Il giovane Carlo Alberto fu influenzato da una veggente?

Carlo Alberto di Savoia-Carignano

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Carlo Alberto di Savoia fu influenzato, nei primi anni di regno, da una “veggente”? È un quesito intrigante, che nei primissimi anni ’30 dell’Ottocento era particolarmente discusso a Torino. La “veggente” in questione, in realtà una ventriloqua, fu alla fine arrestata e morì in carcere.

La storia si svolge nei primi mesi di regno di Carlo Alberto. Il 27 aprile 1831, il giovane principe di Carignano ascendeva al trono del regno di Sardegna. In quello stesso anno, in Torino faceva scalpore la notizia di una donna che affermava di essere in grado di mettersi in contatto con gli spiriti dei morti. Era Carlotta Bongiovanni, vedova Cerino, una cuoca che sosteneva di essere in contatto specialmente con lo spirito della defunta Maria Clotilde di Borbone-Francia, la piissima moglie di re Carlo Emanuele IV, verso la quale re Carlo Alberto aveva una speciale devozione. La Cerino, in trance, parlava con la voce della defunta regina e parve avere molto credito sia in ambienti ecclesiastici che nobiliari torinesi.

Leone Tettoni nel suo saggio Della vita e delle opere del commendatore Domenico Promis (Torino, 1874) al capitolo 2, “Carlo Alberto – Primordi del suo regno – suo carattere e genio”, scrive: «[Carlo Alberto] Religioso e liberale cercò di guadagnarsi gli opposti partiti, ora accostandosi a chi faceva professione di amare la libertà ed il civile progresso, ora accostandosi a chi professava più apertamente la religione; lo contristava ed offendeva chi non credeva possibile l’innesto della religione colla libertà. Gli opposti partiti sì approfittarono di questa sua incertezza e misero in opera tutte le loro macchine per guadagnarselo. Il partito religioso (o diciamo meglio il partito nero, oscurantista, tenebroso), volendo che il re lavorasse per loro e secondo i loro fini, gli presentò una tale Carlotta Cerino, figlia di bassa estrazione, ma virtuosa e santa donzella (come sostenevan gl’interessati) la quale aveva la fortuna di parlare direttamente colla venerabile Maria Clotilde e riceveva da lei ammonimenti e gli ordini che doveva poi comunicarli a Carlo Alberto, e questi riceverli ed eseguirli. Più volte si presentò al Re ed a molti Grandi della sua Corte a’ quali fece sempre sentire la voce della Venerabile Maria Clotilde. Carlo Alberto si faceva una legge della volontà di lei»[1].

Prendendo con i dovuti scrupoli il testo del Tettoni, storico filo-sabaudo ed anti-clericale, bisogna annotare che, sebbene la notizia abbia destato un certo scandalo, non si hanno notizie precise sui contatti di Carlotta Cerino con Carlo Alberto, diretti o mediati da persone importanti, patrocinatori della veggente. Nemmeno si coglie l’influsso delle sue rivelazioni su precise scelte di governo. Tutte le informazioni che ci sono pervenute insistono sul fatto che la Cerino fosse una imbrogliona, che abbia agito sollecitata dal partito dei conservatori, e che, infine, il re non si sia fatto abbindolare ed anzi l’abbia severamente punita. Non solo: dopo alcune rivelazioni palesemente “esagerate” (come, ad esempio, la visione dello Spirito Santo sotto forma di colomba) fu avviato un processo nei confronti della ventriloqua imbrogliona. Il re nominò una commissione composta da due vescovi ed un anziano magistrato, il conte Pensa di Marsaglia. Per la Cerino, l’esito era scontato: deferita al tribunale ecclesiastico, la donna fu condannata e imprigionata a Pallanza per dieci anni. Non scontò tutta la pena: morì infatti in carcere poco dopo il suo arresto.

Era davvero una “agente segreta” (per così dire) del partito conservatore? Oppure era una semplice ciarlatana, venuta alla ribalta e poi severamente punita? La verità, probabilmente, sta nel mezzo. La Cerino destò un certo scalpore; ma probabilmente il suo personaggio fu “sfruttato” più dalla propaganda anti-clericale che dagli “oscurantisti” invocati dal Tettoni. Si può immaginare, questo sì, il profondo impatto emotivo che la veggente ebbe sul giovane sovrano; ma non più di tante altre figure, caratterialmente e psicologicamente determinate, con le quali ebbe a che fare “l’Italo Amleto”.

 

Note:

[1] L. Tettoni, Della vita e delle opere del commendatore Domenico Promis. Memorie storiche biografiche e bibliografiche. Con documenti inediti, G. B. Paravia, Torino, 1874, pag. 19.

Lascia un commento