I futures sui tulipani: come un fiore mandò in ginocchio l’Olanda

 

Disegno di quattro tulipani, Jacob Marrel, 1624 – 1681

Di: Giorgio Enrico Cavallo

La prima “bolla economica” della storia? Fu colpa dei fiori. Per la precisione, dei tulipani. Può sembrare assurdo, ma nell’Olanda del Seicento un tulipano poteva costare l’equivalente di un palazzo ad Amsterdam. Una vera “tulipanomania”, quella degli olandesi degli anni ’30 del Seicento, che nient’altro era se non una speculazione fondata sull’aspettativa di facili guadagni. Una vera euforia finanziaria seguita da un prevedibile tracollo; prevedibile con il senno di poi, ma per i contemporanei il crollo verticale dei prezzi dei bulbi fu un vero shock.

Ripercorrendo questo celebre caso di speculazione in pochi punti riassuntivi, osserviamo come la tulpenmanie (come venne chiamata in olandese) si sviluppò in quanto i Paesi Bassi detenevano, sostanzialmente, il monopolio del commercio dei bulbi di tulipano, fiore richiestissimo nell’Europa del Seicento. Nei secondi anni Trenta del Seicento, l’Olanda basava un quarto delle sue esportazioni sui bulbi. E un quarto delle esportazioni olandesi non era proprio poco: la Repubblica delle Sette Province Unite, dopo la Tregua di Anversa del 1609, aveva ottenuto dalla Spagna la possibilità di commerciare in tutti i territori non controllati dall’impero spagnolo; la Compagnia Olandese delle Indie Orientali aveva già affermato la sua supremazia nel Sud-Est asiatico e i porti dei Paesi Bassi erano tra i più trafficati d’Europa. In parole povere: le Province Unite erano lo Stato ormai più prospero del continente. Da questi pochi dati, comprendiamo quanto potesse influire il commercio dei bulbi sull’economia olandese; e ciò nonostante, all’epoca, il tulipano era ancora un fiore poco diffuso, che conservava il fascino dell’esotismo e che aveva il pregio della rarità, in quanto le coltivazioni erano ancora ridotte. È questo uno dei segreti per capire la bolla speculativa degli anni 1636-1637.

Come erano giunti, in Olanda, i pregiati tulipani? Pare che sbarcarono in un giorno d’autunno del 1562, contenuti nella stiva di una nave proveniente dalla Turchia Ottomana. Le pregiate qualità dei bulbi dei Paesi Bassi, ricavate dai sapienti botanici olandesi, divennero richiestissime: nel 1635, c’erano almeno 13 gruppi di fiori, ognuno con una composizione cromatica specifica. I più famosi ed apprezzati erano i Rozen, i Violetten, i Bizarden. I coltivatori divennero milionari: Jan van Damme, morto nel 1643 (quindi dopo il crollo del mercato) lasciò un patrimonio di 42mila fiorini, che lo poneva alla pari con i grandi mercanti che si erano arricchiti con il commercio di seta e spezie. E non soltanto i coltivatori fecero fortuna: i pittori si specializzarono nella difficile arte di ritrarre al meglio i preziosi ed effimeri tulipani. Un esempio: la pittrice (caso raro all’epoca) Judith Leyster, ritrasse due Rozen per un album che oggi porta il suo nome, benché contenga anche illustrazioni di altri autori: il libro dei tulipani di Judith Leyster. E se volete sapere il nome delle qualità e il prezzo, consultate il volume di Pietro Holstein il Giovane: nel 1637 (l’anno del disastro) illustrò un manoscritto con il nome dei fiori, il peso ed il prezzo di ogni bulbo.

