Torino, 1861: il capo dei criminali? È il comandante della Questura

L’Armonia de venerdì 20 settembre: la prima pagina è dedicata al caso Curletti-Cibolla

Di: Giorgio Enrico Cavallo

L’adagio popolare dice che «il diavolo fa le pentole ma non i coperchi». Ed in effetti è stata una vera e propria casualità quella che ha portato le guardie di Pubblica Sicurezza della Torino risorgimentale sulle tracce della più temibile banda di criminali dell’epoca. Un cappotto. Nel gennaio 1858, un tizio se ne girava per Torino con un paltò di ottima fattura. No, non poteva essere suo: il tizio in questione era senza un soldo. “Gentilmente” accompagnato in questura dai solerti poliziotti, egli non ebbe alcuna esitazione: rivelò che quel cappotto glielo aveva dato una commerciante di stoffe di nome Maria Foà; la quale, interrogata a sua volta, spiegò che il cappotto del mistero gli era stato venduto da un altro tizio di nome Ovassa. I poliziotti si misero sulle sue tracce, e questi, messo alle strette, rivelò che il paltò gli era stato dato da Vincenzo Cibolla. Un uomo già noto alle forze dell’ordine per essere un habitué delle Carceri Senatorie.

Messo alle strette, Cibolla non rivelò soltanto la storia del cappotto rubato, che era una faccenda da nulla; rivelò, invece, tassello dopo tassello, una inquietante serie di omicidi, di stupri, di furti e chi più ne ha, più ne metta. Mettendo le mani sul Cibolla, gli agenti di Pubblica Sicurezza avevano scoperto il bandolo della matassa per svelare i segreti della còca principale di Torino. In lingua piemontese, all’epoca, si usava il termine còca per indicare una banda di criminali. Una gang. I giornali di allora, dovendo italianizzare il nome, usarono la raccapricciante grafia cocca che talvolta viene ancora indicata per descrivere questa ed altre vicende della Torino risorgimentale. Ma non divaghiamo.

Vincenzo Cibolla

Cibolla voleva confessare tutto. «È notevole il contegno che tiene il Cibolla – scriveva il cronista giudiziario Curzio – ha ventitré anni, non manca di ingegno e di prontezza, e non contento di aver rivelato la tela dei reati da lui ordita più anni in compagnia de’ suoi complici assumendo, per così dire, le parti del Pubblico Ministero, fa di tutto per perderli tutti, citando i fatti e numerando le circostanze, ragionando sulla condizione, in modo da far isbalordire il pubblico; e perfino riepilogando a volta a volta la vita precedente de’ medesimi suoi complici; pare Lucifero che vuol trascinare tutto il mondo seco lui a perdizione. Vincenzo Cibolla era nato non per fare il nastraio ma per adempiere le funzioni di avvocato fiscale; sarebbe stato una celebrità nell’esercizio di tale ministero»[1]. Rivelò che i suoi avevano commesso un orribile delitto, nell’intento di derubare un macellaio che abitava nel vicolo del Corpus Domini, tal Giovanni Battista Beltramo. Un macellaio ricco: gli portarono via 600mila lire, per l’epoca una cifra notevole. Beltramo viveva con un altro macellaio, Pietro Majna, che giunto in aiuto dell’amico fu ammazzato a sua volta. Poi, la banda aveva violentato e ucciso una ragazzina di nove anni appena, Angela Allaria: per guadagnare il pane, la poveretta faceva la guida ad un mendicante cieco. La ripugnante violenza su quella creaturina indignò la città, e Cibolla fece i nomi di tutti i colpevoli; lui, però, disse di non averla uccisa. E poi, Maria Gaggiani. Era una vecchia prostituta, ormai aveva fatto il suo tempo e gestiva un postribolo dove la còca talvolta passava le serate. Una delle ragazze, detta la Savoiarda, dopo una violenta lite con la Gaggiani, promise vendetta: chiamò la còca e la banda sfondò il cranio della vecchia, componendo poi il suo corpo nudo in una posa oscena.

