Vandea, un genocidio in nome della «liberté»

Henri de La Rochejacquelein alla battaglia di Cholet

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Proprio quando la Francia si stava preparando alla celebrazione del secondo centenario della Rivoluzione, Reynald Secher pubblicò un saggio dal titolo emblematico: Le génocide franco français: la Vendée-vengé. Un testo che fa emergere alla luce del sole storie che la storia ufficiale ha per due secoli voluto dimenticare; un testo che pone una domanda dalla risposta già suggerita dal titolo: la repressione degli insorti vandeani fu un genocidio?

800mila abitanti insorti in 100mila chilometri quadrati di territorio. La Vandea è una macchia per la Rivoluzione; per questo, il saggio di Secher, pur ricchissimo di fonti, ha dato scandalo nel mondo accademico francese. E non perché la Vandea fosse una pagina dimenticata da tutti; la destra cattolica ha sempre portato i “martiri” vandeani in palmo di mano[1]. Piuttosto, colpisce l’uso del termine genocidio, che va attribuito con estrema prudenza. Le fonti dell’epoca, anche dei testimoni, spesso non concordavano. I bilanci non potevano che essere sommari. «Seicentomila persone sono perite in Vandea», annotava il generale Hoche in una lettera del 12 febbraio 1796[2]. La popolazione, secondo Hoche, si era ridotta ad un quinto degli abitanti maschi.

Sono cifre reali? Per saperlo, avere un quadro storico attendibile e capire perché scoppiò la contro-rivoluzione in Vandea. L’opposizione armata alla Repubblica deflagrò dopo l’approvazione della Costituzione Civile del clero, considerata un vero attentato alla fede cattolica. Non a caso, il 10 novembre 1790 ben 103 sacerdoti della diocesi di Nantes firmarono un esposto di protesta destinato all’Assemblea, denunciando che la costituzione civile del clero faceva della Francia una nazione in ribellione con il Papato[3]. Il vescovo di Nantes, nel gennaio 1791, chiese ai sacerdoti di rifiutare la costituzione civile, e papa Pio VI, il 10 marzo 1791, la dichiarò «eretica e scismatica»[4]. Fu imposto il giuramento alla nuova costituzione della Chiesa; fu ordinata la chiusura delle cappelle e fu vietato ai sacerdoti refrattari di celebrarvi i Santi Ministeri[5]. Su 1058 sacerdoti e religiosi che contava la diocesi di Nantes nel 1791, solo 159 giurarono. Non bastò: anche il clero “costituzionale” disertò via via il campo rivoluzionario.

La Repubblica e la Rivoluzione divennero l’antitesi della religione; i ribelli si organizzarono brandendo stendardi con immagini sacre, cantando inni in onore di Dio, del papa e del re. La contro-rivoluzione non veniva dall’esterno della Francia: veniva dal suo cuore. Ciò aiuta a capire perché fosse particolarmente odiata dall’entourage giacobino; per questo, la Vandea fu condannata a morte senza possibilità di appello, con un piano di sterminio programmato e studiato – se così si può dire – scientificamente.

Annegamenti a Nantes nel 1793

La guerra di Vandea sfociò in una serie di osceni massacri causati dall’odio dei giacobini anticristiani nei confronti dei cattolici realisti; l’esercito repubblicano si macchiò di crimini tali da avvalorare quanto affermato da Quinet, che la Rivoluzione perse perché non solo non aveva distrutto il cristianesimo ma, anzi, aveva creato schiere di martiri. Dopo l’esperienza rivoluzionaria, egli affermò che «[il cristianesimo] ritorna, fin dal primo giorno, a testa alta, fiero delle persecuzioni sofferte; poiché gli anni di terrore, durante i quali è stato relegato in disparte, riempivano allora tutte le orecchie della fama dei suoi martiri»[6]. E ancora: «La guerra di Vandea fu una guerra religiosa […] Il Terrore non poté ridurre al suo volere i Vandeani; neppure ottenne una tregua. La pacificazione divenne fatto compiuto soltanto quando ai Vandeani e agli Chouans fu accordato ciò che essi chiedevano, cioè il ritorono all’antico regime per quel che concernesse la religione»[7].

