prigioniero di Sant’Elena viene ben accettato dalla famiglia Balcombe, infatti William diventerà una sorta di “procuratore” di Napoleone (anzi, un factotum) per tutto ciò che riguarda i suoi affari sull’isola, ma non sarà molto ben visto (in un secondo momento) dall’entourage di Napoleone – Las Cases non sopportava la sua esuberanza, arrivando a soprannominarla, in modo non affettuoso, la “piccola fidanzata dell’imperatore”.

All’inizio, la ragazzina e la sorella si divertivano solo a giocarli dei piccoli scherzi, come rubargli o sparpagliarli i fogli sulla scrivania gridando «Abbiamo sconfitto il tiranno!», ma, dopo poco tempo, sempre in tono scherzoso, Napoleone iniziò a “contrattaccare”: minacciava di farla sposare al figlio di Las Cases, ordinando al ragazzo di baciarla mentre lui la teneva ferma.

Con il passare del tempo, i due abbandonano perfino certi formalismi: per lui, lei è “Betsy”, per lei, lui non è “Sua Maestà”, ma “Boney”. Sebbene possa sembrare una “storpiatura” del cognome “Bonaparte”, in realtà, è frutto dei tanti “tiri” che i bambini gli giocano. A quarantasette anni, Napoleone, fisicamente, non è più un baldo giovane pronto a conquistare il potere ai tempi tumultuosi della Rivoluzione francese, ma una persona decisamente sovrappeso (solo i capelli nerissimi sono l’unica cosa rimasta della sua giovinezza). Per divertimento, comunque, i giovani Balcombe cominciano a soprannominarlo “Boney”, ovvero “ossuto” in inglese, al che lui, obbietta (sempre con il sorriso sulla faccia, come se scherzasse tra amici) «Eppure le mie mani sono assai grassocce!»

Malgrado ciò Betsy non si placò. Infatti, un giorno, sempre per gioco, prese la sciabola d’ordinanza dello stesso Napoleone e lo costrinse (veramente) con le spalle al muro. La madre e la sorella, testimoni della scena, per punizione, la chiusero in soffitta, tuttavia, il suo “amico” intercedette per lei, e la “prigionia” fu di breve durata.

Napoleone non era sempre solo il bersaglio di innocenti scherzi, ma un vero e proprio compagno di giochi per Betsy e i suoi fratelli. Giocava a mosca-cieca con loro, proprio come se fosse un ragazzino, con grande disappunto del suo seguito. Mentre con i Balcombe il rapporto è sempre cordiale, gioioso e goliardico (la partita a whist con i genitori sembra un rituale serale consolidato), Las Cases mal sopporto l’esuberanza della ragazzina, e per giunta il suo “superiore” non gli risparmia una lavata di capo quando ha l’ardire di sgridare Betsy, colpevole di aver mostrato all’imperatore una caricatura da lei fatta dove raffigurava la diceria che tutti i Francesi mangiano rane!

È facile pensare che Napoleone, grazie alla compagnia di Betsy, abbia trovato un ottimo rimedio alla solitudine e al senso di sconforto che gli dava la sua condizione di esule. Le poche attività libere a lui concesse, le passeggiate soprattutto, non erano soddisfacenti se non era fatto in compagnia di Betsy e di altri pochi intimi.

Un giorno, assieme a Betsy, Jane e al generale Gourgand, la passeggiata quotidiana venne bruscamente interrotta dall’attacco di una mucca inferocita. Il generale sfoderò la spada, le ragazze si nascosero dietro di lui e Napoleone se la diede a gambe rimparandosi dietro un muretto (una fuga ignominiosa). Dopo alcuni attimi di panico la furia dell’animale si placò e mentre questi tornava a pascolare e Gourgand rinfoderava la spada, Napoleone, minimizzando l’accaduto, buttò la faccenda sul ridere affermando che la mucca voleva eliminarlo per evitare al governo inglese di pagare le spese del mantenimento del suo esilio[5].

