La strana morte del generale Pollio e l’entrata in guerra dell’Italia

Alberto Pollio

Di: Giorgio Enrico Cavallo

L’irredentismo diventato poi “bandiera” della Grande Guerra è stato ampiamente sovrastimato. Innanzi tutto, perché non si trattava di un solo irredentismo, bensì almeno di due diversi irredentismi: orientale ed occidentale. La storia disse che quello orientale (Trento, Trieste, l’Adriatico) era “giusto” e quello occidentale (Nizza, Savoia, Corsica) “sbagliato”; ma fino alla fine del giugno 1914 sembrava che proprio questo irredentismo occidentale fosse da sposare, dichiarando guerra alla Francia a fianco degli imperi centrali.

Il più acceso promotore di questa causa era il generale Alberto Pollio, Capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano dal 1908, che più volte suggerì un attacco preventivo in quella che sembrava una guerra ormai inevitabile. Ripeté più volte, anche davanti al kaiser Guglielmo II, che la «Triplice deve agire in una guerra come un unico Stato»[1]. Pollio era un grande ammiratore del sistema tedesco e austriaco: conservatore integerrimo, detestava ciò che era uscito dalla Rivoluzione Francese.

«Di tutto cuore vorrei mettere a disposizione per l’armata italiana sul Reno molto di più che tre corpi. Lo farò non appena sarò convinto che sarà una guerra “localizzata”». Così argomentava il generale casertano a fine aprile 1914[2]. Mandare un’armata italiana a fianco dei tedeschi in una guerra renana contro la Francia era un’idea vecchia, discussa più volte nell’ambito della Triplice Alleanza. Sì, perché giova ricordare che i sentimenti filo-tedeschi di Pollio non erano quelli di uno sconsiderato; il comandante in capo dell’esercito italiano era, semplicemente, fedele all’alleanza che il Paese aveva stretto con Austria e Germania. L’Italia, inoltre, aveva rafforzato le difese sul confine francese fin dal 1882, quando cioè Otto von Bismarck e Francesco Crispi firmarono il trattato della Triplice.

Il generale Moltke, da Berlino, cercò più volte di rassicurare il diffidente generale Franz Conrad von Hötzendorf della bontà dell’alleato italiano; alleato che non poteva disporre di un esercito efficace, ma che poteva dirsi fedele. Dopo la visita del colonnello Vittorio Zupelli a Berlino il 21 dicembre 1912, Moltke poteva dirsi sicuro della disposizione delle pedine sullo scacchiere europeo: «Dall’iniziativa italiana ci si aspetterà di sicuro che trattenga l’Armata francese delle Alpi. Forse anche il XIV ed il XV corpo. Per il resto dovremo condurre da soli la lotta contro la Francia. Un aiuto diretto dell’Italia arriverà prevedibilmente solo tardi»[3]. Era comunque certo che, qualora gli imperi centrali fossero stati in difficoltà, l’Italia si sarebbe ritirata cercando di contenere le perdite.

L’alleanza militare, nel 1912 e nel 1913, era quindi più solida che mai, benché gli alleati nordici nutrissero dubbi sull’efficienza dell’esercito italiano; Pollio, comunque, fu invitato a partecipare alle Kaisermanöver in Slesia, alla presenza del kaiser Guglielmo II e degli Stati Maggiori tedesco ed austriaco.

La guerra europea era comunque considerata imminente: non soltanto i tedeschi chiesero esplicitamente a Pollio un contingente italiano in supporto della guerra anche sul fronte orientale, contro i russi; ma l’ipotesi di una partecipazione italiana nel prossimo conflitto europeo venne attentamente vagliata nella riunione del 18 dicembre 1913 presso il Ministero della Guerra, a Roma, alla presenza di Pollio, del Duca d’Aosta, di Carlo Caneva, Luigi Cadorna e Luigi Zuccari. Pollio non aveva dubbi:

«È da riflettere quanto sarebbe deplorevole il nostro contegno quando, avendo truppe esuberanti e disponibili, le lasciassimo con le armi al piede, passive spettatrici del grandioso dramma svolgentesi nel teatro di guerra franco-germanico»[4].

Anche Cadorna si espresse a favore della creazione di un’armata delle Alpi da contrapporre a quella francese.

La posizione più estrema era comunque quella del Capo di Stato Maggiore, che si espresse con gli alleati in qualità di fervente sostenitore addirittura di un attacco preventivo. «Non è più logico per la Triplice sbarazzarsi di ogni falso sentimento umanitario e incominciare per tempo una guerra che ci sarà comunque imposta?».

Ebbene, il 1° luglio 1914, Pollio moriva improvvisamente al Grand Hotel Turin Palace di Torino, in via Sacchi. Su questa morte improvvisa si addensarono sospetti di omicidio. Con il senno di poi, sembra la soluzione più evidente: l’eliminazione fisica del più convinto sostenitore dell’alleanza con la Triplice Intesa – spacciandola per una imprevedibile morte per infarto – avrebbe risolto gli evidenti imbarazzi di un cambio repentino di bandiera con la sostituzione del più alto grado della gerarchia militare italiana.

