I contatti tra Liborio Romano e la camorra per l’annessione del Mezzogiorno

Liborio Romano

Di: Alfredo Incollingo

Liborio Romano era di nobili origini, studiò nelle migliori università d’Italia, insegnò diritto civile e commerciale a Napoli e fu ministro dell’interno durante gli ultimi mesi del regno di Francesco II di Borbone. Eppure, questo lodevole curriculum non lo fece desistere dal tenere contatti con la camorra e a servirsene per scopi statuali. Fin da giovane si interessò di politica e frequentò gli ambienti carbonari, divenendo un convinto sostenitore della causa risorgimentale.

Nel 1820, durante la stagione rivoluzionaria partenopea, parteggiò apertamente per gli insorti e per anni fu ramingo in Italia e in Francia. Poté ritornare a Napoli nel 1860, mentre Giuseppe Garibaldi risaliva il Meridione con i suoi “Mille”. Il re Francesco II di Borbone, surclassando le idee liberali di Liborio, lo volle prefetto e poi ministro dell’interno il 14 luglio dello stesso anno. Il sovrano commise un grave errore. Il Romano, acerrimo nemico della monarchia borbonica, iniziò a trattare in segreto con Camillo Benso di Cavour e con lo stesso Garibaldi per facilitare l’ingresso dei “Mille “ a Napoli. Fu lui che consigliò a Francesco II di abbandonare la capitale del suo regno per trovare rifugio a Gaeta, evitando l’arresto e lo scoppio di sommosse popolari in città. Lavorando dietro le quinte, Liborio fu un artefice indiscusso della conquista sabauda del Mezzogiorno d’Italia. La fuga del re e gli eventi bellici rischiavano di far cadere Napoli nel caos.

Liborio, pragmatico come nessuno mai, si affidò non ai suoi agenti, ma alla Bella Società Riformata, ai camorristi di Salvatore “Totò” De Crescenzo[1]. I capi camorra da decenni avevano maggior presa sui napoletani di qualsiasi altra autorità legale. Liborio strinse con Totò un patto: i suoi uomini avrebbero assicurato l’ordine in città e in cambio sarebbero stati tutti amnistiati e le colpe passate del tutto cancellate[2]. I camorristi garantirono la sicurezza cittadina e, quando Giuseppe Garibaldi arrivò in città, costoro continuarono a prestar servizio tra la guardia civile. A loro fu affidato un altro compito importante per le sorti del Mezzogiorno: supervisionare al plebiscito per l’annessione del regno napoletano a quello d’Italia. Ovviamente il voto, che si tenne 21 ottobre 1860, fu quasi all’unanime a favore dell’unità, grazie alla alla presenza dei camorristi nei pressi delle urne[3].

 

Note:

[1]    P. Bevilacqua, Breve storia dell’Italia meridionale, Donzelli, Milano 1993, pag. 40.

[2]    G. Di Fiore, Controstoria dell’Unità d’Italia, , Milano 2007, pp. 126 – 130.

[3]   Ivi, p. 131.

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