Carlo Pisacane aveva uno “sponsor”: la compagnia di vapori Rubattino

Carlo Pisacane

Di: Giorgio Enrico Cavallo

La tragica spedizione di Carlo Pisacane a Sapri poté partire perché alle spalle aveva il supporto della principale compagnia di navigazione del regno di Sardegna: la compagnia di vapori di Raffaele Rubattino. L’armatore genovese, amico di Cavour e affiliato alla Giovine Italia, costituisce una figura centrale nel Risorgimento italiano, purtroppo poco nota ai più. Basti pensare che, oltre a Pisacane, egli fu determinante anche per Garibaldi, al quale fornì i due vapori Lombardo e Piemonte che condussero i Mille a Marsala (Approfondimento in questo articolo di Altrastoria.it)

Raffaele Rubattino era in stretti legami di amicizia con numerosi emigrati meridionali; la sua adesione ai circoli culturali che premevano per l’unità italiana è nota, ma nel 1857 (così come nel 1861) egli si trovava di fronte ad un arduo dilemma: mettere a disposizione una nave e compromettere la sua compagnia di navigazione, oppure comportarsi da assennato imprenditore e rinunciare ai rapporti con i rivoluzionari mazziniani? In un primo momento, quasi sicuramente, in Rubattino prevalse la seconda linea, tant’è che Mazzini si risolse di acquistare un vapore in Inghilterra (acquisto che non riuscì, per scarsa disponibilità economica)[1]. Nell’aprile 1857, tuttavia, Rubattino si risolse ad aiutare l’ardita impresa del “socialista” Pisacane; con un’unica richiesta: tutelare i suoi interessi economici simulando il furto del piroscafo prescelto per l’impresa, il Cagliari[2]. Bisogna a questo punto ricordare che la compagnia Rubattino era strettamente legata al governo piemontese: il 30 aprile 1851, con una corresponsione annua di 250mila lire, la compagnia era diventata la prima ad essere sovvenzionata dagli Stati Sardi per un servizio pubblico. In altre nazioni ciò avveniva già da tempo, ma in Piemonte, forse per la scarsa attitudine alla navigazione, ci fu bisogno dell’arrivo di Cavour al ministero della Marina. In ogni caso, in quel 1857 il Piemonte non poteva formalmente impegnarsi in un conflitto con il regno di Napoli, benché dopo la spedizione di Sapri Cavour fu abilissimo a spostare la questione sul piano politico, per la restituzione del Cagliari finito in mano borbonica.

L’armatore Raffaele Rubattino

I soldi per la spedizione? Nessun problema: una volta superato l’ostacolo più grande (il mezzo di trasporto, al quale come visto provvide il Rubattino), per supportare economicamente i rivoluzionari si mobilitò anche il banchiere livornese Adriano Lemmi, futuro Gran Maestro del Grand’Oriente d’Italia dal 1885 al 1896.

Tornando a Pisacane, pare dunque evidente che debba tramontare il racconto tradizionale dei “romantici” rivoluzionari che, al grido di Italia Libertà Repubblica, avrebbero nottetempo preso il comando del Cagliari. Tutto era organizzato puntualmente, e probabilmente con non troppa cautela: le spie borboniche sapevano tutto prima ancora che la spedizione mollasse gli ormeggi. Il governo napoletano, tramite il suo console a Genova Ippolito Garrone, fin da dicembre 1858 era al corrente delle «trattative [di Pisacane] pel trasporto di armi e di munizioni [nel regno delle Due Sicilie] si erano più volte iniziate e rotte con l’amministrazione dei vapori sardi R. Rubattino»[3].

I «trecento giovani e forti» divennero tali solo dopo l’espugnazione della fortezza di Ponza, dove si trovavano (pochi) prigionieri politici dei Borbone e (molti) prigionieri comuni, arruolati a forza verso un’impresa che, dopo lo sbarco a Sapri, si rivelò immediatamente per quello che era: una follia, una marcia verso il suicidio. A Ponza, il Cagliari avrebbe potuto agilmente riprendere il largo mentre Pisacane e i suoi erano impegnati nella liberazione dei carcerati. Non lo fece, e traghettò i «trecento» verso l’epilogo dell’avvenuta.

La morte di Pisacane a Sanza

I contadini del Salernitano mostrarono una evidente indifferenza ai proclami libertari del generale napoletano[4]. Dopo un disastroso scontro con le truppe regolari e i gendarmi napoletani presso Padula, a Pisacane non restò che la tragica fuga con il centinaio di superstiti: fuga interrotta da quegli stessi contadini che egli sperava di portare dalla sua parte. La popolazione di Sanza, evidentemente sconcertata dalle notizie giunte e dalla presenza di quel centinaio di armati sul suo territorio, si sollevò. Le campane suonarono a martello. Pisacane e i suoi furono bollati con il marchio di “giacobini” e, al grido di cinco pezze pe’ nu giacubino muorto o vivo, vennero ammazzati a colpi di forconi, falcetti e bastoni acuminati[5].  Era il 2 luglio; il Cagliari era caduto nelle mani dei Borbone il 29 giugno: iniziava il lungo contenzioso che avrebbe contrapposto la compagnia Rubattino (e, successivamente, il Piemonte e l’Inghilterra) al regno di Napoli per la sua restituzione. Un contenzioso che gelò i rapporti diplomatici e che è bene esaminare in un secondo articolo (Leggi il seguito dell’articolo pubblicato su Altrastoria.it).

 

Note:

[1] A. Codignola, Rubattino, Luciano Cappelli Editore, Bologna, 1938, p. 161.

[2] Ivi, p. 164.

[3] Ivi, cit. p. 170.

[4] L. Russi, Carlo Pisacane, vita e pensiero di un rivoluzionario, Il Saggiatore, Milano, I ed. 1982, p. 55-58.

[5] Ivi, p. 58.

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