Ecco perché il Vaticano II non condannò il comunismo

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Perché il Concilio Vaticano II non condannò apertamente il comunismo? L’assenza di tale condanna, visti i tempi in cui si svolse il Vaticano II, appare oltremodo strana. D’altronde, come ebbe a dire il cardinale Antonio Bacci, «Ogni qual volta si è riunito un Concilio Ecumenico, ha sempre risolto i grandi problemi che si agitavano in quel tempo e condannato gli errori di allora. Il tacere su questo punto credo che sarebbe una lacuna imperdonabile, anzi un peccato collettivo»[1]. Bacci aveva ricoperto incarichi presso quattro pontefici (Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI) e sapeva quel che diceva. Si era nell’autunno 1965 e il Concilio stava esaminando lo schema XIII. Il comunismo era uno degli argomenti all’ordine del giorno, in quanto collegato strettamente all’ateismo (Gaudium et spes §19-21) «Si è parlato dell’ateismo, secondo il concetto occidentale, ma molti oratori sembrano ignorare l’esistenza in Oriente di Paesi dove esso è eretto a sistema e si adoperano tutti i modi per estirpare la Chiesa cattolica ed ogni altra religione. E ciò non è un segreto per nessuno»[2], spiegò il cardinal Josef Slipyi, che aveva sperimentato in prima persona la repressione in URSS.

Poiché fu comunicato ai padri che era possibile presentare per iscritto osservazioni sullo schema della discussione Gaudium et Spes, il Coetus Internationalis Patrum preparò una petizione nella quale si chiedeva che dopo il paragrafo 19, che riguardava il problema dell’ateismo, fosse inserito un nuovo paragrafo in merito al comunismo. «Quale altro problema è più pastorale di questo: impedire che i fedeli diventino atei attraverso il comunismo?»[3], si chiedevano i padri del Coetus?

Bisogna a questo punto chiarire cosa fosse il Coetus e chi fossero i suoi membri. Con il nome di Coetus Internationalis Patrum si indicò un gruppo conservatore all’interno del Concilio Vaticano II, che si contrapponeva al blocco progressista, molto più organizzato e coeso. Il gruppo si riunì per la prima volta il 22 ottobre 1963; all’interno del Coetus, le anime principali erano monsignor Luigi Carli, monsignor Proença Sigaud e monsignor de Castro Mayer.

Furono loro a formulare l’istanza che chiedeva l’espressa condanna del comunismo in quell’ultimo scorcio del Concilio. 435 padri conciliari firmarono la petizione, che giunse l’11 ottobre 1965 nelle mani di monsignor Achille Glorieux, segretario della commissione mista che doveva preparare lo schema sulla Chiesa nel mondo moderno. Da quel momento, la petizione scomparve: Glorieux, semplicemente, non la trasmise alle commissioni che dovevano lavorare sullo schema.

Pur con un certo ritardo, i giornali furono costretti a parlare dell’insabbiamento dell’istanza: «La minoranza è in agitazione al Concilio perché nello schema 13, là dove si parla dell’ateismo, non è fatta alcuna menzione del comunismo ateo. È questo il fatto nuovo della giornata odierna. Sabato era stato distribuito il testo emendato dello schema, sul quale stamattina dovevano aversi in aula le votazioni, e subito gli esponenti più attivi della minoranza, vale a dire dell’ala cosiddetta <tradizionalista> dell’assemblea, notarono che non v’era in esso alcun riferimento diretto ed esplicito al comunismo. Eppure alcune settimane addietro, circa 450 <padri> avevano aderito alla posizione assunta dall’italiano Carli, dal brasiliano De Proenca Sigaud e dal francese Lefebvre, chiedendo che il Vaticano II ripetesse la condanna del comunismo ateo. Si apprende che la petizione non sarebbe nemmeno stata esaminata dalla Commissione competente, perché consegnata quando già era trascorso il termine utile per avanzare proposte di emendamento. Un perito conciliare parlando con i giornalisti ha assicurato: <Vorrei che mi credeste. Non è vi è stato alcun intrigo, contro ogni apparenza. Si è trattato per gli autori della petizione di un infortunio. Hanno trovato sul loro cammino un semaforo rosso…». Ma i fautori più accesi del rinnovo della condanna anti-comunista hanno redatto ieri un lungo emendamento di 43 righe che dovrebbe essere inserito nello schema 13 ed hanno provveduto a distribuirlo tra i <padri> nelle loro dimore e agli ingressi di San Pietro prima che si iniziasse la congregazione generale di stamane. Poi hanno inoltrato una vibrante protesta al tribunale amministrativo del Concilio per deplorare la <deliberata omissione> definendo <sconcertante> il fatto avvenuto»[4].

Glorieux asserì, mentendo, che il testo presentato dal Coetus era giunto in ritardo. La sua responsabilità era però così evidente che, nuovamente, anche la stampa ne dovette parlare: «La petizione, secondo quanto oggi [23 novembre] asserisce il foglio di informazioni del Verbo divino, fu presentata nei limiti di tempo stabiliti, ma fu fermata da un prelato francese, segretario della Commissione mista responsabile della revisione dello schema della Chiesa nel mondo moderno. Una inchiesta privata condotta dal cardinale Tisserant e dal segretario generale del Concilio mons. Felici avrebbe provato definitivamente che egli, avuta tra le mani la petizione, la nascose ai membri della Commissione mista»[5].

A quel punto, l’intervento di Paolo VI fu inevitabile. Monsignor Felici scrisse al pontefice il 15 novembre e papa Montini rispose con una breve nota tripartita. Nei tre punti sollevati dal pontefice, come ha evidenziato Roberto De Mattei, uno deve attirare l’attenzione: quello riguardante la coerenza dell’istanza presentata dal Coetus con gli impegni del Concilio, vale a dire di non entrare in temi politici, di non pronunciare anatemi e di non parlare di comunismo. «L’ultimo punto va sottolineato perché appare come la conferma dell’”impegno” preso dal Vaticano II con il governo sovietico di non condannare in alcuna forma il comunismo. Era questa la condizione richiesta dal Cremlino per permettere la partecipazione di osservatori del patriarcato di Mosca al Vaticano II. Il fatto che questo compromesso fosse “ufficioso” e non “ufficiale”, nulla toglie alla sua realtà»[6].

Si discusse del problema in una riunione ristretta, il 26 novembre, nello studio del papa. Presenti, oltre a Paolo VI, i cardinali Tisserant e Cicognani, i monsignori Garrone, Felici e Dell’Acqua. I presenti concordarono sulla necessità che il Concilio non rinnovasse la condanna del comunismo, concordando con il cardinale Tisserant che asseriva: «una condanna conciliare del comunismo sarebbe considerata dai più come una mossa di carattere politico»[7]. La commissione seguì dunque l’indirizzo emerso dalla riunione ristretta nello studio del papa. La mala fede di monsignor Glorieux fu esclusa, pur riconoscendo alla vicenda un’irregolarità formale. L’emendamento presentato dal Coetus non fu accolto: il comunismo non fu condannato.

 

Note:

[1] Cit. in R. De Mattei, Il Concilio Vaticano II, una storia mai scritta, Lindau, Torino, 2010, pp. 495-496.

[2] Ibidem.

[3] Ivi, p. 496.

[4] «Alcuni padri chiedono di nuovo la condanna del comunismo ateo», La Stampa, 16 novembre 1965, pag. 3.

[5] «Al Concilio la minoranza accusa un prelato francese di negligenza», La Stampa, 24 novembre 1965, pag. 7.

[6] R. De Mattei, op. cit., p. 502.

[7] Cit. Ivi, pp. 502-503.

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