Quando Mussolini cercò di salvare Sacco e Vanzetti

Sacco (a sinistra) e Vanzetti (a destra)

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Da poco è scoccata la mezzanotte del 23 agosto 1927: Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, Nick and Bart, trovano la morte sulla sedia elettrica. Sono innocenti. Per loro, si è mobilitata l’opinione pubblica mondiale: è stato uno dei primi casi mediatici della storia. E il governo italiano? Mussolini si adoperò per la salvezza dei due anarchici, nonostante le opposte idee politiche. Come diffusamente dimostrano Philip Cannistraro e Lorenzo Tibaldo nel saggio Mussolini e il caso Sacco e Vanzetti, Mussolini non restò inerte ed, anzi, si interessò personalmente del caso.

Non bisogna sorprendersi troppo. Mussolini era consapevole che, nel caso di un atto di clemenza in favore dei due anarchici ingiustamente accusati dell’omicidio di South Braintree, il suo prestigio in Italia ne avrebbe giovato. Per i fascisti, in sostanza, Sacco e Vanzetti erano in primo luogo italiani e, solo secondariamente, degli anarchici. Inoltre, bisogna tenere in conto la formazione politica del duce, che come noto iniziò la sua attività come attivista di sinistra. Durante il suo soggiorno in Svizzera, fu più volte arrestato come agitatore; lo stesso padre, Alessandro Mussolini, che aveva idee socialiste, era stato arrestato in gioventù. Il futuro duce nutriva simpatia per gli anarchici e gli attentatori, che ad inizio secolo avevano agito diffusamente nei vari stati cercando di assassinare le teste coronate d’Europa. Non condannò i colpi di rivoltella esplosi da Gaetano Bresci contro Umberto I, considerò i messaggi di solidarietà dei socialisti “riformatori” dopo l’attentato di Antonio D’Alba a Vittorio Emanuele III come forieri di «equivoci perniciosi»: era necessario tacere e «considerare cioè il fatto come infortunio del mestiere del re»[1].

Mussolini nel 1923

Il giovane Mussolini sapeva bene cosa voleva dire essere un emigrato; ed essere, per giunta, un emigrato con idee sovversive. Per tutto il 1903, il futuro duce attraversò la Svizzera in lungo e in largo per tenere comizi e conferenze tra le comunità italiane di emigrati. Nella sola Losanna, di emigrati ce n’erano seimila[2]. Renitente alla leva e condannato pertanto in contumacia in Italia, Benito Mussolini visitò più volte le carceri svizzere per la sua attività di propagandista e solo con l’amnistia concessa in Italia a seguito della nascita dell’erede al trono (il futuro Umberto II) poté far ritorno. Il giovane Mussolini, che aveva una formazione più vicina alla visione marxista-sindacalista, non era lontano dalle posizioni anarchiche: ne conosceva la letteratura e tradusse anche opere anarchiche dal francese all’italiano[3].

Ciò può aiutare a capire la forma mentis del duce, ma certamente questi trascorsi di radicale non possono essere l’unica spiegazione dell’interessamento di Mussolini al caso Sacco e Vanzetti. In primo luogo, va detto ch’egli “ereditò” il caso dei due anarchici, avvenuto prima del suo insediamento al governo e già seguito diffusamente nella precedente legislatura. Ciò nonostante, i Vanzetti supplicarono fin da subito Mussolini affinché intervenisse. Scrisse la sorella di Bartolomeo, Luigina: «Fin dall’avvento del Fascismo invocammo dal duce il suo intervento e sin dal dicembre 1922 l’allora sottosegretario di Stato agli Esteri ci comunicava che il governo italiano seguiva gli avvenimenti ed avrebbe perorato la causa, pur non nascondendosi le difficoltà»[4].  Tra le difficoltà, quella che Sacco e Vanzetti erano sì cittadini italiani di nascita (uno, Nicola Sacco, di Torremaggiore in provincia di Foggia; l’altro, Bartolomeo Vanzetti, di Villafalletto in provincia di Cuneo) ma avevano poi assunto la cittadinanza americana. Vi era poi un’evidente problema politico: l’Italia fascista non godeva di particolari rapporti in Europa, ma era ben vista in America, dove la psicosi del comunismo era al suo apice; erano gli anni del red scare. Gli Stati Uniti vedevano in Mussolini l’uomo forte che aveva contenuto la deriva radicale del biennio rosso in Italia. Era dunque necessario non incrinare i rapporti con Washington, ma altrettanto importante era non chinare la testa, perché i due anarchici erano diventati il simbolo dell’emigrante italiano denigrato per la sua nazionalità. Il fatto, poi, che i due fossero palesemente innocenti, rendeva l’intervento italiano ancora più urgente per la propaganda del regime.

