La patata, da «mela del diavolo» a cibo dei re

Antoine Parmentier

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Il Settecento fu senza dubbio il secolo della patata. Il tubero era già arrivato in Europa dall’America nel Cinquecento, ma la diffidenza nei suoi confronti non aveva mai consentito la sua coltivazione su larga scala in buona parte del continente. In Russia, le comunità dei Vecchi Credenti soprannominavano  le patate «mele del diavolo» e credevano che, mangiandole, si finisse all’inferno[1]. Altri ancora le ritenevano velenose o provavano a cucinare le foglie, buttando via il tubero.

Questa diffidenza nei confronti della patata è oltremodo curiosa, visto che i primi europei giunti in America non avevano alcuna difficoltà a cibarsi di essa. Anzi. Di queste «carote con sapor di castagne»[1] parlò già Cristoforo Colombo nel corso del suo primo viaggio, chiamandole ignami. Dalle patate gli indos ricavavano un «pane di igname, fatto di certe radici, come rafani grandi, che crescono sottoterra, ch’essi seminano e piantano in queste regioni; ed è la loro vita, e da esso ricavano un pane, e lo cuociono, e lo arrostiscono ed è del sapore delle castagne»[1].

Uno dei più ardimentosi promotori della patata in Europa fu certamente Antoine Parmentier (1737-1813), farmacista francese che, fatto prigioniero dai prussiani durante la Guerra dei Sette Anni, scoprì le potenzialità di questo tubero, che veniva offerto ai carcerati. Era cibo senza nome: a seconda dei luoghi, si chiamava in modo diverso (in Francia, pommes de terre, truffoles, topinambux, spesso equivocando e scambiandolo con tartufi e topinambur…). La presenza della patata in Prussia è attestata fin dalla metà del Seicento, quando l’elettore Federico Guglielmo I di Brandeburgo ne promosse la coltivazione tra i contadini.

Parmentier, in risposta ad un bando dell’Accademia di Besançon dal titolo Studio delle sostanze alimentari che potrebbe ridurre le calamità di una carestia, nel 1772 pubblicò i risultati delle sue ricerche, testimoniando tra l’altro la sua esperienza diretta. Tuttavia, ai francesi la patata non piaceva. Erano restii a coltivarla e a mangiarla. Parmentier suggerì dunque a re Luigi XVI di farla coltivare a Neuilly e far circondare l’orto da alcuni soldati. Il popolo, credendola cosa di valore, iniziò a coltivarla anch’esso. Non solo: Luigi XVI e Maria Antonietta decorarono il loro abito con il fiore di patata, lanciando di fatto una nuova moda.

Parmentier mostra le patate a Luigi XVI

«Parmentier sapeva come far rendere al meglio il suo successo. Egli prese un bouquet di fiori di patata e ottenne una udienza dal re, formalmente presentandogli i preziosi boccioli. Luigi ricevette l’offerta molto graziosamente ed immediatamente li mise nella sua asola. Questa convincente prova del favore reale diede a Parmentier il coraggio di continuare; i cortigiani parlarono in favore del nuovo vegetale; esso divenne un piatto di moda a corte; e nient’altro serviva per il favore di tutti»[4].

Nella penisola italiana, la patata si diffuse ancora più tardi. Ferdinando Galiani (1728-1787), ad esempio, cercò inutilmente di esportare la patata nel regno di Napoli. Portò a sostegno della bontà della patata il buon successo avvenuto in Irlanda, isola «dove prima era deserta per mancanza di grano oggi è popolatissima – in quanto, annotava, la patata – nasce senza coltura e ne’ terreni più ingrati, ed ha il vantaggio che viene in inverno, e si è a tempo di seminarla quando si è visto l’esito della raccolta del grano»[5]. Andò meglio ad Antonio Zanon (1696-1770) in Friuli, il quale poté testimoniare in un breve scritto le potenzialità del nuovo alimento: «Le Patate sono utilissime per gli uomini, per gli animali e per le terre. Questo alimento ha il vantaggio, che può essere mangiato in moltissime maniere. Gli Olandesi le fanno bollire con un poco di sale, e per l’ordinario le mangiano col butirro fresco, e col sciolto butirro solo, o meschiato con la Mostarda. Talvolta dopo di averle fatte bollire le tagliano in fette, e le fanno friggere con delle cipolle. Gl’Irlandesi, che ne fanno un grande uso, siccome i Polacchi in certe contrade del loro paese, le fanno cucinare con carne di Bue, o di Montone, o con lardo: essi le mangiano altresì, o sciolte nel latte, o arrostite sopra le bragie, e le mangiano col butirro fresco; alcuni le mettono in luogo di pane nel latte freddo; le preparano ancora col vino: come il pesce, le mangiano condite come l’insalata, e ne fanno delle buone torte»[6].

In Piemonte la patata si diffuse largamente grazie all’opera dell’avvocato e agronomo Giovanni Vincenzo Virginio (1752-1830), che “scoprì” il tubero grazie alle truppe napoleoniche. Virginio si convinse della necessità di diffondere la patata nella regione, all’epoca disastrata da anni di guerra. Nel 1803, per la prima volta, la patata giunse sulla tavola dei piemontesi grazie anche alla sponsorizzazione del governo francese e, soprattutto, grazie all’operato dello stesso Virginio che, per convincere i suoi compatrioti, arrivò a regalare le patate e a impegnare gran parte delle sue sostanze per coltivarle e distribuirle gratuitamente. Quando tornarono i Savoia, nel 1814, gli fu riconosciuta una pensione per l’operato di beneficenza svolto fino ad allora; tuttavia, anche con il sussidio statale Virginio morì povero e dimenticato.

 

Note:

[1] L. Guerci, L’Europa del Settecento, Utet, Torino, 2010, p. 62.

[2] C. Colombo, Gli scritti, Einaudi, Torino, 1992, p. 47.

[3] Ivi, p. 76.

[4] C. L. Brightwell, Byepaths of Biography, 1863, . 101. (Qui il testo completo).

[5] Cit. in L. Guerci, op. cit., p. 61.

[6] A. Zanon, Lettera intorno alle patate, Roma, 1785, p. 14 (Qui il testo completo).

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