Come avvenne l’omicidio (ammesso, chiaramente, che di omicidio si sia trattato davvero)? Possiamo ricostruire la vicenda grazie ad un libro-inchiesta scritto da Giovanni D’Angelo, nipote di uno dei protagonisti di quelle ultime ore – il generale Vincenzo Traniello – basato sulla relazione scritta dal nonno nei giorni successivi alla morte del Capo di Stato Maggiore. Pollio giunse all’hotel il 29 giugno e gli venne assegnata la stanza n. 19, al primo piano; al suo attaché, Vincenzo Traniello, fu assegnata la camera 54, al secondo piano[5]. Una curiosa stranezza: perché due stanze su due piani differenti? Traniello, cattolico ultra-praticante e integerrimo sostenitore del papa, sembrava in linea con le idee reazionarie di Pollio. Il Capo di Stato Maggiore, probabilmente, temeva di essere ucciso: ecco perché chiese a Traniello di stargli vicino.

Ad attenderli a Torino c’era il tenente Cesare Giriodi di Monastero, ufficiale dei Lancieri di Novara. In realtà, non si era mai presentato al suo reparto. Chi era Giriodi? Per Giovanni D’Angelo, non è improbabile che Giriodi lavorasse per il servizio informativo militare o fosse aggregato all’ufficio affari riservati degli Interni (lavorasse, cioè, per il controspionaggio).

Il 30 giugno, Pollio si recò al poligono di artiglieria di Ciriè. Traniello osservò che sul campo del poligono di tiro il generale non si sentiva bene: accusò quel malora al gran caldo che opprimeva Torino e il Piemonte in quei giorni[6]. Dopo aver pranzato a San Maurizio Canavese, Pollio affermò di voler tornare di tutta fretta a Torino. Fu visitato dal medico Carlo Quadrone, medico di fiducia di Giriodi, che gli diagnosticò «un semplice imbarazzo gastrico»[7]. Aveva circa 38 di febbre. Una stranezza: Quadrone non era un medico militare – come è logico supporre – ma civile. Quadrone fu nuovamente chiamato nella serata, perché Pollio continuava a sentirsi male. Traniello lo andò a prendere in piazza Cavour 10, sua residenza. Nuovamente, ci si può domandare perché nessuno affiancò Quadrone da un medico militare. Ancor più curiosamente, Traniello fu allontanato con il pretesto di cercare una siringa[8]. Quadrone ebbe però modo di fare comunque un’iniezione a Pollio, in assenza di Traniello. Pollio, al suo ritorno, sembrava placido, in stato di semi-incoscienza. Quadrone e Giriodi tornarono la mattina del 1° luglio, trovando Pollio moribondo, ma sistemato curiosamente in una posizione simile a quella di una salma, sdraiato supino con le braccia sotto le coperte. Nuovamente, Traniello fu allontanato – o si volle allontanare – per chiamare un prete nella vicina chiesa di San Secondo.

Il 3 luglio 1914 si svolsero le esequie: il feretro passò in via Sacchi, coprendo il brevissimo tragitto che separa il Grand Hotel dalla stazione Porta Nuova; tutto attorno, imponenti schieramenti di ufficiali in alta uniforme e soldati. Accompagnarono la salma a Roma i generali Roberto Brusati e Luigi Cadorna[9]: proprio quest’ultimo, il 27 luglio, prenderà il posto di Pollio come comandante supremo dell’esercito italiano.

I protagonisti delle ultime ore di Pollio ebbero carriere sorprendenti. Giriodi, da oscuro tenente di provincia, divenne colonnello nel giro di pochi anni (e già ne aveva 32, quindi fino ad allora non si era distinto particolarmente). Quadrone, medico di scarsa competenza ma con i giusti contatti, già in quello stesso 1914 era divenuto primario di medicina generale all’ospedale Maria Vittoria. Strano, per un medico dal curriculum non proprio brillante, ma non così strano se collegato alla stretta amicizia (e, insinua D’Angelo, dalla collaborazione?) con Giriodi.

 

Note:

[1] G. E. Rusconi, L’azzardo del 1915, Il Mulino, Bologna, 2005, pag. 34.

[2] Ivi, pag. 27.

[3] Ivi, pag. 31.

[4] Ivi, pag. 39.

[5] G. D’Angelo, La strana morte del Tenente Generale Alberto Pollio Capo di Stato Maggiore dell’Esercito 1° luglio 1914, Gino Rossato Editore, Valdagno, VI ed. 2015, p. 140.

[6] Ivi, pp. 144-145.

[7] Ivi, p. 155.

[8] Ivi, p. 158.

[9] G. Pietropan, 1914-1918, Storia della Grande Guerra sul fronte italiano, Mursia, Milano, 1988, pag. 33

Lascia un commento