L’agente segreto di Cavour: «Ecco i crimini dell’unità d’Italia»

Probabile ritratto di Filippo Curletti

Di: Giorgio Enrico Cavallo

Il conte di Cavour aveva, probabilmente, un esercito di agenti segreti. Il più spregiudicato di tutti rispondeva al nome di Filippo Curletti; un poco di buono con “patenti di nobiltà” che gli arrivavano dal padre, inquisito nel 1841 per poligamia e per atti sacrileghi[1]. Il padre, Paolo, era di Mango, nella Langa Albese; il figlio nacque a Govone, nel Roero: il padre, avventuriero girovago, aveva abbandonato la moglie Carlotta Violardi lasciandole tre bambini: Giuseppe, Luigi e, per l’appunto, Filippo. Come costui divenne ciò che divenne, è mistero; ma Curletti aveva ereditato dal padre una assoluta spregiudicatezza, motivo per cui gli fu facile inserirsi nei gangli del sistema raggiungendo nientemeno che il conte di Cavour. «Sono stato per più di due anni l’agente secreto del conte di Cavour», affermerà senza giri di parole nel suo memoriale, pubblicato per vendetta dopo essere stato accusato di coprire, nella sua qualità di capo della questura, ogni genere di nefandezze commesse da una banda di criminali ed assassini. (Vedi qui l’articolo pubblicato su Altrastoria.it). L’accusatore, Vincenzo Cibolla, affermò che Curletti era il vero mandante degli assassinii che avevano sconvolto Torino in quegli anni; Curletti, coperto politicamente, si preoccupò di mettere molti chilometri tra lui e i giudici: espatriò in Svizzera e meditò vendetta. Così, nel settembre 1861, comparve un opuscolo che rivelava, puntuali, tutte le scelleratezze commesse dall’autore – che si nascondeva sotto la sigla J.A. – per ordine del conte di Cavour e degli altri artefici dell’unità d’Italia.

L’autore millantò una nascita romagnola, ma questa sembra l’unica falsità scritta dal Curletti, desideroso di restare al sicuro e, soprattutto, di non incorrere nelle revolverate di qualche sicario. La prova di iniziazione del novello agente segreto? Rapire una fanciulla e portarla nella camera da letto del re Vittorio Emanuele II. «Il generale di Saint-Frond, dopo avermi fatto una quantità di interrogazioni sulla mia età, sulla mia famiglia, ec. ec., mi disse tutto a un tratto: – Sei tu capace di rapire una ragazza, e di condurla questa sera a Moncalieri!… – Un po’ sbalordito sul principio da questa domanda, finii col rispondere di »[2]. Il “mandante” pare, quindi, fosse il generale Alessandro Negri di Sanfront (1804-1884); eppure, il conte di Cavour non si fidava nemmeno del suo collaboratore: fatto chiamare J.A.-Curletti, il conte gli disse: «V’incarico di sorvegliare Saint-Frond; questo vi sarà facile; Rattazzi, Della Margarita, Brofferio, Revel e de Beauregard. Li conoscete voi tutti? – Li conoscerò, gli risposi. – Bisogna che io sappia quel che fanno ogni giorno: chi vedono… a chi scrivono… quali lettere ricevono… infine tutto, mi capite? Ah! I rapporti dovranno essere indirizzati a casa mia… andate, e siate discreto»[3].

Il conte Camillo Benso di Cavour

Dunque, il conte voleva che Curletti spiasse i suoi collaboratori e gli esponenti della sinistra e della destra cattolica… successivamente, si trattò di spiare Napoleone III, giunto a Genova e poi ad Alessandria per le operazioni della seconda guerra di indipendenza. Già si guardava verso la Toscana, l’Emilia e la Romagna, si trattò di organizzare la propaganda a favore dei piemontesi. «La propaganda de’ Piemontesi nella Toscana e nelle Romagne cominciava a produrre i suoi frutti; tutto era pronto per una rivoluzione: i comitati che travagliavano gli spiriti, in queste due provincie, sotto la direzione del conte di Cavour, domandavano al ministro il segnale d’azione, ed alcuni uomini sicuri per operare il movimento»[4]. Uno di quegli uomini sicuri era lui. Alla testa di 80 carabinieri travestiti, fu inviato a Firenze per creare assembramenti di “patrioti” che avrebbero iniziato ad inneggiare all’indipendenza e ai Savoia. Al servizio di Carlo Bon Compagni di Mombello, nominato da Cavour ministro plenipotenziario piemontese a Firenze, Curletti testimoniò il saccheggio delle casse pubbliche dell’ex granducato e annotò di aver posto i suoi uomini nei posti chiave. Nel mentre, i servigi di Curletti erano richiesti anche a Modena: passato alle dipendenze di Farini, il manigoldo ricevette l’ordine di impadronirsi di tutta l’argenteria del duca, perché interessava alle rapaci mani del dittatore. «Cosa n’è divenuto il prodotto? … Non posso esser pienamente affermativo su questo punto: ma non credo che sia stato versato nel Tesoro. Una circostanza che mi conferma in questo convincimento si è, che a quest’epoca Farini m’impose di comunicare ai giornali un articolo che ognuno ha potuto leggere, ed in cui era spiegato che il Duca partendo avea portato via tutta la sua argenteria, tutti gli oggetti di qualche valore, e che non avea lasciato per così dire che i quattro muri»[5].

