E Ciano disse: «Bisogna eliminare re Zog»

Re Zog I con il suo Stato Maggiore

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Galeazzo Ciano diede ordine di uccidere re Zog d’Albania? I suoi diari rivelano i retroscena di una vicenda torbida, che si concluse con l’annessione italiana e con l’incoronazione di Vittorio Emanuele III quale nuovo re di Albania.

Per comprendere i dettagli di questa storia, occorre far luce su chi fosse davvero re Zog. Un parvenu tra le teste coronate d’Europa, venuto fuori dal nulla. Era figlio di un capo-tribù musulmano e il suo vero nome era Ahmet Lekë Bej Zog. Era stato eletto primo ministro nel 1922 e il 1° settembre 1928 si proclamò re degli albanesi. La sua corte era bizzarra e gravitante sulla numerosa famiglia reale; privo di tradizioni dinastiche, re Zog cercava la grandezza con lo sfarzo di una corte lussuosa e spendacciona. Ciò si vide particolarmente in occasione del suo matrimonio, al quale presenziò anche Galeazzo Ciano, l’intraprendente ministro degli Esteri e vicesegretario del Partito Nazionale Fascista, in qualità nientemeno che di testimone. L’Albania era, d’altronde, sempre più strettamente legata all’Italia: Zog aveva bisogno di soldi per mantenere la sua corte e per ovviare ai gravi problemi del suo paese; fin dalla Grande Guerra, comunque, il piccolo stato balcanico era fortemente influenzato dall’Italia, che lo considerava una sorta di legittima dependance. Nel 1937, Ciano era riuscito a persuadere il duce a fornire all’Albania 60 milioni di lire in quattro anni, con l’obiettivo evidente di fare del piccolo regno balcanico una nuova provincia de facto dell’Italia. La politica italiana in Albania servì per risollevare la traballante monarchia balcanica dal deficit; nel 1928 l’Italia fondò la Banca Nazionale Albanese e lo SVEA, la Società per lo Sviluppo Economico dell’Albania. Le infrastrutture erano nelle mani dell’Italia, trivelle sondarono il terreno albanese assicurando che, dal petrolio estratto nei pressi di Kuçova, si sarebbe coperto il 50% del fabbisogno italiano.

Galeazzo Ciano al matrimonio di re Zog

A Tirana, Ciano poteva contare sul ministro consigliere Francesco Jacomoni di San Savino (1893-1973). Zog sospettava di lui e, naturalmente, non si fidava di Ciano e dell’Italia in generale. La sua diffidenza era iniziata all’epoca del suo matrimonio: inizialmente, aveva pensato alla mano di una principessa sabauda e, a dirla tutta, con una mossa del genere avrebbe trasformato ufficialmente l’Albania in una sorta di protettorato italiano (ma, forse, avrebbe mantenuto il trono). Tuttavia, nessuna principessa di Casa Savoia scelse di sposare quello che tutti consideravano una specie di bandito con manie di grandezza. Zog ripiegò su una baronessa ungherese dalla bellezza davvero principesca: Géraldine Appony. Per festeggiare l’unione degli sposi, Vittorio Emanuele III diede sfoggio di tutta la proverbiale sobrietà sabauda inviando due vasi come regalo di nozze; Hitler donò, invece, una fiammante Mercedes torpedo, che sorprese tutti gli ospiti e, naturalmente, fu assai gradita alla coppia.

Ciano lavorò al fine di stupire gli sposi con qualcosa che superasse in eleganza il regalo del führer. Propose al duce di consegnare a Zog uno yacht di lusso: l’Illiria. A dire il vero, quella nave non si era sempre chiamata così. Inizialmente era uno chalutier armato francese, varato nel 1917 con il nome di Lamproie. Una volta finita la Grande Guerra fu acquistato da un barone belga che lo trasformò in uno yacht dandogli l’altisonante nome di White Diamond. In quei mesi, il barone aveva messo in vendita l’imbarcazione: il governo italiano l’acquistò nel 1938 e la ribattezzò Illiria. Già trasformata in nave di lusso, l’antica nave da guerra divenne un gioiello predisposto per il re dell’Albania. Si trattava di un regalo con un doppio scopo: legare sempre più re Zog all’Italia ed impedirgli di fuggire dal paese, dotando la nave reale di un equipaggio esclusivamente italiano. Scrisse infatti Ciano nel suo diario, a giugno: «Tra le varie richieste del re è importante quella diretta ad ottenere un panfilo. Conviene darglielo e armarlo con equipaggio italiano. Ciò garantisce l’impossibilità di fuga in qualsiasi eventualità»[1].

Per la prima crociera della famiglia reale, l’Illiria salpò da Durrës il 10 dicembre, tra i sospetti di Zog, fortemente contrariato dall’esclusiva presenza di marinai italiani a bordo. La regina Géraldine era incinta; un suo malore fu la scusa con la quale Zog pretese il ritorno in porto; lo Stato Maggiore della nave si oppose garbatamente al rientro. Soltanto le proteste energiche di Zog riuscirono a far invertire la rotta all’Illiria; inutile dire che il sospettoso re d’Albania non mise mai più piede a bordo della nave “reale”[2]. Si era trattato di un’incomprensione: in quell’occasione nessuno aveva organizzato un rapimento a bordo, anche se i tempi per l’eliminazione di Zog erano ormai maturi.

