L’incredibile storia del “patriota” che rubò la Gioconda

Vincenzo Peruggia

Le “fake news” storiche possono avere conseguenze sorprendenti. Si prenda la Gioconda: è credenza comune che a portarla al Louvre fu Napoleone; invece, fu lo stesso Leonardo che la portò in Francia, ma la leggenda del suo furto ad opera dei francesi è talmente radicata che nel 1911 qualcuno la rubò davvero, con il nobile fine di restituirla all’Italia.

Quel “qualcuno” era l’imbianchino Vincenzo Peruggia (1881-1925), un emigrato italiano che da anni lavorava a Parigi per sbarcare il lunario. Il 21 agosto 1911 era un lunedì: il Louvre era chiuso. Peruggia entrò nel museo attraverso l’ingresso secondario, riservato agli operai, giunse al Salon Carré, staccò la Gioconda dalla parete, coprì il quadro con la sua giacca e se ne andò come se niente fosse, senza essere notato da nessuno. Uscito in strada, salì sul primo omnibus in transito, quindi chiese passaggio ad una vettura e giunse a casa sua. Anche durante questo tragitto, nessuno lo fermò. Il giorno dopo, tornato al lavoro, per giustificare la sua assenza dal Louvre affermò di essersi ubriacato.

Questa storia, già di per sé paradossale, è resa ancora più assurda dalla motivazione del gesto del Peruggia: egli affermò di aver rubato la Gioconda per riportarla in Italia, in quanto a fine Settecento sarebbe stata trafugata insieme ad altri tesori italiani da Napoleone Bonaparte[1]. Non era vero niente: la Gioconda non era stata rubata da Napoleone, ma era stata ceduta a Francesco I di Francia dallo stesso Leonardo.

 

La Stampa del 23 agosto 1911

La Gioconda era già considerata uno dei quadri più celebri del mondo, ma si era lontani dalla cultura iconica contemporanea. Ciò nondimeno, l’impressione che suscitò il furto fu enorme. Basti l’esempio de La Stampa di Torino, che titolava il 23 agosto 1911: «La Gioconda di Leonardo è scomparsa dal Louvre». Un articolo di oltre tre colonne a tutta pagina, che raccontava lo sbalordimento delle autorità francesi e le prime ipotesi: magari, era tutto uno scherzo, oppure un furto inscenato per le rivendicazioni sindacali dei dipendenti del Louvre.

Le indagini proseguirono serrate e si concentrarono fin dall’inizio sugli operai che lavoravano al museo, perché essendo il lunedì il giorno di chiusura del Louvre erano tra i pochi che potevano aver messo in atto il furto. Nonostante l’impegno profuso per ritrovare il capolavoro di Leonardo, la Gioconda restò nascosta in una cassa sotto il letto di Vincenzo Peruggia fino al 1913, quando un fittizio Monsieur Léonard V. scrisse al collezionista fiorentino Alfredo Geri per proporgli la vendita della Gioconda per 500mila lire, a patto che restasse in Italia. Geri accettò di incontrare Monsieur Léonard: Peruggia attraversò il confine nascondendo la Gioconda in un baule a doppio fondo. L’appuntamento venne fissato all’albergo Tripoli di Firenze; presenziò anche il direttore della Regia Galleria di Firenze, il commendator Guido Poggi, che prese in custodia il quadro per assicurarsi che fosse davvero quello autentico: c’era sempre la possibilità che Peruggia fosse un mitomane imbroglione. La Gioconda fu riconosciuta autentica. Il giorno successivo, come è facile immaginare, Peruggia-Léonard fu arrestato dai carabinieri.

La pena per l’imbianchino-patriota fu assai mite: un anno e quindici giorni di carcere, essendogli stata riconosciuta l’attenuante dell’infermità mentale. La Gioconda, nel mentre, era già stata riconsegnata alla Francia.

 

Note:

[1] “La Gioconda ricuperata a Firenze”, La Stampa, 13 dicembre 1913. Riferisce l’articolo che Peruggia «Indignato nel vedere nel grande Museo parigino numerose opere italiane rubate da Napoleone ideò di asportare la Gioconda. E così fece».

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