Quando la Massoneria italiana era guidata da Garibaldi

Garibaldi, massone, divenne anche Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia

Di: Giorgio Enrico Cavallo

C’è un aspetto piuttosto “sulfureo” della vita di Giuseppe Garibaldi, aspetto poco noto ai più ma non misterioso per gli storici: la sua affiliazione massonica[1]. Il Nizzardo non era un massone qualunque: giunse infatti alla più alta carica, quella di Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, nel 1864; durante la prima Costituente massonica (26 dicembre 1861-1° gennaio 1862) ricevette il titolo di Primo Massone insieme con una medaglia di oro massiccio.

L’iniziazione massonica di Garibaldi avvenne in Sud America, nel periodo uruguayano: nel 1844 egli solcava il pavimento a scacchi della loggia Asile de la Vertu di Montevideo. Disciolta che fu questa loggia, passò a quella intitolata Amis de la Patrie, dipendente dal Grand’Oriente di Francia. Si è a lungo ritenuto che Garibaldi, con le frequentazioni massoniche, intendesse prima di tutto ottenere delle amicizie utili alla causa patriottica, e solo in un secondo momento proseguire nella ricerca della virtù. Sia quel che si vuole, ma è evidente che il pensiero massonico permeò sempre più l’artefice dell’Unità d’Italia, cosa ben più evidente nel Garibaldi ormai anziano, nel quale l’anticlericalismo di un tempo si era inacidito ed incancrenito in una vera fissazione ideologica.

Già il Garibaldi della spedizione dei Mille si dimostrava fratello se non ardente, quantomeno profondamente osservante. Giunto in Sicilia, «Garibaldi trascinò in Loggia Stato maggiore e figli al seguito e procedette ad una generale quanto sbrigativa distribuzione d’insegne e gradi liberomuratori»[2]. Azione dovuta ad una spregiudicata mossa politica e di convenienza, oppure dettata da una convinta partecipazione ai lavori di loggia? Va detto che la Massoneria italiana, negli anni compresi tra la Restaurazione e il primo Risorgimento, non navigava in buone acque: messe al bando quasi tutte le logge, “assonnati” i confratelli, era rinata in altri modi ed in altre forme, e solo nel 1859, per diretto interessamento di Cavour, a Torino sette fratelli massoni davano origine alla loggia Ausonia, nucleo del futuro Grande Oriente d’Italia. Proprio la Ausonia, lo stesso giorno dello sbarco a Marsala, finanziava la spedizione dei Mille con la (modesta) somma di lire 100; eppure, era grazie ai legami stretti tra i massoni genovesi che si rese possibile la stessa spedizione dei Mille. Molti dei più celebri garibaldini, d’altronde, da Bixio a Turr a Medici, erano massoni.

Di certo, il Nizzardo si dimostrò perfetto per i piani della massoneria dell’epoca, che più di ogni altra cosa desiderava distruggere il potere temporale dei papi. Le sue azioni nel panorama risorgimentale sono inequivocabili: Garibaldi dimostrò sempre più un odio ardente nei confronti della Chiesa e di Pio IX, odio che si manifesta chiaramente leggendo le sue Memorie, infarcite di epiteti ingiuriosi nei confronti del clero; epiteti che, va detto, all’epoca erano la norma nella letteratura anticlericale.

Tra il maggio e l’agosto 1864, Garibaldi presiedette il Grande Oriente d’Italia. I voti a suo favore furono 45 su 50. Con il senno di poi, viene da dire che la sua fu una nomina quasi obbligata; tuttavia, generò un certo malcontento e alla fine il generale rassegnò le sue dimissioni. Par di capire che Garibaldi, infuocato da mille passioni politiche ed ideali, fosse massone convinto, benché forse un po’ atipico. «Dovunque si tratta di una causa umanitaria, noi siamo certi di trovare l’antica nostra Massoneria, che è la base fondamentale di tutte le associazioni liberali»[3], disse a Milano il 4 novembre 1880. Anche da questa sua convinzione nacque il nostro Risorgimento.

Note:

[1] Si vedano, in particolare, A. A. Mola, Storia della Massoneria italiana dall’Unità alla Repubblica, Bompiani, Milano, 1976, pp. 48-56 e soprattutto l’intero capitolo IV di R. F. Esposito, La Massoneria e l’Italia dal 1800 ai nostri giorni, Roma, Edizioni Paoline.

[2] A. A. Mola, op. cit., p. 54.

[3] R.F. Esposito, op. cit., p. 142.

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