Le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki erano davvero necessarie?

Il palazzo della fiera commerciale di Hiroshima, dopo il bombardamento del 6 agosto 1945

Di: Giorgio Enrico Cavallo

«La Casa Bianca dirama oggi una dichiarazione del Presidente Truman colla quale si annuncia che sulla importante base giapponese di Hiroshima forze aeree americane hanno sganciato sedici ore or sono le più potenti bombe finora usate nella storia della guerra, le “bombe atomiche”. Queste bombe hanno una potenza esplosiva di due mila volte superiore alle famose bombe “Grand Slam” considerate le più micidiali del mondo fino ad oggi. La bomba atomica sviluppa una potenza superiore alle ventimila tonnellate a alto esplosivo e infatti una sola bomba ha raso al suolo gli stabilimenti bellici, magazzini e impianti militari di Hiroshima. Questa nuova arma rappresenta una risposta alla mancata accoglienza da parte giapponese dell’ultimatum di resa incondizionata immediata con l’alternativa di una totale distruzione»[1]. Si perdonerà a La Stampa del 7 agosto 1945 le imprecisioni contenute in questo estratto: le notizie che giungevano dal Giappone erano frammentarie e la bomba di Hiroshima era qualcosa di mai visto prima nella storia umana. Tuttavia, se è vero che i giapponesi rifiutarono l’ultimatum, non si può non ricordare cha essi da mesi lavoravano affinché la guerra si concludesse, ma tanto gli americani quanto i russi avevano troppa fretta di schiacciare l’agonizzante impero nipponico per dare una prova di forza al mondo intero.

Ecco come andarono i fatti. Il 17 luglio 1945 il presidente Harry Truman si incontrò con Churchill e Stalin a Postdam, tra le rovine della Germania nazista appena sconfitta. Il presidente del governo nazionale della Repubblica di Cina, Chiang Kai-shek seguì l’incontro telefonicamente. Il governo americano aveva sperimentato, quello stesso mese, il primo ordigno atomico: aveva dunque in mano un potenziale di distruzione assoluto. L’esito dell’incontro tra i capi di Stato fu la celebre Dichiarazione di Postdam, nota anche come “proclamazione dei termini per la resa giapponese”, firmata il 26 luglio. In particolare, al punto tre della Dichiarazione, si legge:

Il pieno uso della nostra potenza militare, sospinta dalla nostra risolutezza, significherà un’inevitabile e completa distruzione delle forze armate giapponesi e inevitabilmente la totale devastazione della patria giapponese.

Hiroshima dopo il bombardamento

È da escludere che i giapponesi abbiano ritenuto questo proclama come un semplice artificio retorico. Anzi: è possibile che essi stessi ipotizzassero l’esistenza di un’arma di distruzione di massa. È infatti poco noto, ma gli stessi nipponici erano al lavoro nel campo atomico, con buoni risultati. Due scienziati giapponesi, Hideki Yukawa e Tomonaga Schinichiro (più tardi, premiati con il Nobel) lavoravano da anni nel campo della fisica nucleare. L’impero del Sol Levante possedeva almeno cinque acceleratori di particelle nucleari[2]; era l’unica nazione, oltre agli USA, a disporre di questo tipo di tecnologia: non a caso, nel dopoguerra, gli americani ordinarono la distruzione dei ciclotroni nipponici. Parrebbe – ma il condizionale è d’obbligo – che il Giappone possedesse abbastanza uranio per costruire un ordigno, anche se è molto improbabile che nel 1945 potesse costruirlo ed utilizzarlo prima degli americani.

È invece da prendere in seria considerazione che gli Stati Uniti abbiano voluto, con il bombardamento atomico, impressionare in primo luogo i sovietici, che stavano per dichiarare guerra a loro volta al Sol Levante. Stalin, d’altronde, aveva già provveduto ad anticipare la sua mossa durante la conferenza di Yalta, nel febbraio di quell’anno, dichiarandosi pronto ad unirsi agli Alleati nella guerra contro il Giappone. Nel corso della conferenza di Postdam, il dittatore sovietico annunciò che entro l’8 agosto le sue Armate in Estremo Oriente sarebbero state pronte ad attaccare[3].

Di fronte alla prospettiva di un intervento russo, gli americani decisero di agire per finire quanto prima la guerra e per dimostrare la propria superiorità bellica all’alleato-nemico russo. Il 6 agosto 1945 la prima bomba atomica fu sganciata su Hiroshima; la seconda, il 9 agosto, colpì Nagasaki. L’8 agosto, come preannunciato da Stalin, l’Unione Sovietica aveva dichiarato guerra invadendo la Manciuria.