Cosa avvenne, davvero, in Vandea? Qualche esempio può aiutare a capire le atrocità commesse nei dipartimenti tra la Loira e l’Atlantico. Dopo la battaglia di Savenay, che concluse la seconda guerra di Vandea, il sanguinario generale Wastermann, così scrisse al Comitato di Salute Pubblica: «Non vi è più Vandea, cittadini repubblicani. È morta sotto la nostra libera spada, con le sue donne e i suoi bambini. L’ho appena sepolta nelle paludi e nei boschi di Savenay. Secondo gli ordini che mi avete dato, ho schiacciato i bambini sotto gli zoccoli dei cavalli e massacrato le donne, così che almeno quelle non partoriranno più briganti. Non ho un prigioniero da rimproverarmi. Ho sterminato tutto»[8].

Henri de La Rochejacquelein, comandante vandeano

I vandeani insorti erano così tanti, che era impossibile processarli tutti. Le esecuzioni sommarie erano all’ordine del giorno; i cadaveri erano ammassati lungo i bordi delle strade, nei campi, nelle piazze. Per velocizzare le esecuzioni, i repubblicani inventarono metodi sbrigativi e spettacolari: «Amico mio, ti annuncio con piacere che i briganti sono proprio distrutti. Il numero di loro che ci viene portato qui da otto giorni è incalcolabile. Ne arrivano ogni momento. Poiché fucilarli è troppo lungo e si consumano polvere e pallottole, si è presa la decisione di metterne un certo numero in grandi battelli, condurli in mezzo al fiume a una mezza lega dalla città e là si cola a picco il battello. Questa operazione si fa ogni giorno»[9].

E ancora: «All’inizio gli annegamenti si facevano di notte, ma il Comitato Rivoluzionario non tardò a familiarizzarsi con il crimine; diventò più crudele e da questo momento gli annegamenti si fecero in pieno giorno […]. All’inizio gli individui venivano annegati con i loro abiti, ma in seguito il Comitato, spinto dall’avidità e dalla raffinatezza della crudeltà, spogliava dei vestiti quelli che voleva immolare alle diverse passioni che l’animavano. Bisogna anche che vi parli del “matrimonio” repubblicano, che consisteva nel legare insieme, sotto le ascelle, un giovane ed una giovane completamente nudi e precipitarli nelle acque»[10].

Ad essere annegate nella Loira, ribattezzata il «torrente rivoluzionario», furono almeno 4800 persone[11]. I repubblicani divennero torturatori e massacratori dalla macabra inventiva. Il 5 aprile 1794, a Clisson, i soldati bruciarono 150 donne per ricavarne grasso: «Facevano dei buchi per terra […] per sistemarvi delle caldaie allo scopo di raccogliere quello che colava; avevano messo al di sopra delle sbarre di ferro e su queste le donne; poi, ancora al di sopra, vi era il fuoco. […] Era come grasso di mummia: serviva per gli ospedali[12]».

