«Uccideremo il re di Sardegna», storia della congiura Barolo

La famiglia di Vittorio Amedeo III, opera di Giuseppe Duprà

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Uccidere il re di Sardegna Vittorio Amedeo III e far sì che il Piemonte si desse mani e piedi alla Francia. Questo era il piano dei congiurati che si riunivano in casa del medico Ferdinando Barolo; un piano sventato nel 1794, in extremis, grazie ad una confessione molto particolare.

Quella che prese il nome di congiura Barolo rivelò il fondato sospetto che Vittorio Amedeo III nutriva nei confronti delle società segrete, massoneria in primis. Non a caso, il sovrano sabaudo aveva bandito le riunioni di loggia nel 1783[1].

Il club di Ferdinando Barolo comprendeva uomini che faranno fortuna negli anni della Rivoluzione in Piemonte e nel periodo napoleonico. I congiurati erano Federico Campana, Carlo Botta, Luigi Ghigliossi, Secondo Salsetti, Maurizio Pellisseri, Angelo Picco; soprattutto, partecipavano alla congiura i radicali Guglielmo Cerise, Ignazio Bonafous e Giovanni Francesco Junod.

Per uccidere il re, si pensò ad un metodo semplice e quasi banale: reclutare contadini per prendere possesso dell’Arsenale e della Cittadella di Torino; catturare ed uccidere il re e la famiglia e darsi ai francesi. Appare chiaro che ai congiurati sfuggisse completamente il sentimento filo-sabaudo dei contadini piemontesi; per i cospiratori – tutti appartenenti alla buona borghesia – sembrava impossibile che i contadini, specie se ben pagati, si schierassero con i “tiranni”. Invece, fu proprio quel che successe, perché a rivelare il complotto altri non fu che un contadino, tal Battistino Fenolio.

Ma andiamo con ordine, usando le parole dello stesso Barolo: «Quando si cominciò nel nostro club a trattare di rivoluzione, si progettò tosto d’impadronirsi di tutti li posti già da me ieri spiegati (arsenale, cittadella, padiglione palazzo reale) […] Si disse tosto che nell’impadronirsi del palazzo Reale dovessimo contemporaneamente assicurarsi del Re e di tutta la famiglia Reale, locchè venne da tutti approvato. Io fui il primo a dire che nell’impadronirsi di tutte le persone reali dovessimo far fine delle medesime. Alcuni che non saprei precisamente spiegare chi approvarono il mio sentimento. […] Dopo vari dibattiti concorsero poi tutti nel mio sentimento, cioè di dover far fine di tutte le persone reali subito dopo il loro arresto»[2].

Tutto, o quasi, era pronto per il colpo di Stato. Tuttavia, i congiurati non avevano fatto i conti con la coscienza di Battistino Fenolio. Il pover’uomo era stato circuito da Giovan Francesco Junod, il quale gli chiese di radunare qualche centinaio di persone per una certa impresa. I dettagli della congiura gli vennero rivelati man mano che Fenolio provvedeva a prezzolare ed arruolare i contadini. «Si sarebbe dato il fuoco al Teatro o a qualche casa in vicinanza di Piazza Castello per ivi trattener la truppa, e il popolo, che sarebbe accorso; e intanto nel Palazzo del Ré vi sarebbero in tutti li appartamenti persone appostate decisamente intese di uccidere con stiletti il Re, e tutti i principi Reali nei propj letti, e chiunque si fosse opposto»[3].

No, Fenolio si rese conto che Junod stava organizzando un massacro. La coscienza gli rimordeva a tal punto che non dormiva la notte. Così, la moglie – che era stata la balia della figlia di Junod, ma che era all’oscuro di tutto – gli consigliò di raccomandarsi alla Madonna e di confessarsi. Cosa che Fenolio, prontamente, fece. Per liberarsi la coscienza, scelse di parlare con il priore della basilica di Superga, padre Cesare Dionigi Garretti di Ferrere. Quel giorno, pioveva a dirotto. Quando Fenolio giunse a Superga, era fradicio e in uno stato pietoso. Sembrava un fuorilegge: «Io – scrisse il Garretti – pensai che costui avesse ucciso qualcheduno, vedendolo così turbato, e che cercasse consiglio, o rifuggio in questa Casa Ecclesiastica»[4].

Fenolio raccontò tutto, e padre Garretti ascoltava incredulo. «Io – scrisse nel suo resoconto della vicenda, conservato in Archivio di Stato a Torino – nell’intendere questo racconto mi sentiva il sangue a gelar nelle vene, e un tremito alle gambe a potermi appena reggere in piedi»[5].

Insomma, la congiura Barolo era fallita prima ancora di iniziare. Le indicazioni di Battistino Fenolio furono indispensabili per individuare i congiurati. Ferdinando Barolo, che Fenolio non aveva nominato, sperando in una pena più mite si auto-accusò e, rinchiuso alle Porte Palatine, rivelò ogni dettaglio della congiura.

Uno dopo l’altro, vennero presi tutti coloro che erano implicati in questo brutto affare: in tutto, un centinaio di persone. Alcuni dei principali responsabili riuscirono comunque a fuggire e, pertanto, furono condannati in contumacia. La repressione fu tutto sommato mite: Vittorio Amedeo III aveva gravissimi problemi al confine, la guerra con la Francia era in pieno svolgimento e non voleva esacerbare ulteriormente gli animi. Così, furono condannati a morte in dodici ma solo due condanne furono realmente eseguite, quelle di Giovanni Chantel e di Giovanni Francesco Junod.

 

Note:

[1] C. Francovich, Storia della Massoneria in Italia, i liberi muratori dalle origini alla rivoluzione francese, Ghibli, Milano, 2013, p. 429.

[2] G. E. Cavallo, La tirannia della libertà, il Piemonte dai Savoia a Napoleone, Chiaramonte, Collegno, 2016, pp. 12-13

[3] Ivi, p. 14.

[4] Ivi, p. 13.

[5] Ivi, p. 14.

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