Cavour contro le Due Sicilie, guerra diplomatica per una nave

Il piroscafo Cagliari

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Quando la spedizione di Sapri si concluse, iniziò una lunga querelle internazionale che ebbe come oggetto della discordia il piroscafo Cagliari, sequestrato dalla marina militare borbonica. Si tratta di un contenzioso sostanzialmente sconosciuto al grande pubblico, e che permette di comprendere come Cavour abbia agito per aggravare l’isolamento diplomatico del regno delle Due Sicilie, spostando l’opinione internazionale a favore del Piemonte e dei suoi interessi.

Se su Pisacane i giudizi possono essere fortemente discordanti[1], non così può essere per l’organizzazione della sua spedizione, che è certamente stata organizzata con l’appoggio della principale compagnia mercantile del Regno di Sardegna: la società di vapori Rubattino (Vedi l’articolo pubblicato su Altrastoria.it). Come già osservato nel precedente contributo, i borbonici non erano all’oscuro del coinvolgimento di Raffaele Rubattino nella spedizione di Sapri. Lui stesso, non appena seppe che il 2 luglio 1857 la missione di Pisacane si era conclusa nel modo più tragico, scrisse in fretta e furia una lettera al console del re di Napoli a Genova, Ippolito Garrone, giustificandosi prima ancora che qualcuno lo avesse accusato. Effettivamente – scrisse – egli aveva avuto il sospetto che dopo il tentativo di insurrezione avvenuto a Genova nei giorni precedenti, «individui che avevano simulato la qualità di viaggiatori» si fossero imbarcati su uno dei suoi vapori «unicamente per impadronirsene e dirigerlo chissà dove»[2]. Rubattino affermò che tutti i passeggeri del Cagliari, “rubato” da Pisacane, fossero muniti di regolare passaporto; ciò, tuttavia, non corrispondeva al vero, in quanto dei trentatré marinai ben dieci avevano mentito le loro generalità[3]. Tale affermazione non giocò a favore del Rubattino quando si aprì il regolare processo in Napoli per confermare la requisizione del Cagliari, catturato dalle fregate borboniche il 29 giugno. L’avvocato dell’Intendenza generale del regno delle Due Sicilie, Ferdinando Starace, puntò il dito contro Rubattino anche in virtù di questa affermazione.

Ma c’era di più: come sappiamo, Garrone sapeva da tempo che Rubattino era stato contattato dai mazziniani per trasportare armi e munizioni al Sud[4] e pertanto l’armatore fu accusato di aver favorito una spedizione militare nel regno di Napoli. Accuse pesanti, che si concretizzarono in due processi, uno civile e uno penale: il primo, per dichiarare legittima la cattura del vapore Cagliari, la seconda con l’atto d’accusa contro Rubattino.

Gli interrogatori dei detenuti, imprigionati al momento della cattura del piroscafo, e le prove già in mano degli inquirenti, facevano mal sperare Rubattino; d’altronde, come poteva immaginare che il tribunale napoletano potesse deporre a suo favore, quando Agostino Ghio (timoniere), Pietro Cidale (nostromo), Lorenzo Acquarone e Giuseppe Mercurio (camerieri) e i due macchinisti Henry Watt e Charles Parck erano stati tutti riconosciuti quali sicuri congiurati, insieme agli uomini che sbarcarono a Sapri? Insomma: l’equipaggio era implicato e Pisacane e i suoi avevano compiuto un’azione di guerra a tutti gli effetti. Non stupirà dunque sapere che il 28 novembre 1857 l’Intendenza Generale della Real Marina di Napoli emise la sentenza con la quale dichiarava buona la preda del piroscafo Cagliari, condannando Rubattino al pagamento delle spese di giudizio[5]. Ogni tentativo di impugnazione della sentenza cadde nel vuoto.

Il conte Camillo Benso di Cavour

Incominciava, quindi, il processo penale; ma qui entrava in gioco direttamente la politica. Cavour, infatti, di fronte all’evidenza della sconfitta della società Rubattino, della perdita del Cagliari e delle pesanti accuse di complicità nelle quali era incorso l’armatore, decise di intervenire spostando la partita sul piano strettamente politico. Rubattino fu chiamato a Torino da Costantino Nigra, braccio destro del conte, per conferire sulla faccenda del Cagliari e studiare il da farsi. Il 15 gennaio 1858 il conte diede fuoco alle polveri e iniziò la battaglia diplomatica scrivendo una nota al ministro sardo presso la corte delle Due Sicilie, conte Gropello.

Cavour sosteneva che, secondo il memorandum redatto dal capitano della nave, il Cagliari era stato fermato in alto mare, fuori cioè dalle acque territoriali del regno di Napoli: da ciò, era d’uopo la restituzione del piroscafo in quanto la sua cattura era stata semplicemente arbitraria. Di più: l’azione delle fregate borboniche era da considerarsi un’azione militare.

