Così uno scultore cercò di uccidere Napoleone Bonaparte

Giuseppe Ceracchi

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Dall’amore sviscerato per la Rivoluzione al tentativo di uccidere Napoleone Bonaparte. Questa è stata la parabola di Giuseppe Ceracchi (1751-1801), scultore romano protagonista di un clamoroso e fallito attentato alla vita del generale còrso diventato primo console di Francia.

Ceracchi, inizialmente, era stato un sostenitore di Bonaparte (Ne abbiamo parlato in questo articolo di Altrastoria.it) ma la rapidissima ascesa di Napoleone, diventato nel mentre primo console, lo aveva convinto ad agire, trasformandosi da suo ardente sostenitore a suo potenziale assassino. Perché? Anzitutto, va ricordato che Ceracchi era un giacobino. E un giacobino convinto, per giunta: era stato uno dei fondatori della Repubblica Romana del 1798. A Parigi, i giacobini dimostravano un profondo scontento per l’andamento delle cose: Napoleone aveva ripristinato l’ordine e stava traghettando la Francia verso un modello sempre più simile alla monarchia decapitata nemmeno dieci anni prima. Dopo la battaglia di Marengo, le speranze che il suo astro tramontasse si erano fatte sempre più remote. Altro che “pericolo realista”: una delle minacce più concrete a Napoleone Bonaparte arrivò, in quei mesi, proprio dai nostalgici di Robespierre e delle teste mozzate in place de la Concorde. Per ostacolare la propaganda dei giacobini, che si servivano diffusamente della stampa, il governo emise un decreto in data 17 gennaio 1800, con il quale venivano soppressi tutti i fogli pubblicati a Parigi eccetto tredici titoli: Le Moniteur, Le Journal des Débats, Le Journal de Paris, Le Bien informé, Le Publiciste, L’Ami des Lois, La Clef du Cabinet, Le Citoyen français, La Gazette de France, Le Journal des Hommes libres, Le Journal du Soir, Le Journal des Défenseurs de la Patrie, La Décade philosophique[1]. Naturalmente, qualora anche questi titoli si fossero dimostrati ostili al governo, sarebbero andati incontro ad immediata soppressione. Fouché, il machiavellico ministro della polizia, aveva sentenziato: «I giornali sono sempre stati la campana a martello delle rivoluzioni; essi le annunciano, le preparano e finiscono per renderle indispensabili. Restringendone il numero, saranno più facilmente sorvegliati e diretti con maggior certezza verso il consolidamento del regime costituzionale»[2].

Gli attentati si moltiplicarono. Un ex aiutante di campo di Napoleone, Hanriot, cercò di assassinare il primo console sulla strada per la Malmaison. Ceracchi, insieme al pittore François Topino-Lebrun, un segretario di Barère di nome Dominique Demerville e del militare Joseph Antoine Aréna (fratello di quel Bathélemy Aréna che aveva cercato di assassinare il primo console al Consiglio dei Cinquecento il 19 Brumaio) organizzarono la “cospirazione dei pugnali”, con l’intento di uccidere Napoleone nel suo palco all’Opéra. L’attentato era progettato per il 10 ottobre 1800, mentre all’Opéra si rappresentava una tragedia di Corneille (L’Orazio)[3].

Napoleone Bonaparte, Primo Console

Ceracchi era, in sostanza, la mente dell’iniziativa. Entrò all’Opéra con assoluta tranquillità, dando ad intendere di essere un cittadino come gli altri, venuto per assistere alla tragedia. Tuttavia, la capillare polizia già sapeva cosa il Ceracchi era venuto a fare: mentre egli camminava nei corridoi del teatro, fu neutralizzato dai soldati e trascinato fuori dal teatro. Pare che Bonaparte abbia esclamato: «Abbiamo avuto la meglio. L’ultimo colpo, non dello scalpello ma del pugnale, era destinato al mio petto»[4]. Oltre a Ceracchi, furono arrestati Demerville, Topino-Lebrun, Aréna e altri quattro cospiratori: Joseph Diana, Armand Daiteg, Denis Lavigne e Madeleine Fumey.

In definitiva, quando in rue Saint Nicaise il 24 dicembre 1800, al passaggio della carrozza del primo console, esplose l’ordigno che provocò 22 morti e 56 feriti[5], fu immediatamente chiara la mano che aveva azionato la macchina infernale. Fouché (forse per il suo passato nell’epoca del Terrore?) sostenne che gli ambienti dei sediziosi di sinistra erano troppo ben sorvegliati, ma Bonaparte non volle sentire altre opinioni: convinto fermamente della matrice giacobina della bomba che aveva rischiato di ucciderlo, ordinò un giro di vite straordinario: con una deliberazione senatoriale del 14 Nevoso anno IX, ordinava la «sorveglianza speciale» di centotrenta giacobini fuori dal territorio europeo (vale a dire, alle Seychelles e in Cayenna). Altri furono condannati a morte; Ceracchi, insieme a Topino-Lebrun e all’Aréna, furono ghigliottinati il 30 gennaio 1801.

 

Note:

[1] J. Tulard, Napoleone, il mito del salvatore, Rusconi, Milano, 1980, p. 165.

[2] Ibidem.

[3] A. Spinosa, Napoleone il flagello d’Italia, le invasioni, i saccheggi, gli inganni, Mondadori, Milano, 2003, p. 206.

[4] Ibidem.

[5] G. Lefebvre, Napoleone, Laterza, 1991, Bari, p. 130.

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