Malgrado episodi divertenti e “avventure da ricordare”, è durante le passeggiate solitarie assieme a Betsy che Napoleone rivela alcuni aspetti più intimi e personali della sua vita. Così facendo, rende Betsy ben più di una semplice amica, ma anche una particolare confidente ai cui è dato, forse per prima, il privilegio di aver conosciuto veramente l’uomo Bonaparte. Napoleone è aperto e sincero con lei come non lo è mai stato con nessun’altra. Certo, Betsy non ha il fascino di Josephine e di Maria Waleska o i titoli imperiali di Maria Luisa, eppure il corso che ha conquistato l’Europa non le nasconde niente. La ragazza è forse la prima a sapere che il cuore dell’imperatore, malgrado le numerose “avventure”, è sempre appartenuto alla de Beauharnais – morta al castello della Malmaison, circondata dalle sue amate rose, nel 1814, mentre Napoleone passava il suo primo esilio all’Elba. Dopo il divorzio, Napoleone non le aveva mai fatto mancare il proprio supporto (anche economico) e, soprattutto, il proprio affetto.

Betsy, intelligente com’è, capisce bene di doversi tenere queste “confessioni” per sé, e Napoleone ricambia la sua discrezione, difendendola, come si è già detto, dall’antipatia della sua “piccola corte”, ma anche facendole da “garante” presso i genitori – è spesso lo stesso Napoleone a chiedere il permesso per la partecipazione della ragazza alle feste danzanti che si tengono a le Briars ai signori Balcombe.

Il primo duro colpo alla loro amicizia avviene quando Longwood House, la residenza “ufficiale” di Napoleone, viene completata. Ora l’illustre esule non ha più scuse e pertanto deve seguire gli ordini dei suoi carcerieri. Elizabeth è in lacrime. Tuttavia, Bonaparte vuole prima di tutto essere ben inteso su un fatto: Betsy (e i suoi fratelli) potranno venire a trovarlo tutte le volte che lo desiderano; cosa che, naturalmente, i signori Balcombe accordano senza problemi ed anche per i carcerieri di allora sembra una richiesta più che ragionevole. Betsy, dal canto suo, non può che essere estasiata all’idea. Come regalo di addio (o meglio un “arrivederci a presto”) Napoleone le dona una bomboniera finemente decorata, cosa a cui la ragazza ricambia con la promessa di rimanere in contatto.

A Longwood House, Napoleone si tolse la bella uniforme verde dei cacciatori della Guardia per un frac verde su cui portava la Legion d’Onore e in capo il feltro che sarebbe universalmente diventato uno dei simboli della sua epopea. Nella grande casa si mise, praticamente, a vivere nel vasto salone di otto metri per cinque e quattro di altezza, illuminato da cinque finestre che guardavano sui monti. La mobilia era misera, ma ne fu fatta arrivare della migliore dall’Inghilterra. Sulle pareti dipinte di azzurro, fece mettere i ritratti del Re di Roma (suo figlio), dell’imperatrice madre (Maria Letizia Ramolino), una treccia di capelli di Maria Luisa e l’immancabile ritratto di Josephine. Aveva allora una piccola corte di cinquantuno persone. Il suo valletto personale si chiamava Marchand (un ventiquattrenne alto, bruno, bello, passabilmente colto e, soprattutto, devotissimo al suo padrone).

Napoleone aveva preso a mangiare con appetito le ricche prelibatezze che gli venivano preparate dal suo chef personale (in contrasto con le abitudini frugali culinarie che furono un suo tratto personale distintivo), ma ciò lo portò ad ingrassare notevolmente e non migliorò affatto il suo umore che, dal trasferimento da le Briars, era notevolmente peggiorato. A Longwood House percepiva come sempre più soffocante la vigilanza inglese e le restrizioni alla sua libertà personale erano davvero insopportabili.

sir Hudson Lowe

Betsy, anche allora, si rivelò un “balsamo rigenerante” per la condizione psicologica di Napoleone. Le visite della ragazza erano frequenti e, malgrado ora avessero puntati addosso gli occhi di un’intera guarnigione di soldati, non lesinavano di dare scandalo. Infatti un giorno, mentre Napoleone si stava esercitando nel tiro con la pistola, sorprese tutti (soldati e seguito personale) dando l’arma alla ragazza e, impressionato dalla sua abilità nella mira, urlò ai quattro venti la promessa di creare una squadra di tiratori con lei come capitano[6].

