Così cento anni fa immaginavano il Duemila

Una scuola nell’anno 2000

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Nel Duemila, gli uomini potranno volare e le case viaggeranno su quattro ruote. Le lezioni saranno impartite agli studenti grazie a curiose macchine alimentate dai libri e la toeletta delle signore sarà totalmente elettrica. Queste sono solo alcune delle curiose vignette disegnate tra il 1899 ed il 1910 dall’illustratore francese Jean-Marc Côté,  destinate inizialmente come “pubblicità” dell’Expo parigina del 1900. Certo: tutti abbiamo immaginato il futuro, ma per noi è oltremodo curioso vedere le cromolitografie con le quali, cento anni fa, si pensava che fosse il mondo nel Duemila. Un mondo che sembrava ispirato ai romanzi di Jules Verne, nel quale la tecnologia la faceva da padrona in modo alquanto pittoresco; l’uomo, in queste belle immagini che potrebbero ancora fornire molti spunti narrativi (magari ad un romanziere fantasy!), si inseriva armonicamente nella natura. Niente grattacieli e supermercati; semmai, postini volanti che consegnano lettere a sperdute casette di campagna. Tuttavia, colpisce la previsione di certe tecnologie (ad esempio, i televisori e le videochiamate) unite ad una superba estetica dettata dal gusto di allora. E se l’Art Nouveau ammanta queste vignette di una rara poesia, non riesce a limitare il triste presagio della guerra imminente: la vignetta della battaglia aerea tra navi e dirigibili, ad esempio, evoca gli spettri della prima guerra mondiale.

Copertina della prima edizione de Le Meraviglie del Duemila

Negli stessi anni, a Torino, Emilio Salgari stava lavorando ad uno dei suoi romanzi più riusciti ed originali: Le meraviglie del Duemila. Pubblicato nel 1907, fu proposto addirittura a Giacomo Puccini affinché ne traesse ispirazione per un’opera, mai realizzata. Salgari replicò il fortunato stratagemma della macchina del tempo “inventata” da H. G. Wells immaginando che due uomini potessero viaggiare dal 1903 al 2003. Una società frenetica al limite del sopportabile, quella del XXI Secolo immaginato dallo scrittore veronese: alla fine, i due protagonisti saranno ricoverati in manicomio non riuscendo a sopportare i ritmi di vita e le scariche elettriche di cui è satura l’aria del Duemila.

Il prolifico scrittore italiano immaginò, con spaventosa chiaroveggenza, alcuni dei problemi dei nostri giorni. Ad esempio, l’esponenziale crescita demografica e i problemi legati agli approvvigionamenti. Come fare? Semplice: la scienza ha inventato il cibo surrogato… «La popolazione del globo in questi cento anni è enormemente cresciuta, e non esistono più praterie per nutrire le grandi mandrie che esistevano ai vostri tempi. Tutti i terreni disponibili sono ora coltivati intensivamente per chiedere al suolo tutto quello che può dare. Se così non si fosse fatto, a quest’ora la popolazione del globo sarebbe alle prese colla fame. I grandi pascoli dell’Argentina e i nostri del Far-West non esistono più, ed i buoi ed i montoni a poco a poco sono quasi scomparsi, non rendendo le praterie in proporzione all’estensione. D’altronde non abbiamo più bisogno di carne al giorno d’oggi. I nostri chimici, in una semplice pillola dal peso di qualche grammo, fanno concentrare tutti gli elementi che prima si potevano ricavare da una buona libbra di ottimo bue».

Ciò nondimeno, la Terra del Duemila è caratterizzata da una tecnologia senza pari. Con scoperte sconvolgenti: l’uomo è in contatto con i marziani. Ciò che è assolutamente curioso è che Salgari prese per vera la notizia dei “canali di Marte” e, quindi, dell’esistenza di forme di vita sul pianeta Rosso. Non solo: evidenziò che fu grazie a Schiaparelli che si iniziò a pensare a Marte come un pianeta abitato. «Eppure è precisamente così, mio caro signore. Già da molti lustri, anzi fin dal 1900 e anche prima, i nostri vecchi astronomi e anche quelli europei, specialmente l’italiano Schiaparelli, avevano notato che su quel pianeta apparivano di quando in quando, specialmente dopo il ritiro delle acque che ogni anno invadono quelle terre, delle immense linee di fuoco che si estendevano per migliaia di chilometri».

La mappa del mondo nel 2003 è molto diversa da quella di oggi. Russia e Siberia sono due stati autonomi. È sorta la nazione polacca. L’Inghilterra ha perduto l’impero coloniale, senza alcuna guerra civile: «Tutte quelle colonie si erano unite in una lega per dichiararsi indipendenti il medesimo giorno, e all’Inghilterra non è rimasto altro da fare che rassegnarsi per non averle tutte addosso». L’Italia ha riavuto Trento, Trieste e la Dalmazia, ed è «la più potente delle nazioni latine, avendo riavuto anche Malta, Nizza e la Corsica».

