La spedizione dei Mille? Era protetta dagli inglesi

Garibaldi sbarca a Marsala

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Quando, nella notte tra il 5 ed il 6 maggio 1860, i Mille salparono da Quarto, non soltanto partirono per un’impresa destinata a fare la storia, ma aprirono anche un capitolo carico di interrogativi che ancora oggi, a distanza di oltre un secolo e mezzo, fanno discutere. Uno tra tutti: possibile che questa raccogliticcia “armata brancaleone” potesse giungere in Sicilia senza colare a picco, cannoneggiata dalla marina borbonica? Ovviamente no. Abbandoniamo l’immagine romantica della spedizione dei Mille, partiti “all’avventura” ed eroicamente riusciti a far capitolare un regno dalla storia millenaria armati alla bell’e meglio. A Torino tutti sapevano. Di più: ormai è noto che a proteggere i Mille fu la marina inglese. «Non occorre avere un grande talento politico per comprendere che nessuno sarebbe riuscito a realizzare l’impresa garibaldina nel sud senza la benevola acquiescenza inglese, suscettibile anche di tradursi in sostegno aperto»[1]. Lo sbarco in Sicilia fu, di fatto, coperto da due cruiser di Sua Maestà Britannica che, con la loro presenza, impedirono ai borbonici di cannoneggiare i garibaldini.

Bisogna qui fare un piccolo passo indietro e capire come Garibaldi ebbe le due navi – i vapori Lombardo e Piemonte – e sfatare nel mentre un secondo “mito” romantico: quello della partenza rocambolesca da Quarto. L’azione fu, come è logico supporre, accuratamente pianificata dal governo di Torino e dai gerarchi garibaldini, di concerto con le logge massoniche. La massoneria internazionale pagava, e pagava bene. Lo stesso Garibaldi, narrando nelle sue memorie l’organizzazione dell’impresa, ricorda che Bixio trattò con Fauché, amministratore della compagnia dei vapori Rubattino[2]. Noi sappiamo che entrambi erano massoni[3], così come massone era Garibaldi (Approfondimento in questo articolo di Altrastoria.it) e come massoni erano buona parte dei deputati del regno sardo e dei protagonisti di quei giorni. Ovviamente, la loggia Ausonia di Torino, fondata l’8 ottobre 1859, appoggiò la spedizione di Garibaldi[4]; e la loggia Ausonia era diretta emanazione del conte di Cavour. Di più: le massonerie americana e inglese si prodigarono nella ricerca dei fondi per la spedizione; dalle logge britanniche arrivarono tre milioni di franchi francesi; tesoretto che sarà custodito da Ippolito Nievo[5]. Fatta questa doverosa premessa, si può comprendere meglio perché la spedizione garibaldina si svolse senza particolari intoppi, tanto più che la compagnia di vapori Rubattino non era nuova a questo genere di iniziative. Fu grazie alla disponibilità di Raffaele Rubattino che Carlo Pisacane poté ottenere il Cagliari, il piroscafo che lo portò a Sapri nel 1857 (Approfondimento in questo articolo di Altrastoria.it); e Rubattino era in rapporti di strettissima amicizia con il conte di Cavour [6].

A Torino, la spedizione di Garibaldi ebbe dunque l’interessamento del Tessitore che, benché ritenesse l’impresa pericolosa, non la impedì. Anzi. Il 25 aprile, il conte di Cavour inviava un dispaccio al marchese Pes di Villamarina, ambasciatore a Napoli, richiedendogli l’invio di una decina di carte topografiche della Sicilia e una dozzina di carte del regno di Napoli. Sarebbero state poi imbarcate sul Lombardo[7]. L’incarico di seguire la spedizione garibaldina passo passo fu dato all’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. Il futuro comandante della flotta italiana nella tragica battaglia di Lissa scrisse nel suo diario, che diede alle stampe, di aver avuto un abboccamento con il capitano della pirofregata britannica Rancoon a Firenze, e quindi di aver ricevuto ordine di sorvegliare la spedizione di Garibaldi una volta che fosse partito da Quarto, con l’escamotage del finto furto delle navi. Le istruzioni ricevute erano quelle di controllare che Garibaldi giungesse davvero in Sicilia: «Devo arrestare i volontari, partiti da Genova per la Sicilia su due piroscafi della società Rubattino sotto il comando del generale Garibaldi, ove tocchino in qualche porto della Sardegna, e più particolarmente a quelli della Maddalena e del golfo di Cagliari; ma devo lasciarli procedere nel loro cammino incontrandoli per mare»[8].