I bulbi, specie quelli delle qualità più rare, divenuti uno status symbol, erano scambiati per migliaia di fiorini. Uno status che rovinò intere famiglie: la vendita dei bulbi sfuggì di mano, di fatto diventando pura speculazione. Ad esempio, alcuni commercianti inventarono i futures, vendendo non i bulbi in loro possesso, ma addirittura quelli che avrebbero avuto l’anno successivo. Una vendita basata non tanto sul valore del tulipano al momento dell’acquisto, ma sull’aspettativa che detto valore sarebbe cresciuto ulteriormente l’anno seguente. Ci si aspettava che il prezzo sarebbe salito presumibilmente in eterno; si era ben lontani dalle esperienze delle bolle speculative recenti. Dall’altro canto, anche i compratori talvolta si impegnavano pagando con i fiorini che avevano sul momento, ma con quelli che avrebbero guadagnato da altri investimenti analoghi.

L’apice della bolla si toccò nel febbraio 1637: nella cittadina di Alkmaar, il 5 febbraio, si tenne una vendita che raggiunse vette a dir poco deliranti. I lotti venivano battuti da 2.000 a 3.000 fiorini; al termine dell’asta, l’introito complessivo fu di 90.000 fiorini. Una cifra che, se paragonata con il reddito annuo di una famiglia media olandese (stimato in circa 300 fiorini) dà l’idea della sproporzione raggiunta dalla bolla.

Era evidente che i prezzi non potevano continuare a salire così. Dopo Alkmaar, la scena si sposta ad Haarlem, il giorno successivo. Lì, i fiorai chiedevano 1250 fiorini a bulbo; cifra ormai ampiamente nella media. Tuttavia, nessuno si presentò per aggiudicarsi il lotto. Il battitore scese, chiedendo 1100 fiorini, poi 1000. Nella sala calò un preoccupato imbarazzo: che fare? Era la prima volta che succedeva una cosa simile. Anche nella capitale, il successivo 7 febbraio, l’asta andò deserta. Ormai era chiaro che i prezzi non sarebbero mai più saliti. La bolla si era rotta. Nel giro di una settimana giorni, i possessori dei bulbi vennero colti dal panico: da status symbol erano diventati un pericoloso cerino, del quale era urgente disfarsi al più presto. I bulbi persero il 30% del loro valore, minacciando un crollo verticale. Chi aveva acquistato i diritti sui bulbi con i futures, si trovò obbligato a pagarli una cifra decisamente più alta rispetto ai prezzi di mercato. A maggio, a bolla sgonfiata, il valore dei tulipani si era ridimensionato a tal punto che intere famiglie di ricchi commercianti erano adesso sul lastrico.

I tribunali vennero subissati dalle cause; l’economia olandese boccheggiò per anni. Infatti, erano finiti in rovina non soltanto i possessori dei bulbi al momento dello scoppio della bolla, ma anche coloro che se ne erano disfatti prima, vendendoli a compratori che avevano a loro volta scommesso sul rialzo dei prezzi.

Rembrandt, Lezione d’anatomia del dottor Tulp, 1632

Neanche i contadini ed i grandi coltivatori si arricchirono: è vero che possedevano i contratti dei futures sui bulbi, ed ora potevano esigere dei prezzi elevatissimi per bulbi che ormai non valevano quasi più nulla; tuttavia, erano creditori di enormi somme di denaro verso debitori che avevano ormai impegnato tutto, casa compresa, per potersi accaparrare un solo bulbo.

Claes Pietersz, dottore di Amsterdam, aveva addirittura cambiato il suo nome in onore del tulipano: si faceva chiamare Nicolaes Tulp. Nel 1622, eletto consigliere comunale della capitale, scelse come simbolo personale il delicato Rozen scarlatto, che ovviamente valeva una fortuna. È lui il protagonista del celebre dipinto di Rembrandt, la Lezione d’anatomia del dottor Tulp. Dopo il 1637, tornò a farsi chiamare con il suo vero nome e rimosse lo stemma con il Rozen: a tal punto si vergognava del bel fiore che egli tanto aveva amato!

 

Fonti:

M.Dash, La febbre dei tulipani: storia di un fiore e degli uomini cui fece perdere la ragione, Rizzoli, Bergamo, 1999.

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