Arrivarono i referendum per far “scegliere” alla popolazione se aderire o no al regno d’Italia. A Modena le campagne ribollivano, c’era il timore di una contro-rivoluzione. «Ci eravamo fatti consegnare i registri delle parrocchie per formare le liste degli elettori. Preparammo tutti i bollettini. Per le elezioni de’ parlamentari locali, come più tardi pel voto dell’annessione, un piccol numero di elettori si presentò per prendervi parte; ma al momento della chiusura delle urne vi gettammo i bollettini, naturalmente nel senso piemontese, di que’ che s’erano astenuti; non tutti già s’intende, ne lasciavamo da parte qualche centinaio, o qualche migliaio secondo la popolazione del collegio. Bisognava pur salvare le apparenze, almeno in faccia allo straniero, poiché sopra luogo si sapeva bene a quel partito attenersi»[6].

Le Rivelazioni di J.A., pagina dopo pagina, si dimostravano ricche di colpi di scena. Furti, brogli, anche delitti: Curletti rivelò i dettagli del truce linciaggio del colonnello Anviti, a Parma. Ordine di Farini: «Volete che ve lo conduca? – Eh no! È un uomo pericoloso e non sapremmo che farne. – Ma… – noi non possiamo toccarlo senza far gridare. Sarebbe mestieri che la popolazione si addossasse l’affare. M’intendete?»[7]. Anviti finì, pertanto, barbaramente massacrato da una folla inferocita. “L’odio del popolo” fu la causa della sua morte, con soddisfazione dei mandanti.

Curletti raccontò anche dell’assassinio di un altro generale, Georges de Pimodan: «Sì, il generale di Pimodan è morto assassinato!!! Nel momento in cui si lanciava alla testa di pochi uomini che avea raggranellati per caricare una colonna piemontese, un soldato postogli dietro, gli scaricò a brucia pelo un colpo di fucile che lo ferì nel dorso, – Pimodan cadde morto – …. Questo soldato era quel Biambilla che io avea qualche mese prima fatto ingaggiare a Roma»[8].

Inviato a Napoli per gestire l’ordine e, per la quantità di materiale a disposizione, J.A. assicurò al lettore che avrebbe curato un secondo opuscolo che, tuttavia, non vide mai la luce.

Le conclusioni dell’esperienza di Curletti sono amare. «In somma, non avea da alcuna parte scorto quell’entusiasmo per l’unità italiana, che, imbevuto delle illusioni piemontesi, m’aspettava di vedere scoppiare da ogni parte; invece avea trovato da per tutto in tutta la sua vivacità l’istinto dell’indipendenza locale. Ovunque in fine il Piemonte era riguardato come uno straniero e come un conquistatore»[9].

Dobbiamo prestar fede alle Rivelazioni? Domenico Sacchi, subito dopo la pubblicazione dei testi, fu incaricato di curare una loro confutazione, che risulta, però, alquanto sterile. Più suggestiva è l’ipotesi di Adriano Colocci, nel 1906, ripresa recentemente da Milo Julini: gli autori delle Rivelazioni sarebbero due, Filippo Curletti e Giacomo Francesco Griscelli, sicario e spia di Napoleone III[10]. Il testo avrebbe come padre principale Curletti, e solo alcuni dei fatti narrati sarebbero da ascrivere all’operato di Griscelli.

 

Note:

[1] M. Julini, Il primo scandalo dell’Italia unita, il caso Cibolla e altre storie criminali, Centro Studi Piemonte Storia, 2013, p. 225.

[2] La verità sugli uomini e sulle cose del Regno d’Italia. Rivelazioni di J.A., già agente secreto del conte di Cavour, Tipografia Emiliana, Venezia, 1872, p. 6. Qui è disponibile il testo online.

[3] Ivi, p. 7

[4] Ibidem.

[5] Ivi, p. 9

[6] Ivi, p. 12

[7] Ivi, p. 14

[8] Ivi, p. 20.

[9] Ivi, p. 23.

[10] M. Julini, op. cit. pp. 197-202.

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