L’intervento di Cavour scatenò una vera tempesta. I giornali di opposizione, ferocissimi nei confronti del conte, non risparmiarono articoli densi di perplessità. «Domandiamo se la sia scienza diplomatica questa, o avventatezza diplomatica», scriveva Il Cattolico di Genova[6]. Anche la stampa internazionale intervenne, e specialmente in Inghilterra, da tempo alleata del regno sardo, dove la stampa si schierò senza indugi a favore di Cavour. Era esattamente questo l’intento del conte: trasformare la contesa del vapore in un caso internazionale, tanto più che i due macchinisti del Cagliari erano inglesi.

Dal canto suo, il ministro degli affari esteri del regno delle Due Sicilie, Carafa, replicò che il governo piemontese non aveva alcun diritto di interessarsi della faccenda, avendo la compagnia Rubattino riconosciuto competente il tribunale di Napoli. Cavour, con spregiudicatezza senza pari, replicò al ministro che nulla importava che la società avesse riconosciuto l’autorità del tribunale napoletano, in quanto la vicenda aveva senza dubbio carattere di contesa internazionale. In tutta risposta, per evitare specialmente le ire dell’Inghilterra, il governo napoletano liberò i due macchinisti inglesi.

Cavour non si demoralizzò. Anzi, scrisse al suo ministro a Londra, il D’Azeglio, di mobilitarsi affinché l’Inghilterra si schierasse a favore del Piemonte e, magari, coinvolgesse anche la Francia. «Il governo del re, anche abbandonato alle proprie risorse, è fortemente risoluto a condurre a termine quest’affare non solo con prudenza e moderazione, ma anche coll’energia e colla fermezza che il sentimento del diritto e della dignità nazionale gli ispirano»[7]. In tutta risposta, l’Inghilterra chiese un’indennità per i due macchinisti ingiustamente reclusi e poi scarcerati: la richiesta era di tremila sterline, alla quale Ferdinando II si oppose nettamente.

Di fronte all’opposizione del governo napoletano all’indennizzo, Londra si schierò nettamente con Torino saldando un asse diplomatico che non sembrava lasciare vie di fuga per il re di Napoli: il marchese di Malmesbury scrisse a Ferdinando II affermando il buon diritto del Piemonte di riavere il Cagliari e la liberazione dell’equipaggio; inoltre, veniva proposta la Svezia quale nazione che potesse svolgere le funzioni di arbitrato per la contesa in corso.

Essendo ormai la Gran Bretagna nettamente schierata a favore del Piemonte, il governo napoletano comprese che la partita era perduta. Contro Londra, non c’era modo di vincere: il piroscafo fu riconsegnato al Rubattino e i membri dell’equipaggio liberati. Il 22 giugno 1858, alle cinque pomeridiane, il Cagliari rientrava nel porto di Genova[8]. Rubattino si riservò di rivendicare le indennità per l’illegale cattura e per l’imprigionamento dell’equipaggio; gli eventi, però, erano prossimi alla rivoluzione e all’arrivo in Sicilia dei Mille. A consegnare l’indennità al Rubattino, dunque, fu… Giuseppe Garibaldi, il quale ormai dittatore dell’Italia Meridionale, il 5 ottobre 1860 emanò un decreto che così recitava: «Riconosciute e provate da solenni documenti le gravi perdite che la Società di Navigazione a vapore Raffaele Rubattino e C. ebbe a soffrire per l’illegale cattura del battello Il Cagliari, che servì alla generosa, quanto sventurata, patriottica impresa di Carlo Pisacane; decreta [che] è assegnata alla Società di Navigazione a vapore Raffaele Rubattino e C. la somma di franchi 450.000 da pagarsi dalla Tesoreria di Napoli, in tante cartelle del debito pubblico, corrispondenti all’effettiva somma suddetta»[9].

Inutile dire che Garibaldi era andato in Sicilia grazie al nuovo coinvolgimento del Rubattino in un’impresa insurrezionale: l’indennizzo concessogli per mezzo di Garibaldi era, semplicemente, uno scambio di favori.

 

Note:

[1] Si veda L. Russi, Carlo Pisacane, Vita e pensiero di un rivoluzionario, Il Saggiatore, Milano, I ed. 1982, pp. 163-164

[2] A. Codignola, Rubattino, Luciano Cappelli Editore, Bologna, 1938, p. 167.

[3] Ivi, p. 169.

[4] Ivi, p. 170.

[5] Ivi, p. 177.

[6] Ivi, p. 185.

[7] Ivi, p. 190.

[8] Ivi, p. 192.

[9] Ivi, p. 197.

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