Cristoforo Colombo, un “santo” dimenticato

Cristoforo Colombo

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Pochi sanno che Cristoforo Colombo fu anche uno straordinario uomo di fede. Di più: agì, senza dubbio, con l’intento di convertire gli indios dell’America da lui scoperta. Un intento missionario, dunque. La sua fede era tanto ardente che decise di diventare terziario francescano e, in epoca recente, due pontefici centrali per la storia dell’epoca moderna – Pio IX e Leone XIII – hanno pure cercato di beatificarlo. Per ora, Colombo è riconosciuto “servo di Dio”, in attesa di una beatificazione che – pare di capire, vista l’apatia dell’attuale pontificato a discostarsi dai luoghi comuni – non avverrà mai: oltreoceano non è un buon periodo per Colombo, considerato erroneamente il primo dei criminali conquistatori dell’America. E dire che, se ci fu un amico degli indios, quello fu proprio Cristoforo Colombo!

Colombo, benché sia stato uno degli uomini più importanti di tutti i tempi e abbia fatto grande la Spagna, è stato da essa dimenticato assai presto, tanto che lo stesso continente che scoprì prese il nome di America in onore di Amerigo Vespucci. La Chiesa, dal canto suo, dimenticò di essere stata uno sponsor non secondario nella vicenda della grande scoperta[1]. Riscoprì Colombo solo trecentocinquanta anni dopo, in pieno Risorgimento, quando c’era bisogno di esempi concreti di grandi uomini della cristianità per contrastare la violenta acredine anticattolica dei massoni. Ecco rispuntare dai vecchi archivi il nome di Colombo. Ovviamente, non era un esempio preso a caso: Colombo aveva vissuto davvero da cristiano modello. Di più: da quel che emerge dai suoi (pochi) scritti e dai suoi biografi, pare quasi un religioso.

«Fu devoto soprattutto della Madonna e di San Francesco – osservò Taviani, uno dei massimi storici di Colombo – conosceva a perfezione il Nuovo Testamento e lunghi tratti del Vecchio Testamento»[2]. Era devotissimo e convinto che Dio lo avesse guidato per fargli scoprire un Nuovo Mondo da istruire alla religione cristiana. Perfino quando – al termine del primo viaggio – si trovò in mezzo all’Oceano in burrasca, guardando la morte in faccia e rischiando di vanificare l’intera spedizione, Colombo credette di avere Dio dalla sua parte. Si sforzò con tutto se stesso: «Gli recavan conforto le mercedi che Dio gli aveva fatto assicurandogli sì grande vittoria, consentendogli di scoprire quel che aveva scoperto, e avendo Egli esaudito ogni suo desiderio, dopo aver sopportato in Castiglia contrarietà e avversità senza nome. E come per il passato aveva posto il suo fine e dedicato ogni suo sforzo a Dio, ed Egli lo aveva ascoltato, concedendogli quanto aveva osato sperare, così doveva credere che gli avrebbe consentito di portare a buon fine quanto aveva cominciato, e che lo avrebbe condotto in salvo»[3].

Non solo. Si diceva del Colombo asceta, bisognerebbe dire mistico. C’è un passo, nel suo resoconto del quarto viaggio, che rivela una sua vera e propria crisi mistica, per quanto giustificata dalla febbre e dall’aver assistito alla morte di molti suoi compagni, attaccati dagli indios. Addormentatosi, Colombo racconta di aver udito una voce che diceva: «Oh, stolto e tardo a credere e a servire il tuo Dio, il Dio di tutti gli uomini. Forse fece Egli di più per Mosè e per David, il Suo servo? Da quando nascesti, Egli ti ebbe in gran cura. Quando ti vide in età della quale fu contento, meravigliosamente fece risuonare il tuo nome per tutta la terra, le Indie, che sono parte così ricca del mondo, ti diede; tu le hai ripartite a chi meglio ti piacque e fu Lui a darti il potere per farlo. Ti diede le chiavi delle barriere del Mare Oceano che erano sprangate con catene sì forti; e fosti obbedito in tante terre e ti guadagnasti tanto onorata fama fra tutti i cristiani. Forse fece Egli di più per il popolo di Israele quando lo trasse dall’Egitto, o per Davide, che da pastore qual era lo fece Re in Giudea?»[4].

