E la Carboneria disse: «Pellegrino Rossi deve morire»

Pellegrino Rossi

La Carboneria romana decretò che Pellegrino Rossi doveva morire. Rossi, ministro del governo pontificio, il 16 settembre 1848 succedette ad Odoardo Fabbri alla carica di presidente del Consiglio, assumendo anche la carica di ministro della polizia e l’interim delle Finanze. Non ci si sorprenda: l’Europa era sottosopra nell’anno della rivoluzione (il 1848) e lo Stato Pontificio era a sua volta sull’orlo di una destabilizzazione ad opera delle sètte e della carboneria.

La situazione era delicata, ma il pontefice lavorò comunque nella direzione di una confederazione italiana; fu Rossi, insieme a Rosmini e a Pio IX, a progettare una prima unione doganale, prodromo di una unione politica. Gioberti, il maggior ideologo di questa confederazione a guida papale, nel maggio aveva suggerito addirittura a Pio IX di recarsi a Milano per incoronare Carlo Alberto[1]; papa Mastai si smarcò dalle pressioni di Gioberti (che in agosto era diventato primo ministro in Piemonte), ma dovette barcamenarsi in un difficile equilibrio, perché i corteggiamenti dei fautori della lega italiana e dei mazziniani erano sempre più insistenti. Per di più, il papa era circondato da ex cospiratori, giunti alle cariche più alte: come Odoardo Fabbri, anche Pellegrino Rossi aveva un passato di riformatore; ex murattiano, Rossi era stato un’importante figura della monarchia di luglio in Francia.

Da “uno dei loro”, gli agitatori che avevano ormai in mano la piazza di Roma, come Pietro Sterbini e Angelo Brunetti detto Ciceruacchio, si sarebbero aspettati ogni tipo di concessione. Ma quando Rossi si oppose, la Carboneria decise di emanare una condanna a morte esemplare, come si confà ad un traditore[2].

Il ministero Rossi durò dunque pochissimo: il 15 novembre 1848 il primo ministro fu assassinato sulle scale del palazzo della Cancelleria romana. Una coltellata alla giugulare lo dissanguò nel giro di pochi minuti.

Quella notte, il pugnale omicida fu portato in trionfo dai cospiratori per le vie di Roma. Una masnada si portò davanti al palazzo dove abitavano la vedova e i figli di Pellegrino Rossi, gridando: «Benedetta quella mano che il Rossi pugnalò!»[3]. La mano era quella di Luigi Brunetti, figlio di Ciceruacchio, ed il colpo mortale gli fu insegnato in una sala anatomica dell’ospedale di San Giacomo[4]. Mandante era il carbonaro Pietro Sterbini: la sera di quello stesso 15 novembre egli riunì il club popolare, affinché l’indomani si facessero pressioni sul papa per esaudire quelli che erano evidenti volontà del popolo. Pena, ovviamente, altro sangue.

L’indomani, una folla di facinorosi si accalcò davanti al Quirinale gridando acclamando la Repubblica e gridando il proprio odio verso Pio IX. Erano organizzati e possedevano addirittura due cannoni. Monsignor Palma, segretario del papa, si affacciò alla finestra e fu colpito in piena fronte da un colpo di fucile, che lo uccise all’istante. L’assedio al Quirinale sembrava la replica della giornata del 10 agosto 1792: le Guardie Svizzere giurarono di difendere il pontefice fino all’ultimo, e così gli ambasciatori di molte nazioni cattoliche, che fecero quadrato attorno a Pio IX. Per evitare lo spargimento di sangue, Pio IX decise di cedere alle richieste dei rivoluzionari, che chiedevano la costituzione di un governo provvisorio. «Sappiano lor signori e sappia l’Europa e il mondo che io non prendo nemmeno di nome parte alcuna agli atti del nuovo governo, al quale mi considero assolutamente estraneo»[5]. Il 24 novembre, il papa lasciava il Quirinale attraverso un passaggio segreto e, salito in carrozza, si diresse in tutta fretta a Gaeta.

 

Note:

[1]R. De Mattei, Pio IX, Piemme, Casale Monferrato, 2000, p. 52

[2] Ivi, p. 54.

[3] Ivi, p. 55.

[4] Ivi, p. 54.

[5] Ivi, p. 56.

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