Per tutto il tempo, l’affetto tra i due rimase immutato. Quando dopo il Capodanno del 1816 (che Betsy aveva festeggiato mangiato dei dolci prelibati che Boney le aveva fatto preparare appositamente per lei dal suo pasticcere personale Piron) la ragazza cadde vittima di un grave malanno che la costrinse a letto per diverso tempo. Napoleone passò i giorni tristi della malattia dell’amica chiedendo costantemente di lei e facendosi sempre aggiornare sul suo stato di salute[7].

La ragazza, fortunatamente, si riprese, tuttavia, la malattia sembrava il preludio a qualcosa di ben più triste. Infatti, il 14 aprile 1816, a Sant’Elena sbarcò il nuovo governatore: sir Hudson Lowe. Militare anglo-irlandese, classe 1769 (coscritto di Napoleone), Lowe era uno dei tanti Inglesi che aveva visto gran parte del mondo arruolandosi nell’esercito e quindi “incrociando” l’esercito di Napoleone più volte in battaglia. Pochi sanno che aveva prestato anche servizio in Corsica (nel 1793) e che a Maiorca, data la sua esperienza, aveva perfino guidato un battaglione di esiliati corsi, chiamato Corsican Rangers, che aveva anche condotto nella guerra in Egitto nel 1800 e in Sicilia. Militare con una carriera non proprio eccezionale (guardato con sospetto dalle alte gerarchie per via di accuse di omosessualità), aveva però la fama di uomo severo e ligio al dovere, nonché una passata esperienza amministrativa come governatore di Cefalonia e Itaca. Era stato lui a portare a Londra la notizia della prima abdicazione di Napoleone nel 1814 e aveva ricevuto la nomina a governatore di Sant’Elena il 1° agosto 1815, mentre il “suo” prigioniero era già in viaggio a bordo della HMS Northumberland.

La storia non ha ancora ben definito la figura di Lowe. Infatti c’è chi lo vede come uno “spietato aguzzino”, e chi, invece, come un soldato “severo ma giusto”. Il rapporto tra i due non sarà mai facile, ma si vedranno anche solo poche volte durante la loro “permanenza comune” sull’isola. Di certo, il governatore aveva degli ordini precisi riguardo a Napoleone, eppure non lesinerà al prigioniero dei veri e propri atti che qualcuno oserebbe definire di “galanteria” – per esempio riuscirà a garantire un sostegno finanziario adeguato alle sue esigenze e a quelle della sua corte – e Napoleone, dopo la loro ultima “litigata”, non esiterà a mandargli un messo con le sue sincere e personali scuse. È anche da ricordare che Lowe non doveva rispondere del suo operato “solo” al Regno Unito (nello specifico, al ministro delle Colonie, Lord Bathurst), ma anche alle altre potenze europee (Francia, Austria e Russia) che avevano mandato a Sant’Elena tre commissari speciali per vigilare sia su Napoleone che sull’operato dello stesso Lowe[8].

Le cose per Napoleone peggiorano notevolmente. La rigidità di Lowe tocca anche quei piccoli aspetti formali che chiunque riterrebbe irrilevanti. Per esempio, trova massima e concreta applicazione l’imposizione di rivolgersi all’ex imperatore con il titolo di “Generale” anziché “Sua Maestà” – ovviamente questo deve valere per tutti gli abitanti di Sant’Elena.

Naturalmente, Betsy se ne infischia di tale restrizione, e continua le sue visite con regolarità. Lowe, da astuto militare, cominciare a guardare con sospetto ai rapporti che intercorrono tra Bonaparte e i Balcombe. Sospetta che William Balcombe (che è sempre il factotum di Napoleone per tutti i suoi affari sull’isola) sia in realtà il tramite per mezzo di cui l’ex imperatore fa arrivare la propria corrispondenza ai suoi fedelissimi in Europa e che Betsy non sia nient’altro che il corriere che porta tali missive da Longwood House a le Briars dove poi il Signor Balcombe le porterebbe a Jamestown per metterle su qualche nave in partenza per l’Europa. Tali sospetti non hanno mai avuto conferma[9].

