Celestino V e il falso mito del “gran rifiuto”

Celestino V regge in mano la città dell’Aquila

Di: Alfredo Incollingo

«Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto / vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto» (Inf. III, 58-60). Dante Alighieri scrisse questo verso nel terzo canto dell’Inferno, senza precisare a chi si riferisse. Ci troviamo nel girone degli Ignavi, coloro che in vita ebbero timore di assumere impegni e responsabilità, vivendo nella completa indifferenza verso le cose e le persone. Il Sommo Poeta si riferiva probabilmente ad una personalità nella quale aveva riposto speranze e desideri, attese e mai concretizzate. Questa chiave di lettura del verso dantesco è perdurata nella critica letteraria per secoli e solo in tempi recenti si è tentato di analizzarli diversamente.

Pietro Angelerio venne eletto inaspettatamente papa il 5 luglio 1294 dai cardinali riuniti in conclave a Perugia. Accettò l’elezione e assunse il nome di Celestino V. La tradizione letteraria è solita identificare l’anonimo ignavo con il papa molisano, sostenendo che il gran rifiuto sia la sua rinuncia al papato avvenuta il 13 dicembre 1294. Si da questo accostamento per certo, quando invece la critica non è riuscita ancora a definire una precisa interpretazione del verso dantesco, ammesso che sia possibile farlo. Il primo a parlare di Celestino V fu il figlio di Dante, Jacopo Alighieri, che per primo sostenne questa ipotesi interpretativa. Il Sommo Poeta aveva riposto in lui grandi speranze di riforma della Chiesa Cattolica, come tutti i suoi contemporanei. Il Morronese viene descritto come un uomo mite, umile e devoto, in grado di rinnovare il cattolicesimo con la sua santità.

Quando rinunciò al pontificato, le speranze di molti furono deluse e l’elezione del cardinale Benedetto Caetani, il noto Bonifacio VIII, fu avvertita come un segno di profonda decadenza. Il papa dimissionario era visto come un martire della coscienza e della fede nei confronti del simoniaco Bonifacio VIII, reo di averlo indotto all’abdicazione, che causò con il suo scellerato operato la cattività avignonese. La critica letteraria smentisce le certezze della devozione popolare e di qualsiasi agiografia che parli di un Celestino V vittima e martire. Già Petrarca riteneva infondato l’accostamento tra Celestino V e l’ignavo, esaltando pertanto il gesto del papa molisano. Il noto filologo Natalino Sapegno ha a proposito avanzato un’interessante ipotesi. L’anonimo ignavo non rappresenta nessuna persona fisica: è un’invenzione letteraria che personifica il vizio. Il Sommo Poeta in realtà criticava la mancanza morale e non una persona in particolare. Questa avvincente teoria è una delle tante che si sono formulate nei secoli, perché l’ignavo anonimo è stato identificato con personaggi biblici, con figure della mitologia classica e con altri personaggi storici, tra cui altri papi. Celestino pare scagionato da qualsiasi accusa e, per nostra fortuna, la storiografia più recente ci ha permesso di conoscere un papa rilevante e molto sfaccettato. Sicuramente non fu un uomo di povere origini, era colto e fu un papa della transizione nel pieno medioevo.

 

Bibliografia:

  1. Graf, Miti, leggende e superstizioni del Medioevo, Mondadori, 2006.

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