Toeletta di una dama nel 2000

Può sorprendere, ma ad inventare questa letteratura ambientata nel Nuovo Millennio fu un francese del Settecento: Louis-Sébastien Mercier, autore di un romanzo utopico (ma sarebbe meglio dire ucronico) ambientato nel 2440. Scritto a partire dal 1768 e pubblicato nella prima metà del 1770, L’an 2440 segnò un momento particolare nella letteratura utopistica moderna: non più la trasposizione spaziale dell’utopia, ma la sua trasposizione temporale, in un futuro assai remoto. Se, in precedenza, gli autori descrivevano per lo più isole lontane, Mercier scelse di spostare il centro del racconto nel futuro, senza muoversi dalla sua Francia e dalla sua Parigi. Nasceva così l’ucronia (benché Mercier non abbia mai usato tale definizione). L’autore francese raccontò di essersi addormentato e di essersi svegliato paurosamente mutato: «Mi alzai e mi sentii di una pesantezza alla quale non ero abituato. Guardandomi nello specchio feci fatica a riconoscere il mio viso. Mi ero coricato con i capelli biondi e ora la mia fronte era solcata da rughe, i miei capelli erano imbiancati, avevo due ossa prominenti sotto gli occhi, un lungo naso e un colorito pallido e smorto si spandeva su tutto il mio viso. […] Uscendo di casa vidi una piazza pubblica che mi era sconosciuta. Avevano appena innalzato una colonna piramidale che attirava gli sguardi dei curiosi. Mi avvicino e leggo distintamente: l’anno di grazia MMCCCCXL. Questi caratteri erano incisi nel marmo a lettere d’oro. […] Vidi la stessa data MMCCCCXL fedelmente impressa su tutti gli affissi pubblici. Accidenti, dissi fra me e me, sono dunque diventato così vecchio, senz’accorgermene: dormito seicentosettantadue anni!»..

Come sarà la Parigi del 2440, secondo Mercier? Strade spaziose e luminose, criminalità azzerata, traffico quasi inesistente (il problema del sovrannumero di carrozze e del caos da loro prodotto era una costante della capitale parigina del Settecento) e riservato agli anziani; il re e tutte le persone in salute si spostano, infatti, a piedi. Sì, il re in Francia c’è ancora ed era un “novello Enrico IV”: si era ben lontani dall’immaginare la deposizione dei Borbone, ma ciò non impediva a Mercier di immaginare una Parigi senza Bastiglia, distrutta per innalzare un tempio alla clemenza. Il re è una sorta di re filosofo, di chiara eredità platonica. Le leggi sono se non perfette, quantomeno il meglio che l’uomo può produrre, tanto da eliminare le prigioni perché non ci sarebbe nessuno da rinchiudere: «Non abbiamo più né l’Ospedale Generale, né manicomi, né prigioni, né case di violenza o piuttosto di rabbia. Un corpo sano non ha bisogno di cauterio. Il lusso, come un acido corrosivo, aveva incancrenito presso di voi le parti più sane dello stato, e il vostro corpo politico era tutto coperto di ulcere. Invece di chiudere dolcemente queste piaghe, voi le avvelenavate ancora di più. Contavate di soffocare il crimine sotto il peso della crudeltà. Eravate disumani perché non avevate saputo fare buone leggi».

Vigili urbani volanti nell’anno 2000

È un paese in cui il senso civico raggiunge livelli che sfiorano l’assurdo. Chi si macchia di colpe gravi è felice di essere ucciso: «Il colpevole, lunghi dall’essere trascinato in maniera da offrire un aspetto vile e ignobile della Giustizia, non sarà neanche incatenato. E perché le sue mani dovrebbero essere cariche di catene, quando egli si consegna volontariamente alla morte! La giustizia ha certo il diritto di condannarlo a perdere la vita, ma non ha il diritto di imprimergli il marchio della schiavitù. Lo vedrete camminare liberamente in mezzo a pochi soldati, messi lì solo per contenere la folla. Non si teme affatto ch’egli si macchi d’infamia una seconda volta, volendo sfuggire alla voce terribile che lo chiama. E dove fuggirebbe? Qualche paese, quale popolo riceverebbe nel suo seno un omicida?».

Si può sorridere, di fronte a queste ingenue rappresentazioni di un futuro a noi molto noto. Mercier, uomo di Antico Regime, in una società dalle trasformazioni assai “lente”, immaginò una Parigi sostanzialmente identica a quella a lui nota. Salgari, autore ben più fantasioso e figlio di un’epoca fertile di invenzioni, pensò un Duemila dalle invenzioni portentose. E noi, che viviamo quel fantasticato Duemila, come immaginiamo il futuro? Siamo capaci di vedere in esso un sogno positivo, o forse vi scorgiamo il concretizzarsi dei nostri incubi presenti? La letteratura distopica del Novecento, Orwell in primis, suggerisce che, probabilmente, la seconda ipotesi è più vicina alla nostra realtà.

 

Bibliografia:

E. Salgari, Le Meraviglie del Duemila, Fabbri Editori, Milano, 2002.

L.S. Mercier, L’anno 2440, Ed. Dedalo, Bari, 1993.

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