Non sono comunque i sospetti di Lowe a “terminare” l’amicizia tra Betsy e il suo amico Boney, ma la salute cagionevole della Signora Balcombe. Dopo anni di permanenza, il clima malsano dell’isola è diventato insopportabile per i polmoni della signora e quindi William Balcombe non ha altra scelta che organizzare il ritorno della famiglia in Inghilterra. Ora, i due amici devono veramente e definitivamente dirsi addio.

La scena è straziante: una Betsy in lacrime comunica a Napoleone che il rientro suo e della famiglia in patria è imminente. Bonaparte ascolta trattenendo a stento le lacrime. Alla fine, distrutto anche se non lo dà a vedere, le dice «Presto navigherai verso l’Inghilterra, lasciandomi a morire su questa misera roccia. Guarda quelle terribili montagne, sono le mura della mia prigione. Sentirai presto che l’imperatore Napoleone è morto»[10]. Così, il 18 marzo 1818, i Balcombe lasciarono Sant’Elena. Betsy aveva tra le mani l’ultimo regalo fattole dal suo amico Boney: una ciocca dei suoi capelli.

Gli ultimi tre anni della vita di Napoleone saranno terribili. Dopo averne raccolto le memorie, Las Casas lascia l’isola per l’Europa dove darà alle stampe la sua opera più celebre: Il memoriale di Sant’Elena. L’opera è destinata a diventare il breviario politico dei bonapartisti, a presentare Napoleone come il continuatore della parte positiva della Rivoluzione francese, dispensatore di libertà, difensore della sovranità popolare, garante della supremazia dell’Esecutivo nonché promotore del principio di nazionalità – seguito poco dopo dal Generale Gourgand. Ora Napoleone, salvo per la presenza di altri pochi fedelissimi (primo tra tutti Bertrand) e del fedele servo-cameriere Marchand, è davvero solo. Si dedica alle passeggiate (naturalmente sotto sorveglianza, che Lowe rende rigidissima) e a fissare l’orizzonte rimembrando le gesta passate. Tratta le persone con molta cortesia e dimostra una grande generosità con le persone di colore dell’isola. Sembra abbia provato ad avere un servitore nero, ma Lowe l’ha prontamente impedito; non voleva che l’imperatore raccogliesse anche seguaci nella non esigua popolazione africana dell’isola[11].

La morte di Napoleone

Il clima, la stretta sorveglianza e la depressione influiscono non poco sul terribile deperimento fisico che porta Napoleone alla morte. Seguito dal dottor Antomarchi (che ci ha lasciato un accurato resoconto della sua agonia tramite il suo diario), Napoleone ha un terribile crollo (mentale e fisico) già nell’aprile del 1821. La situazione peggiorerà fino al famoso 5 maggio 1821. Ormai immobile nel suo letto, Napoleone si avvia alla morte, dopo un delirio continuato di diverse settimane (continua solo a ripetere: “testa… esercito”). Antomarchi scrive: «Ore 11 a.m. Raffreddamento glaciale delle estremità inferiori e ben preso di tutto il corpo. Occhio fisso. Labbra serrate e contratte. Forte agitazione delle narici. […] Polso estremamente debole, […] Respirazione lenta, intermittente, rantolosa, intermittente»[12]. Poco prima di esalare l’ultimo respiro, tutti i suo “cortigiani” sfilano accanto al suo letto – i bambini sono così scioccati nel vederlo ormai una carcassa morente che non esitano a piangere disperatamente, mentre le donne svengono. Alle 17:49 (la data viene fissata da Bertrand), Antomarchi scrive: «Le palpebre restano fisse, gli occhi si muovono, si rovesciano, il polso cade, si rialza. Sono le sei meno undici minuti, Napoleone è alla fine, le labbra si coprono di una leggera schiuma. Napoleone non è più: così finisce la gloria»[13]. L’autopsia venne eseguita dallo stesso Antomarchi e dal medico inglese Arnoth, del 20esimo reggimento, più tre colleghi della marina inglese, con la presenza dell’immancabile Bertrand e del generale Montholon. Il responso fu uno solo: cancro all’intestino (lo stesso male che aveva ucciso il padre, l’avvocato Carlo Bonaparte).