Lo sbarco di Cristoforo Colombo

In America, si obietterà, egli però andava per cercare essenzialmente una cosa: l’oro. Fine poco nobile, per un uomo della religiosità di Colombo. Eppure, quell’oro aveva una duplice funzione: convincere i reali di Spagna della grandiosità della scoperta effettuata e spingerli a finanziare una crociata che liberasse la Terra Santa. La riconquista del Santo Sepolcro non era un sogno vano, da uomo del Medioevo; era invece una necessità del presente, tanto più che i turchi ottomani stavano dilagando in Europa e che era necessario difendere la cristianità con un esercito di crociati. Ecco perché Colombo cercava l’oro in America[5].

Taviani, nel riconoscere la sua profonda spiritualità, evidenziò anche il suo spiccato orgoglio, poiché l’Ammiraglio si riconobbe nelle profezie di Gioacchino da Fiore, ritenendosi colui che avrebbe iniziato la «terza era», quella dello Spirito Santo, identificata dal mistico calabrese. «Tanto forte era la “fede” in Colombo, tanto flebile e saltuaria la “carità”. Perciò non fu né un grande né un piccolo santo. Fu – e non è poco – un convinto, profondo, tenace “defensor fidei”»[6].

Defensor fidei, dunque. Ed è vero. Cristoforo Colombo si sentiva realmente insignito di questo incarico. Forse era influenzato anche dal significato letterale del suo nome – portatore di Cristo – e firmava i documenti definendosi Christo Ferens; non solo: la sua stessa firma formava un triangolo – l’occhio di Dio? – e le sue lettere iniziavano spesso con invocazioni alla Santissima Trinità o con giaculatorie del tipo: «Jhesus cum Maria sit nobis in via»[7].

Proprio per questo suo spirito di crociato “post litteram”, Colombo interessò particolarmente la Chiesa di Pio IX, bisognoso più che mai di figure di santi militanti e concreti da schierare in battaglia contro atei, comunisti e massoni. Nel 1866 papa Mastai Ferretti aprì la causa di beatificazione, anche se – secondo le leggi canoniche vigenti – non sarebbe stato possibile raggiungere il traguardo della santità: mancavano testimoni e il resoconto di un vescovo del luogo dell’epoca di Colombo[8]. I documenti colombiani in possesso degli storici, poi, erano e sono ridotti all’osso. Pio IX, tuttavia, decise di andare avanti; forse fu influenzato dalla sua personale esperienza di nunzio in Sud America. In ogni caso, con la caduta di Roma in mano italiana, la Chiesa entrò in un periodo di esilio che allontanò l’interesse verso la beatificazione di Colombo. Un tempo, le canonizzazioni non avvenivano in maniera cospicua come dall’epoca di Giovanni Paolo II in poi: Colombo finì in soffitta e non si parlò più di lui fino al 1892. In quell’occasione, Leone XIII, con l’epistola enciclica Quarto abeunte saeculo, in occasione del quarto centenario della scoperta dell’America, riservò a Colombo parole sorprendenti. Scrisse: «Infatti Colombo è uomo nostro. Per poco che si rifletta al precipuo scopo onde si condusse ad esplorare il mar tenebroso, e al modo che tenne, è fuor di dubbio che nel disegno e nella esecuzione dell’impresa ebbe parte principalissima la fede cattolica: in modo che in verità per questo titolo tutto il genere umano ha obbligo non lieve verso la Chiesa»[9].

Note:

[1] Si vedano, in tal senso, i due saggi di R. Marino, Cristoforo Colombo e il papa tradito, Newton Compton, Roma, 1991 e L’uomo che superò i confini del mondo, Sperling & Kupfer, 2010.

[2] P. E. Taviani, L’avventura di Cristoforo Colombo, Il Mulino, 2001, Bologna, p. 285.

[3] C. Colombo, Gli scritti, Einaudi, Torino, 1992, pp. 125-126.

[4] Ivi, pp. 340-341.

[5] P. E. Taviani, op. cit. p. 285.

[6] Ivi, p. 286.

[7] C. Colombo, op. cit., p. 315.

[8] R. Marino, L’uomo che superò i confini del mondo, Sperling & Kupfer, 2010, p. 332.

[9] Leone XIII, Quarto abeunte saeculo, (consultabile qui)

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