Piazza Corpus Domini a Torino; si vede il vicolo dove abitavano i due macellai uccisi dalla còca

La còca sapeva che poteva agire impunita: c’era tutto un sistema di coperture politiche di alto livello che garantiva loro l’impunità. Nella banda c’erano agenti segreti e spie. Come Luigi Gervasio e Giacinto Enrico, due buttafuori in una casa di tolleranza ma anche spie della polizia. O come Agostino Tanino, il più importante di tutti: un oste che, dal suo passato nei carabinieri, aveva mantenuto preziose conoscenze che gli fruttavano il ruolo di “capo-banda”. Ovviamente, Tanino agiva su precise indicazioni superiori, e con i superiori spartiva il bottino dei furti e degli omicidi. Cibolla stava rivelando una verità scomoda, mettendo alla luce del sole una serie di legami tra omicidi e questura. Fu così che fece il nome di Filippo Curletti, il capo della questura torinese. Nato a Govone, Curletti era un malandrino matricolato, a sua volta agente segreto stipendiato dal conte di Cavour; ma quest’ultimo colpo di scena era ignoto al “propalatore” Cibolla, che sapeva soltanto ciò che lo riguardava e che, nelle sue accuse a Curletti, si dimostrò puntuale e preciso. Fin troppo. Il polverone che suscitò era enorme, i giornali non facevano che parlare del caso Cibolla, e noi oggi possiamo leggere i giornali (o la puntuale ricostruzione di Milo Julini nel saggio citato) e farci un’idea precisa del clima che si respirava in quei giorni.

Curletti, quando Cibolla fece il suo nome, era a Napoli, per gestire la delicata transizione dai Borbone ai Savoia. A Torino lo si aspettava con ansia, ma egli se la prese comoda. Don Giacomo Margotti, apriva L’Armonia de venerdì 20 settembre 1861 con uno spassoso articolo dal titolo «I misteri di Torino»: «Eugenio Sue scrisse I Misteri di Parigi, un altro I Misteri di Londra; ma erano romanzi: noi scriviamo I Misteri di Torino nel settembre del 1861, e sono storia, pura storia, che commuove la nostra città e che spaventa i nostri concittadini nel presente e molto più per l’avvenire […] Non si creda, tuttavia, che il Curletti si arrestasse o si mettesse semplicemente nel novero degli accusati. Egli, come dicevamo, stava a Napoli organizzando la pubblica sicurezza, e venne pregato di recarsi a Torino a suo bel agio, in qualità di testimonio per dare degli schiarimenti sull’intentato processo. […] Dopo tre lettere che lo chiamavano, il Curletti ebbe la bontà di venire in Torino, fu udito come testimonio, e trovossi faccia a faccia col Cibolla, che gli ripetè le accuse, e lo dichiarò capo degli assassini insieme con persone ancor più in alto locate. Il Curletti si tenne in sul negare, accennando in sua difesa circostanze che nell’atto medesimo del dibattimento risultarono della più assoluta falsità».

Già si sapeva quello che sarebbe successo: Curletti, da un giorno all’altro, dopo aver presenziato al dibattimento in aula, svanì nel nulla. «Filippo Curletti non venne rintracciato e non comparve al processo che si aprì nei suoi confronti. Nel 1862, fu condannato, in contumacia, a vent’anni di lavori forzati. Nel dibattimento, tutte le accuse contro di lui risultarono fondate e qualche altra si aggiunse. Per esempio, pretese denaro dai proprietari di un caffè dove si giocava abusivamente d’azzardo. Ogni mese, come se si fosse trattato di uno stipendio, passava a ritirare la bustarella per tenere lontano le rogne delle perquisizioni e dei controlli di polizia»[2]. Probabilmente, lo scaltro Curletti era fuggito in Svizzera e da lì era andato in America. Cibolla finì in un bagno penale all’isola d’Elba, Tanino morì probabilmente avvelenato in carcere e Luigi Gervasio finì sulla forca. Curletti, al sicuro ma rancoroso per lo smacco ricevuto, si vendicò pubblicando a sua volta un opuscolo nel quale spiegava i brogli elettorali, le violenze, gli assassinii ai quali aveva assistito durante il suo mandato di agente segreto (Leggi l’articolo pubblicato su Altrastoria.it). L’Italia unita nasceva con accuse infamanti di crimini rimasti impuniti.

 

Note:

[1] M. Julini, Il primo scandalo dell’Italia unita, il caso Cibolla e altre storie criminali, Centro Studi Piemonte Storia, 2013, pag. 86.

[2] L. Del Boca, Risorgimento disonorato, Utet, Torino, 2011, p. 31.

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