Rivestito dell’uniforme di generale della Guardia imperiale, ebbe le esequie solenni il 9 maggio, in una piccola cappella di Longwood. Dopo essere stata trainata su un carretto, la cassa venne portata a braccia lungo il sentiero che conduceva alla tomba. La portavano i granatieri, i soldati e marinai della Royal Navy. Tutta la popolazione di Sant’Elena seguì il corteo e i militari mostrarono le armi rovesciate, mentre la guarnigione suonava una marcia funebre. La tomba fu calata in una specie di giardino nel cuore di un burrone profondo, con solo una lapide che su cui c’era scritto “Generale Bonaparte” (l’ultimo affronto di Lowe o degli Inglesi?).

Mentre a Sant’Elena Napoleone lasciava il mondo terreno per entrare in quello della storia, Betsy, raggiunta l’Inghilterra, aveva contratto matrimonio con un certo Edward Abell, da cui aveva avuto anche una figlia. Il suo carattere non era cambiato, e forse fu proprio questo la causa della separazione dal marito e del ricongiungimento con la famiglia nel Nuovo Galles del Sud, in Australia – dove il padre continuava a lavorare per la Compagnia delle Indie Orientali.

Nel 1844, quattro anni dopo che le spoglie di Napoleone erano ritornate in Francia, Betsy uscì dall’anonimato e (sotto il nome di “Signora Abell”) pubblicò le sue memorie. Fu un successo editoriale (con ben tre ristampe!). Grazie a Elizabeth Balcombe, il mondo vide per la prima volta un Bonaparte non solo capo di Stato e militare brillante, ma anche un uomo che corre nelle campagne con i bambini, che fa delle smorfie per terrorizzarli, che intona canzoncine stonate e sembra mettere da parte titoli, onori, drammi personali solo per divertirsi proprio come se fosse un bambino.

Il resto della famiglia Bonaparte le fu sempre riconoscente per il supporto dato al loro caro durante l’esilio. Nel 1830, prima di ricongiungersi in Australia con la sua famiglia, mentre ancora era a Londra e si guadagnava da vivere impartendo lezioni di piano per mantenere lei e la figlia, ricevette la visita di Giuseppe Bonaparte, e più tardi, Luigi Napoleone (l’ultimo della dinastia ad essere imperatore dei Francesi) arrivò ad offrirle in dono ben 500 ettari di vigneti in Algeria, tutto questo solo per il sollievo che aveva dato ad un amico disperato.

Elizabeth “Betsy” Balcombe morì a Londra, all’età di sessantanove anni, nel 1871, venendo sepolta nel cimitero di Kensal Green, dove si trova tutt’ora. Fino all’ultimo, aveva conservato il più bel regalo fattole dal suo amico Boney: una ciocca dei suoi capelli. Proprio come fanno i ragazzini.

 

Note:

[1]G. Gerosa, Napoleone, un rivoluzionario alla conquista di un impero, Mondadori, Milano, 1995, pp. 512-520.

[2]Idem.

[3]E. Balcombe, Il mio amico Napoleone. Memorie di una ragazza inglese a Sant’Elena, Mondadori, Milano, 2007.

[4]Idem.

[5] Qui.

[6]Idem;

[7]Idem;

[8]G. Gerosa, op. cit;

[9] Qui.

[10]Idem;

[11]G. Gerosa, op. cit.;

[12]F. Antomarchi, Gli ultimi giorni di Napoleone, Club degli Editori, Milano, 1973, pp. 287-289;

[13]Idem.

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