Immagine – imprecisa – del Piemonte, uno dei due vapori che portarono i Mille in Sicilia

Torniamo a Marsala. Due navi militari inglesi – la Argus e la Intrepid – si trovavano nel porto al momento dello sbarco. Cedo la parola a Garibaldi: «La presenza dei due legni da guerra inglesi influì alquanto sulla determinazione dei comandanti dei legni nemici, naturalmente impazienti di fulminare; e ciò diede tempo ad ultimare lo sbarco nostro. La nobile bandiera d’Albione contribuì anche questa volta a risparmiare uno spargimento di sangue umano, ed io, beniamino di cotesti signori degli Oceani, fui per la centesima volta il loro protetto. Fu però inesatta la notizia data dai nemici nostri che gli inglesi avessero favorito lo sbarco in Marsala direttamente e con i loro mezzi. I rispettati ed imponenti colori della Gran Bretagna, sventolando su due legni da guerra della potentissima marina e sullo stabilimento inglese, imposero titubanza ai mercenari del Borbone, e dirò anche vergogna, dovendo essi far fuoco con imponenti batterie contro un pugno di uomini armati di quei tali fucili con cui la monarchia vuole far combattere i volontari italiani»[9].

Garibaldi cerca quindi di difendersi dalle accuse che circolarono già dai primissimi giorni dopo lo sbarco, e che imputavano l’Inghilterra di aver protetto il viaggio dei due vapori. Era opinione diffusissima, specialmente in ambito cattolico – e si sa che i cattolici consideravano Garibaldi come una specie di anticristo – e conservatore. Un esempio, tratto dal giornale cattolico L’Armonia di don Giacomo Margotti: «L’Inghilterra sta oggidì per la rivoluzione siciliana. I suoi giornali tutti d’accordo la favoriscono, i cittadini di Londra la soccorrono colle sottoscrizioni, gli stessi ministri inglesi l’approvano, ed ormai sappiamo che la flotta britannica nelle acque di Sicilia aiutò lo sbarco di Garibaldi e de’ suoi a Marsala. […] Garibaldi oggidì è andato in Sicilia a fare gli interessi dell’Inghilterra, e forse anche della Francia, giacché a noi non recherebbe alcuna sorpresa se tardi o tosto venisse in luce un trattato segreto anglo-francese»[10]. Se le cose stanno davvero così, allora hanno ragione quegli storici che denunciano la partenza di Garibaldi e l’impresa dei Mille come un’operazione pianificata a livello internazionale. Che l’interessamento inglese sia stato determinante è noto da tempo, anche in virtù degli screzi tra la corona di Londra e quella di Napoli sorti ai tempi di re Ferdinando II, che cercava di fare delle Due Sicilie uno stato indipendente dalle influenze inglesi; tuttavia, pare improbabile che due cruiser potessero velocemente frapporsi tra le navi borboniche e quelle garibaldine, per le ovvie tempistiche dell’accensione dei motori. Bastò probabilmente la presenza delle due navi di Sua Maestà Britannica per scoraggiare un attacco diretto dei napoletani, onde evitare una crisi diplomatica.