Il Memoriale della Pace di Hiroshima, ai giorni d’oggi

Furono davvero necessarie, le atomiche? In Giappone, anche i più fanatici militaristi avevano ben presente che non era possibile vincere la guerra. Le industrie erano distrutte nella quasi loro totalità. Tokyo era un ammasso di rovine. Il primo ministro Suzuki Kantaro, subentrato in aprile, voleva a tutti i costi ottenere la pace. Lo stesso imperatore, il 20 giugno, convocò i membri del suo gabinetto ristretto per capire come terminare la guerra in modo onorevole. Da quella riunione, il consiglio decretò di inviare a Mosca il principe Konoye con istruzione di negoziare la pace a qualunque costo, usando come “sponda” l’Unione Sovietica, al tempo neutrale. Stalin tergiversò, ma informò a Postdam gli Alleati dell’abboccamento avuto con il principe nipponico. Il governo giapponese, dopo due settimane, telegrafò a Stalin rinnovandogli l’offerta di mediare per la pace, ma il dittatore russo, ancora una volta, rispose prendendo tempo, affermando che l’offerta non era espressa in termini abbastanza chiari. Anche Stalin, infatti, intendeva agire in Estremo Oriente per reclamare qualcosa dal crollo del Giappone: le isole Curili, la metà meridionale dell’isola di Sakhalin e una posizione dominante in Manciuria. Ciò che Stalin ignorava era che i servizi segreti americani erano al corrente dei suoi contatti con i diplomatici nipponici, perché avevano intercettato i messaggi inviati dal Ministro degli Esteri giapponese al suo ambasciatore a Mosca[4].

In sostanza, russi e americani stavano combattendo una guerra nella guerra; mentre i primi volevano inserirsi all’ultimo nel conflitto per dare il “colpo di grazia” all’impero giapponese, i secondi avevano tutto l’interesse di dimostrare che da quel momento erano in possesso di armi di distruzione di massa. «Il presidente Truman e quasi tutti i suoi consiglieri […] erano ora tanto decisi a usare la bomba atomica per accelerare il crollo del Giappone quanto lo era Stalin a scendere in campo contro il Giappone prima che la guerra finisse, al fine di assicurarsi una posizione di preminenza in Estremo Oriente»[5].

In conclusione, par di capire che gli americani non usarono le atomiche per risparmiare la vita di migliaia e migliaia (o milioni!) di soldati e civili nel corso dello sbarco in Giappone, dal momento che il suo crollo era inevitabile e che la diplomazia avrebbe potuto risolvere la situazione in maniera indolore, se le fosse stato dato modo di esprimersi. Invece, gli USA sganciarono le bombe principalmente come dimostrazione di forza contro i russi. Di certo, il loro impatto devastante sconvolse i contemporanei e, specialmente, i promotori del loro utilizzo. Churchill dirà: «la decisione di sganciare la bomba atomica è stata forse l’unica cosa sui cui la storia solleverebbe seri dubbi. […] Forse il mio Creatore mi chiederà perché l’ho usata, ma mi difenderò energicamente e gli chiederò: “Perché tu ci hai dato questo sapere, mentre l’umanità si scatenava in battaglie furibonde?»[6]. La conoscenza della reale portata distruttiva della bomba era ben nota alle alte cariche militari, che tuttavia ignoravano gli effetti concreti di un’esplosione atomica sopra una città. Per “testare” questi effetti, furono selezionate alcune città giapponesi ancora sostanzialmente intatte e la triste sorte toccò a Hiroshima e Nagasaki. Quando fu presa la decisione, non tutti i gradi militari erano d’accordo. «Personalmente ero convinto che usarla per primi significasse adottare uno standard etico non dissimile a quello dei barbari nel Medioevo. Non mi avevano insegnato a fare la guerra in quella maniera, e pensavo che non si possono vincere le guerre sterminando donne e bambini», disse l’ammiraglio William Leahy[7]. Nemmeno le osservazioni degli scienziati atomici, capeggiati da James Franck, furono tenute in considerazione. «Qualora fossero i primi ad utilizzare questo nuovo mezzo di distruzione indiscriminata dell’umanità, gli Stati Uniti si alienerebbero l’appoggio dell’opinione pubblica di tutto il mondo, accrescerebbero la corsa agli armamenti e pregiudicherebbero la possibilità di raggiungere un accordo sul futuro controllo di simili armi»[8]. La tragedia nella tragedia fu che le due bombe vennero lanciate e che la “profezia” degli scienziati, purtroppo, si avverò.

 

Note:

[1] “La Bomba Atomica”, La Stampa, martedì 7 agosto 1945.

[2] K. G. Henshall, Storia del Giappone, Mondadori 2005, p. 196

[3] B. H. Liddell Hart, Storia militare della Seconda Guerra Mondiale, Mondadori, Milano, 1970, p. 967.

[4] Ivi, p. 969.

[5] Ibidem.

[6] Cit. in M. Gilbert, Churchill, la vita politica e privata (Qui il testo online).

[7] B. H. Liddell Hart, op. cit. p. 969.

[8] Ivi. P. 970.

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