Il «grido di dolore»? Lo scrissero Cavour e Napoleone III

Vittorio Emanuele II

Di: Giorgio Enrico Cavallo

«Non siamo insensibili al grido di dolore…». Frase tra le più fortunate della retorica risorgimentale. Tutti sappiamo che la pronunciò re Vittorio Emanuele II durante il discorso della Corona al parlamento subalpino il 10 gennaio 1859. Ma chi la scrisse davvero? È noto che l’autore del discorso altri non fu che l’onnipresente conte Camillo Benso di Cavour: «[Cavour] suda di giorno e di notte per preparare il discorso della Corona, che dovrà essere letto il 10 corrente», si legge ne LArmonia, quotidiano cattolico, il 6 gennaio. Ciò che don Margotti, direttore del giornale, ignorava, era che anche il Tessitore, suo acerrimo nemico, doveva sottostare alla censura; beninteso, quella francese.

Cavour scrisse una dozzina di versioni del discorso della Corona che, per usare le parole di Arrigo Petacco, «fecero la spola fra le due capitali per essere rivedute e corrette dall’imperatore»[1]. L’imperatore altri non era che Napoleone III, il quale convenne per la versione poi diventata “ufficiale”; aveva delle remore soltanto per la chiusa del discorso, che suonava più o meno così: «Tuttavia, noi resteremo costanti nel fermo proposito di compiere, sulle orme segnate dal Magnanimo mio Genitore la Grande Missione che la Divina Provvidenza ci ha affidato». A Napoleone quel discorso non piaceva, sembrava troppo magniloquente. Si arrivò così al nuovo testo, completamente riscritto: «Tuttavia, pur rispettando i trattati, noi non possiamo restare insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi»[2].

La vicenda solo in epoca recente è diventata di dominio relativamente pubblico; motivo di una storiografia troppo attenta a ricamare la leggenda risorgimentale per accorgersi che già i contemporanei sapevano. Si prenda a titolo di esempio questo passo – in nota – della Storia del regno di Vittorio Emanuele II di Licurgo Cappelletti (1842-1921):

«Lo schema del discorso della Corona era […] scritto dal conte di Cavour sino dal 30 dicembre 1858. […] Su questo discorso, che a taluno dei ministri parve assai ardito, fu deciso di chiedere il parere dell’imperatore Napoleone. La risposta giunse la sera del 7 gennaio. L’imperatore approvava il discorso nel suo insieme; ma dopo le parole eventualità dell’avvenire, scriveva di suo pugno col lapis: Je trouve cela trop fort, et je préférais quelque chose camme dans le gente de ce qui suit; e difetti seguivano queste parole, che erano scritte coll’inchiostro dal signor Mocquard, capo del gabinetto privato dell’imperatore: «Cet avenir ne peut étre qu’heureux, car notre politique s’appuie sur la justice, sur l’amour de la libertè, de la patrie et de l’humanité: sentiments qui trouvent de l’écho dans toutes les nations civilisees. Si le Piémont petit par son territoire compte pour quelque chose dans les conseils de l’Europe, cest qu’il est grand par les idées qui représente, et par les sympathies qu’il inspire. Cette position sans doute nous crée bien de dangers, et cependant, tout en respectant les traités, nous ne pouvons pas rester insensibles aux cris de douleur, qui viennent à nous de tant de points de l’Italie Confiants dans notre union et dans notre bon droit, comme dans le jugement impartial des peuples, sachons attendre avec calme et fermeté les décrets de la Providence». Appena il re Vittorio ebbe nelle mani le correzioni e le aggiunte fette dall’imperatore al discorso reale, prese la penna, e di suo proprio pugno fece le varianti al discorso stesso; e così venne fuori quello da lui letto dinanzi alle due Camere riunite»[3].

Il discorso pubblicato da L’Armonia de martedì 11 gennaio 1859

Cappelletti fu generoso, attribuendo a Vittorio Emanuele la paternità della modifica, che sappiamo essere stata frutto del terzo Napoleone e, probabilmente, di un suo segretario dalla felice inventiva. Indro Montanelli, con la sua solita penna dal piglio accattivante, descrisse un Cavour sorpreso e al contempo pronto allo scontro frontale con le diplomazie d’Europa: «Cavour si stropicciò gli occhi. “Ma come? – scrisse a Nigra – l’Imperatore trova troppo forte il nostro ultimo paragrafo e ce ne propone un altro cento volte più forte? Fategli presente che quel grido di dolore scatenerà il finimondo”. Ma Napoleone rimase del suo parere perché voleva che il finimondo si scatenasse prima che le forze contrarie all’alleanza e alla guerra prendessero la controffensiva»[4]. Sì, il “grido di dolore” avrebbe scatenato un vero finimondo. Lo avevano capito tutti; di nuovo, L’Armonia osservava, l’11 gennaio: «questa frase è assai grave, e dà un’importanza speciale al decimo discorso della Corona. Quali ne saranno le conseguenze?». Il lettore ben può rispondere alla domanda dell’inquieto don Margotti.

Note:

[1] A. Petacco, Il regno del nord, 1859: il sogno di Cavour infranto da Garibaldi, Mondadori, Milano, I ed. 2009, p. 98.

[2] Ivi.

[3] L. Cappelletti, Storia del regno di Vittorio Emanuele II, vol II, Enrico Voghera, Roma, 1893 p. 4. Vedi qui

[4] I. Montanelli, L’Italia del Risorgimento, Rizzoli, Milano, I ed. 1972, p. 553

Lascia un commento