«Napoleone è morto in Russia»: storia del golpe del generale Malet

Claude François de Malet

Di: Giorgio Enrico Cavallo

«Napoleone è stato ucciso dai cosacchi!». No, Napoleone non era davvero morto in Russia. Ma al generale Claude François de Malet faceva comodo diffondere questa falsa voce per mettere in piedi un colpo di Stato. Nella notte tra il 22 e il 23 ottobre 1812, mentre la Grande Armée iniziava la ritirata da Mosca, il generale Malet, in alta uniforme, si presentò nella caserma Popincourt annunciando ad un assonnato comandante Soulier la morte dell’imperatore. Soulier sapeva bene che non si avevano notizie di Napoleone almeno da una ventina di giorni: la notizia della sua morte, benché sconcertante, era quindi possibile; semmai, era la fonte ad essere poco credibile: Malet era infatti un “cospiratore professionista”.

Malet, di animo repubblicano e forse membro della setta del Filadelfi, era già stato rinchiuso per aver tentato un colpo di Stato nel 1808, insieme all’agente del Comitato di Salute Pubblica Demaillot, ai convenzionali Florent-Guiot e Ricord e all’ex tribuno Jacquemont[1]. Anche in quell’occasione, Bonaparte era lontano da Parigi: era invischiato nel pantano della guerra spagnola. Malet, internato prima a Vincennes e poi alla clinica Dubuisson[2], in quella notte tra il 22 e il 23 ottobre 1812 si era servito dell’aiuto di due amici, Boutreux e Rateau, per mettere in atto il suo piano, evadendo dalla sua prigione. Indossata l’uniforme, si era presentato alla prigione della Force e aveva ordinato la liberazione dei generali Victor Fanneau de Lahorie, ex capo di Stato Maggiore di Moreau, e Maximin-Joseph Guidal, che si era compromesso in una cospirazione di realisti.

Lahorie aveva quindi ordinato l’arresto del ministro della polizia Savary e del prefetto della polizia Pasquier. Tutto procedé liscio nel giro di poche ore, tanto che – data la clamorosità degli arresti – il prefetto della Senna Frochot, svegliato in piena notte, era corso al Municipio parigino per allestire una sala atta ad accogliere il nuovo governo provvisorio. Malet aveva pensato a tutte le persone-chiave da porre a capo del governo da lui presieduto: Carnot, Moreau, Augereau… Tuttavia, non aveva pensato di informarli del suo colpo di Stato, tant’è che tutti, in seguito, risultarono ufficialmente innocenti. Quella notte, il piano era prossimo al successo. Tuttavia, il generale Pierre-Augustin Hullin, comandante la divisione militare della piazza di Parigi, chiese delucidazioni sull’operato di Malet e, non ottenendo spiegazioni plausibili, pensò ad un tentativo di colpo di Stato e ordinò l’arresto dei tre generali. Malet, Lahorie e Guidal furono giudicati il 28 ottobre, ritenuti colpevoli di alto tradimento e cospirazione e fucilati senza troppi ripensamenti il giorno seguente[3].

Napoleone venne a sapere del complotto e della fucilazione dei tre generali mentre si trovava inghiottito dall’inverno russo. Indossava una redingote di velluto foderata di pelliccia, con cappello di foggia slava, quando ricevé la notizia, come apprendiamo dalle parole del conte di Ségur: «All’altezza di Mikelawska […] si vide accorrere il conte Daru e un cerchio di vedette formarsi intorno all’imperatore ed a lui. Una staffetta, la prima che dopo dieci giorni avesse potuto penetrare fino a noi, giungeva a portarci la notizia di una strana congiura tramata in Parigi da un oscuro generale, nel fondo di una prigione. Non aveva avuti altri complici al di fuori della falsa notizia di una nostra distruzione, e falsi ordini ad alcune truppe, di arrestare il ministro, il prefetto di polizia e il comandante di Parigi. Tutto era riuscito, per lo stupore generale, per l’impulsione di un primo movimento, ma al primo rumore che se n’era sparso, un ordine solo era stato sufficiente a respingere nei ferri il caporione coi suoi complici o le sue vittime. L’imperatore apprendeva, insieme, il loro delitto e il castigo. Quelli che di lontano cercavano di leggere sui suoi lineamenti, non ci videro niente; si concentrò, le sue prime e sole parole a Daru furono: «Se fossimo rimasti a Mosca!»[4].

Anche Kutuzov, nel mentre, aveva ricevuto la notizia del golpe repubblicano del generale Malet[5]; il comandante dell’esercito russo riteneva che il fallimento di tale tentativo fosse stato una benedizione, visti i precedenti trascorsi politici dell’ultima decade del Settecento: una repubblica in Francia non avrebbe garantito stabilità, e in quel momento non c’era bisogno di ulteriori elementi di destabilizzazione.

Il carattere a dir poco “stravagante” della cospirazione del generale Malet era a tutti evidente. Pare assolutamente poco plausibile che egli, che era recluso da anni, abbia potuto con tale facilità mettere in atto un simile piano, senza avere le “spalle coperte”, agendo quindi negli interessi di qualcuno. Ma di chi? Forse, di coloro cui voleva assegnare i futuri ministeri, e che – ovviamente – dichiararono di non aver mai conosciuto lo sfortunato Malet? Tra i suoi potenziali aiutanti potrebbero esserci Talleyrand e Fouché? Entrambi intriganti e arrivisti, desiderosi di restare “sulla poltrona”, diremmo oggi. Talleyrand, maestro del camaleontismo, aveva ormai compreso che l’esperienza napoleonica era giunta al suo tramonto e che l’annunciata disfatta della campagna di Russia avrebbe avuto come logica conseguenza un cambio di regime in Francia; Fouché, dal canto suo, non poteva ignorare che un ritorno dei realisti lo avrebbe probabilmente portato davanti ad un plotone d’esecuzione, perché il suo ruolo nell’epoca del Terrore non era stato dimenticato. Ma sono tutte domande senza risposta: la congiura di Malet finì nell’arco di una notte e non si capì mai se il generale avesse organizzato tutto da solo, o se fosse stato aiutato da mani potenti.

In ogni caso, la congiura di Malet a qualcosa servì: dopo aver ricevuto questa sconcertante notizia, Napoleone decise che il suo ritorno in Francia fosse ormai urgente. Lasciò il comando a Murat e, insieme a Caulaincourt, corse in slitta affrettando il suo arrivo al confine con il Granducato di Varsavia.

 

Fonti:

[1] G. Lefebvre, Napoleone, Laterza, Bari, 1991. 337.

[2] La polizia francese usava regolarmente i manicomi come luogo di detenzione.

[3] J. Tulard, Napoleone, il mito del salvatore, Rusconi, Milano, p. 528.

[4] P. de Ségur, La Campagna di Russia, Sonzogno, Milano, 1942, p. 155-156.

[5] D. Lieven, La tragedia di Napoleone in Russia, Mondadori, Milano, 2009, p. 279.

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