Ciano, desideroso di ben figurare e di risolvere in fretta il problema albanese, decise di ricorrere all’assassinio di Zog. L’azione venne preparata con cura. Il 27 ottobre 1938 scrisse sul suo diario: «L’azione si comincia a profilare netta: uccisione del Re (sembra che se ne incarichi Kuçi dietro compenso di dieci milioni), movimenti della piazza, discesa delle bande fedeli a noi (praticamente tutti i capi, tranne quelli di Kmia) invocazione all’Italia per un intervento politico e se del caso militare, offerta della corona al Re Imperatore e in secondo tempo annessione. Jacomoni garantisce che tutto può avvenire regolarmente con un mese di preavviso»[3].

Kuçi era il ministro che si era occupato di organizzare il matrimonio di Zog con Géraldine Appony; riteneva, però, di essere stato mal ricompensato dal re: forse da questo risentimento nasceva la sua disposizione al tradimento, oppure da semplici considerazioni di convenienza. Quel che è certo, è che Zog non rendeva la vita facile ai possibili regicidi: girava sempre con la scorta e l’avvelenamento non era da prendere in considerazione, in quanto si faceva cucinare i pasti dalla madre e dalle sorelle, facendo quindi assaggiare una porzione del suo pranzo al cane. Era incredibilmente sospettoso, e l’incidente sull’Illiria aveva fomentato le sue ossessioni di essere assassinato. D’altronde, era già scampato ad un attentato nel 1931, mentre si trovava a Vienna per assistere ad una rappresentazione dei Pagliacci (attentato nel quale egli, con estremo sangue freddo, rispose al fuoco del suo attentatore). Per Ciano e Jacomoni si prospettava un lavoro non facile.

Va detto che Jacomoni smentì, nel dopoguerra, che il complotto contro re Zog avesse avuto seguito concreto; comunque – ammise – lui lo aveva sempre avversato. Il 12 marzo 1945, Jacomoni fu assolto dalla Corte di Giustizia dall’accusa di aver complottato contro la vita del re albanese; in seguito, il 6 marzo 1948, anche la Cassazione assolse Jacomini anche da altri reati senza nemmeno prendere in considerazione le accuse di regicidio. Tuttavia, solo nell’agosto 1948 sarà pubblicato il diario di Ciano con la citazione poc’anzi presentata; diario che uscì privo di tre brani riguardanti gli incontri con Ciano per uccidere re Zog[4].

L’ipotesi di regicidio si faceva strada parallelamente alla convinzione che, in fondo, l’Albania altro non fosse che un mosaico di rivalità tra clan, apparentemente taciute da una monarchia che poteva, però, crollare da un momento all’altro proprio in virtù di queste rivalità interne. In ogni caso, Jacomoni il 28 novembre consegnò a Ciano il piano d’azione insieme alla dislocazione delle bande in Albania. «Bisogna agire con decisione e senza scrupoli – annotò Ciano – del resto, è umanitario troncare una vita se con ciò se ne possono salvare centinaia e forse migliaia»[5]. Il 3 dicembre, Ciano ricevette Jacomoni e Koçi, il quale gli diede «la besa, cioè la parola d’onore»[6]. Il 6 dicembre il piano fu sottoposto a Mussolini che, pur contrariato dalle possibili reazioni della Jugoslavia, approvò. Ciano era frenetico: bisognava agire, e agire in fretta. Tuttavia, Mussolini intendeva prima aspettare che fosse chiusa la questione spagnola, prima di iniziare la crisi albanese; in politica estera, il duce del 1939 appariva tentennante e spaventato dall’energia dimostrata dai tedeschi.

“Il Regime Fascista”, edizione dell’8 aprile 1939

Gli eventi precipitarono quando la Germania occupò, il 15 marzo, la Boemia. Per Ciano a tale azione doveva seguire l’invasione dell’Albania, anche perché il Reich, pur formalmente disinteressato all’insignificante Albania, secondo Ciano avrebbe volentieri messo mano ai suoi giacimenti petroliferi[7]. Anche Vittorio Emanuele III era in disaccordo ad intraprendere l’avventura albanese «per prendere quattro sassi»[8].

Prima dell’invasione – anche per non far passare l’Italia dalla parte dell’attaccante – a Zog fu sottoposto un trattato che, di fatto, era un diktat; Zog, in tutta risposta, tergiversò mentre Jacomoni, temendo il peggio, si preparava ad un assedio in legazione. Il re, nonostante il secco ultimatum di Mussolini che gli intimava una risposta entro le ore 12.00 del 6 aprile, prese ulteriormente altre sei ore di tempo per pensare e, in pratica, per organizzare la fuga della sua famiglia in direzione della Grecia; Zog amava molto la moglie e aveva a cuore la sorte del suo figlio ed erede al trono. Alle 4.30 del 7 aprile 1939, ebbe inizio lo sbarco italiano in Albania. Zog, a bordo di una fiammante Mercedes rossa (il dono di Hitler!) varcava il confine con la Grecia.

 

Note:

[1] G. Ciano, Diari 1937-1943, E-book Liberliber, p. 221. (Qui il testo completo).

[2] M. Alfano, Una nave per il re, Pathos edizioni, 2017, pp. 47-60. Il testo contiene anche interessanti dati tecnici sull’Illiria e una ricca documentazione fotografica.

[3] G. Ciano, op. cit., p. 318. Anche cit. in: G. B. Guerri, Galeazzo Ciano, una vita 1903/1944, Bompiani, Milano, I ed. 1979, p. 370.

[4] G. B. Guerri, op. cit., p. 370.

[5] G. Ciano, op. cit., p. 349. Anche cit. in G. B. Guerri, op. cit. p. 371.

[6] G. Ciano, op. cit., p. 351. Anche cit. in G. B. Guerri, op. cit. p. 371.

[7] G. B. Guerri, op. cit., p. 373.

[8] Ivi, p. 377.

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