Ma qual era la versione inglese dei fatti? Possiamo apprenderla dalle pagine de L’Opinione di martedì 22 maggio 1860, che riferisce il dibattito in corso nel parlamento britannico sulla questione siciliana. Alcuni deputati avevano infatti depositato un’interpellanza per conoscere «fino a quel punto navi inglesi avessero favorito lo sbarco di Garibaldi in Sicilia». Non era proprio una questione da poco. John Russell, ministro degli Esteri, rispose basandosi sul rapporto del comandante dell’Intrepid: «Fino dal principio dell’insurrezione siciliana, e molto più, al momento che corse il grido che Garibaldi era avviato alla Sicilia, furono fatte domande all’ammiraglio Fanshawe, che comanda nel Mediterraneo, nonché al Foreign-Office, perché si spedissero navi a proteggere le sostanze e le vite dei sudditi britannici che si trovano a Marsala. L’ammiraglio Fanshawe spedì pertanto a Marsala l’Argus e l’Intrepido. L’Intepipo [sic!] giunse colà l’11, ed eravi da poche ore, quando sopravvennero due vapori mercantili colle forze di Garibaldi che cominciarono subito a prendere terra. Mentre questo succedeva, due legni da guerra napoletani, un vapore ed una fregata, s’accostarono a Marsala, e sebbene essi avrebbero potuto aprir subito il fuoco sui legni e sugli uomini intanto che sbarcavano, non lo fecero». Qui, Russell aggiunge, sibillino: «Il suddetto rapporto non afferma, non sapendo la diceria sparsa dipoi, non esser vero che le navi inglesi impedirono i vascelli napoletani dal far fuoco, ma dice soltanto che avendone l’opportunità, essi non lo fecero»[11].

Chi scrive non sa dire se la risposta di Russell fugò del tutto i dubbi dei parlamentari. La marina borbonica avrebbe potuto impedire lo sbarco dei garibaldini senza problemi: perché non intervenne? La risposta non può che orientarsi verso un aiuto esterno.

Viene da pensare cosa potesse essere della spedizione di Garibaldi senza questa serie di appoggi esterni, sia del governo di Torino che degli inglesi. Sarebbe, forse, finita come l’impresa di Pisacane? Garibaldi aveva dimostrato di essere non solo un valido generale, ma anche un ottimo organizzatore. Va da sé, però, che senza aiuti politici, la sua spedizione sarebbe naufragata. Decisamente: dobbiamo dimenticare il mito romantico di Garibaldi che parte di notte, da Quarto, andando all’avventura con mille patrioti per fare l’Italia.

 

Note:

[1] E. Greppi, Cavour e il Regno Unito nel quadro della diplomazia europea a Torino, in: AA.VV. Sir James Hudson nel Risorgimento italiano, a cura di E. Greppi e E. Pagella, Rubbettino, Soveria, 2012, p. 95.

[2] G. Garibaldi, Memorie, Bertani Editore, Verona, I ed. 1972, p. 374.

[3] M. Viglione, Libera Chiesa in libero Stato? Il Risorgimento e i cattolici: uno scontro epocale, Città Nuova, Roma, 2005, p. 60. Fauché era affiliato alla loggia Trionfo Ligure di Genova. Anche Bixio era affiliato alla massoneria genovese.

[4] M. Viglione, op. cit., p. 62.

[5] Ivi, pp. 61-62.

[6] Si veda, a tal proposito, l’indispensabile A. Codignola, Rubattino, Licinio Cappelli, Bologna, 1938, in particolare l’intero capitolo III, che illustra nel dettaglio i retroscena delle spedizioni di Sapri e dei Mille.

[7] A. Battaglia, Il Risorgimento sul mare, la campagna navale del 1860-61, Nuova Cultura, Roma, p. 27

[8] C. Pellion di Persano, Diario privato politico-militare dell’ammiraglio C. di Persano nella campagna militare degli anni 1860-1861, Civelli, Firenze, 1869, pp. 14-15. Qui il testo online.

[9] G. Garibaldi, op. cit., p. 385.

[10] L’Armonia di giovedì 17 maggio 1860.

[11] L’Opinione, n. 141, martedì 22 maggio 1860, p. 1.

 

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