Il generale repubblicano Turreau

Per sterminare con più efficacia la popolazione e decretare così la fine della contro-rivoluzione, i repubblicani organizzarono delle passeggiate militari i cui orrori sono puntualmente narrati dai rapporti di macellai come Turreau. Le colonne infernali avanzavano bruciando e ammazzando senza pietà. «Le mie colonne – scriveva Turreau – hanno già fatto meraviglie; non un ribelle è scampato alle loro ricerche […] Se le mie intenzioni sono ben assecondate, non esisteranno più nella Vandea, entro quindici giorni, né case, né viveri, né armi, né abitanti. Bisogna che tutti i boschi, tutti gli alberi di alto fusto che esistono in Vandea siano abbattuti». E ancora: «[Le colonne] hanno passato a filo di baionetta tutti i ribelli sparsi che attendevano solo un nuovo segnale di ribellione […] si sono incendiate fattorie, villaggi, borghi […]»[13]. Interi paesi sono rasi al suolo, gli abitanti sterminati nei modi più orrendi, tanto da disgustare almeno gli ufficiali subalterni; Gannet, ufficiale di polizia, riferì che si facevano accendere forni nei quali gettare donne e bambini: «Inizialmente si sono condannate a questo genere di morte le donne briganti e non abbiamo detto molto; ma oggi le grida di queste miserabili hanno tanto divertito i soldati e Turreau che hanno voluto continuare questi piaceri. Mancando le femmine dei monarchici, si rivolgono alle spose dei veri patrioti»[14]. I superstiti avevano negli occhi questi orrori, e li portarono con sé per tutta la vita; i pazzi decuplicarono in Vandea e nei territori interessati dalle carneficine repubblicane[15].

Il generale ferito passa la Loira a Saint-Florent

Fatta questa rapida carrellata di orrori, è legittimo chiedersi – come fa Secher – se in Vandea si può davvero parlare di genocidio. La popolazione complessiva dei 773 comuni interessati dalla guerra si poteva calcolare, nell’Ancien Régime, attorno agli 815mila abitanti. I dati che emergono dall’analisi di Secher quantificano in 117.257 le persone che complessivamente morirono tra il 1792 ed il 1802, pari al 14,38% della popolazione[16]. Una cifra impressionante, tanto più perché spesso minimizzata dai contemporanei e – cosa che non sorprende – dalla storiografia della Rivoluzione fino ad anni recenti. «Questa volontà di far sparire dalla faccia della terra ogni traccia di un popolo ribelle contiene la definizione stessa di genocidio – accusa Secher – Che i vandeani non fossero dei santi, che abbiano al loro passivo dei massacri: niente di più logico nell’inesorabile catena delle rappresaglie e delle contro rappresaglie. Niente, tuttavia, può giustificare i deliri dell’odio e i loro frutti perversi»[17].

 

Note:

[1] Si veda, a tal proposito, l’indispensabile opera di J.A.M. Crétineau-Joly (1803-1875): Épisodes des guerres de la Vendée, Histoire des généraux et chefs vendéens, (1838) e Histoire de la Vendée militaire,  (1840-41).

[2] R. Secher, Il genocidio vandeano, Effedieffe, Viterbo, 2014, p. 313.

[3] Ivi, p. 76.

[4] Ivi, p. 83.

[5] Ivi, p. 93.

[6] E. Quinet, La Rivoluzione, Einaudi, Torino, 1953, tomo II, pp. 676-677.

[7] Ivi, p. 359.

[8] R. Secher, op cit., p. 189.

[9] Ivi, p. 192.

[10] Ivi, pp. 192-193.

[11] Ivi, p. 193.

[12] Ivi, p. 223.

[13] Ivi, p. 206.

[14] Ivi, p. 207.

[15] Ivi, p. 337.

[16] Ivi, p. 327.

[17] Ivi, p. 392.

2 pensieri riguardo “Vandea, un genocidio in nome della «liberté»

  1. Povero essere umano che non impara mai dagli orrori della storia, ma anzi lì ripete e, se possibile, li peggiora. Pensiamo a quanto successo nel ‘900!!!!

  2. La repressione in Vandea rientra a pieno titolo nel crimine di genocidio, almeno secondo quanto stabilito nella Convenzione per la Prevenzione e la Repressione del Crimine di Genocidio del 1948:

    «Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:

    (a) uccisione di membri del gruppo;
    (b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
    (c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
    (d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
    (e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro. »

    Il termine fu usato anche a Norimberga, ma senza un valore giuridico.

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