Mobilitazioni per Sacco e Vanzetti

Mussolini era pronto ad intervenire; l’avvocato della difesa, William Thompson, scoraggiò però un deciso intervento del governo italiano; anche il console italiano a Boston Ferrante ricordò il «carattere rigido ed inflessibile» del governatore del Massachusetts Fuller. Thompson disse a Ferrante di non procedere con la richiesta di grazia prima che le vie legali non fossero del tutto esaurite[5]. I colloqui tra le parti continuarono, con estrema prudenza. Mussolini, il 23 luglio 1927, scrisse a Ferrante di comunicare al governatore Fuller le sue idee personali: «La mia opinione è che il governatore potrebbe commutare la sentenza e liberare i nostri connazionali dalle terribili circostanze in cui languiscono da tanti anni. Mentre non credo che la clemenza significherebbe una vittoria per i sovversivi, è certo che l’esecuzione fornirebbe il pretesto per una vasta e continua agitazione sovversiva in tutto il mondo. Il governo fascista, che è fortemente autoritario e che non dà quartiere ai bolscevichi, impiega molto spesso atti di clemenza nei casi individuali. Il governatore del Massachusetts non dovrebbe lasciarsi sfuggire l’occasione di compiere un gesto umanitario che avrebbe ripercussioni particolarmente positive in Italia»[6].

Anche la mediazione dell’ambasciatore in Italia non servì a nulla; Fuller negò la grazia. Parallelamente alle mosse istituzionali, il mondo si mobilitava per Nick and Bart, come erano ormai familiarmente chiamati. A favore dei due anarchici si schierarono uomini come Albert Einstein e Bertrand Russell, George Bernard Shaw e H. G. Wells. Manifestazioni di piazza accompagnarono le ultime fasi del processo. Nulla servì: Sacco e Vanzetti erano condannati alla sedia elettrica per le loro idee, non per la loro colpevolezza nei fatti di South Braintree. Nonostante la simpatia “nostalgica” che il duce poteva aver provata per i due anarchici, in virtù del suo passato di ribelle, per Mussolini con la loro morte si era risolto un problema diplomatico anche insidioso: un suo interessamento più diretto avrebbe significato uno scontro con le autorità americane e sarebbe stato inconciliabile con la politica interna: in Italia Mussolini usava la mano pesante contro gli anarchici e avrebbe continuato ad usarla, tanto più dopo gli attentati degli anarchici Lucetti e Zamboni del settembre e dell’ottobre 1926.

Gioverà sapere che cinquant’anni dopo l’esecuzione di Sacco e Vanzetti, la loro memoria è stata riabilitata dal governatore del Massachusets Michael Dukakis, che riconobbe l’innocenza dei due italiani.

 

Note:

[1] P. Cannistraro, L. Tibaldi, Mussolini e il caso Sacco e Vanzetti, Claudiana, Torino, 2017, p. 75

[2] R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario 1883-1920, Einaudi, Torino, 1995, p. 27

[3] R. De Felice, op. cit. p. 33. Il giovane Mussolini, tornato dalla Svizzera sul finire del 1903 per assistere la madre gravemente malata, tradusse le Paroles d’un révolté di Kropotkin; la tradizione uscì nell’aprile successivo.

[4] Cit. in P. Cannistraro, L. Tibaldi, op. cit., p. 80.

[5] Ivi, p. 28.

[6] Ivi, cit. pp. 30-31.

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